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Diritti e doveri che nascono dal matrimonio

15 Marzo 2022
Diritti e doveri che nascono dal matrimonio

Conseguenze civili e penali per le violazioni da parte del coniuge: i reati, le conseguenze civili, l’addebito, la perdita del diritto al mantenimento e della quota di legittima. 

Il matrimonio, anche se non è un contratto, determina il nascere di una serie di diritti e doveri in capo ai due coniugi. In alcuni casi, la violazione di tali norme determina delle sanzioni di carattere civilistico (la perdita, in caso di separazione, del diritto al mantenimento e dei diritti successori); in altri casi può integrare un reato, con conseguenze di carattere penale (si pensi all’omesso versamento degli alimenti all’ex moglie ed ai figli).

Gran parte dei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio sono contenuti nel Codice civile e nel Codice penale. Elencarli non è difficile: oltre ad essere di facile comprensione, l’elenco è relativamente breve. Questa brevità però è dovuta alla genericità dei comportamenti descritti dalla legge, in modo da ricomprendere in essi ogni fattispecie del quotidiano vivere comune tra coniugi. 

Alcuni dei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio sono ben noti: la fedeltà e la convivenza, il rispetto e la contribuzione ai bisogni della famiglia. Altri sono intuibili ma meno noti, come i rapporti fisici (destinati o meno alla procreazione) che, se anche non menzionati dal Codice, sono stati comunque riconosciuti dalla giurisprudenza.  

Quali sono i diritti e doveri di moglie e marito?

Nel momento in cui si sposano, marito e moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri dinanzi alla legge.

Dal matrimonio sorgono per i coniugi i seguenti obblighi:

  • fedeltà;
  • assistenza morale e materiale;
  • collaborazione nell’interesse della famiglia;
  • coabitazione nella residenza fissata d’accordo secondo le esigenze personali e quelle preminenti della famiglia.

Oltre ad essi, la legge contempla una serie di altre situazioni che conseguono al verificarsi di determinati eventi come la morte, la separazione o il divorzio. Ad esempio:

  • in caso di morte di uno dei due coniugi, l’altro ha sempre diritto a una quota del suo patrimonio, la cosiddetta «legittima». Pertanto, non può mai essere diseredato. Inoltre, gli deve essere riconosciuta la pensione di reversibilità;
  • sempre in caso di morte del coniuge, il superstite ha diritto a continuare ad abitare nella casa coniugale fino a quando vive o non decide di trasferirsi altrove;
  • in caso di separazione o divorzio, il coniuge che sia economicamente più debole non per propria colpa ha diritto ad ottenere un assegno di mantenimento che gli consenta di mantenersi (a meno che non venga ritenuto responsabile della crisi coniugale, il cosiddetto “addebito”); ha diritto poi al 40% della quota del TFR maturato durante il periodo di convivenza.
  • sempre in caso di disgregazione del nucleo familiare, ciascun genitore ha il diritto/dovere di mantenere solidi legami con i figli, a partecipare alle decisioni relative alla loro crescita, educazione, istruzione e salute (cosiddetto affidamento congiunto) e, se non convivente con loro, a vederli periodicamente (cosiddetto diritto di visita).

Alcuni di questi diritti e doveri restano in piedi fintantoché la coppia è sposata. Altri permangono invece anche in caso di separazione e divorzio.

Dovere di fedeltà

Il dovere di fedeltà consiste nell’impegno, ricadente su ciascun coniuge, di non tradire la fiducia reciproca ovvero di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi che dura quanto dura il matrimonio e non deve essere intesa soltanto come astensione da relazioni sessuali extraconiugali.

Si considera infedele anche chi intrattiene rapporti platonici a distanza: non è necessaria infatti la congiunzione carnale con un’altra persona per violare il dovere di fedeltà. 

Il tradimento ha, come unica conseguenza, la perdita del diritto al mantenimento e dei diritti ereditari in caso di separazione (è il cosiddetto addebito). Non è dovuto il risarcimento del danno a meno che l’infedeltà non sia stata consumata in modo plateale, tanto da minare alla dignità dell’altro coniuge.

L’infedeltà non è motivo di addebito se non è la causa della separazione della coppia ma la conseguenza di una crisi preesistente o di una diversa causa (ad esempio le violenze, l’infedeltà o l’abbandono della casa da parte dell’altro coniuge).

La convivenza

Merita particolare menzione l’obbligo di convivenza che ricade su entrambi i coniugi, salvo diverso accordo dovuto a esigenze contingenti (ad esempio allontanamento per lavoro).

No ci si può allontanare dalla casa coniugale, senza il consenso dell’altro, se non c’è una grave causa come un pericolo per la propria incolumità fisica o altri comportamenti altrui, incompatibili con la protrazione della convivenza. 

L’allontanamento per pochi giorni non fa scattare alcuna responsabilità (è la cosiddetta “pausa di riflessione”). Quello invece protratto o senza alcuna indicazione circa la sua durata è una violazione dei doveri del matrimonio.

Costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare la proposizione della domanda di separazione, o di annullamento, o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Assistenza morale e materiale

Ciascun coniuge ha l’obbligo di prendersi cura dell’altro, di assisterlo qualora ne dovesse avere bisogno, sia fisicamente (nel caso ad esempio di malattia) che economicamente (nel caso sia disoccupato, provvedendo ai suoi bisogni in natura o versandogli una parte del proprio stipendio in denaro).

Negli obblighi di assistenza morale e materiale la giurisprudenza fa rientrare anche l’obbligo ai rapporti sessuali, per quanto questi non possano mai essere oggetto di coercizione (diversamente si ricadrebbe nella violenza sessuale). Quindi, può chiedere la separazione con imputazione di responsabilità all’altro coniuge colui che si veda rifiutare i “rapporti”.

Il diritto all’assistenza morale e materiale previsto dalla legge è sospeso nei confronti del coniuge che, allontanatosi senza giusta causa dalla residenza familiare rifiuta di tornarvi.

La contribuzione

Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia. Questo significa che ciascuno deve adoperarsi per “mandare avanti” la famiglia e, se ci sono, i figli. Ma ciò non richiede necessariamente un lavoro retribuito potendo ben essere l’obbligo di contribuzione soddisfatto attraverso il lavoro domestico o con entrambi. 

La violazione dei doveri del matrimonio

La mera inosservanza, da parte di uno dei coniugi, dei doveri del matrimonio determina solo, in caso di separazione e divorzio, la pronuncia di addebito. Dall’addebito, come si è detto, scaturiscono solo due conseguenze:

  • la perdita della possibilità di chiedere il mantenimento (sempre che ve ne fossero i presupposti);
  • la perdita della capacità di succedere all’ex coniuge qualora questi, dopo la separazione e prima del divorzio, dovesse decedere (con il divorzio, i diritti di successione vengono meno indipendentemente dall’addebito). Si perde quindi la cosiddetta legittima.

Non c’è alcun addebito se il giudice verifica che la violazione dei doveri del matrimonio sia non la causa della intollerabilità della convivenza ma la conseguenza di una situazione pregressa e conclamata, dimostrabile in giudizio.

Cos’è l’addebito?

Quando si parla di addebito si fa riferimento alla violazione di uno dei doveri del matrimonio che abbia determinato la crisi della coppia. Un tradimento perdonato non può essere causa di addebito a distanza di numerosi anni, quando ormai l’altro coniuge abbia dimostrato, con i propri comportamenti, di aver superato l’episodio.  

La dichiarazione di addebito della separazione trova fondamento nell’accertamento di comportamenti (tenuti dal coniuge consapevolmente) contrari ai doveri coniugali, nonché nell’insorgenza di una situazione di intollerabilità del protrarsi della convivenza, causalmente relazionata alla condotta addebitabile. Tuttavia, ai fini suddetti, la violazione dei doveri scaturenti dal matrimonio deve intervenire non già quando sia ormai maturata l’intollerabilità della convivenza, ma in un momento pregresso, avendo essa stessa efficacia causale nell’insorgenza della crisi coniugale. Si ha addebito quindi, ove vi siano violazioni degli obblighi matrimoniali, di regola gravi e ripetute, che diano causa all’intollerabilità della convivenza, e non quando, all’opposto, in presenza di una crisi già esplosa, uno dei coniugi tradisca l’altro.

Cognome della moglie

La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze. L’aggiunta però non cambia il nome anagrafico ma ha rilievo solo nei rapporti giuridici. Il che significa che la moglie dovrà continuare a firmarsi con il proprio cognome, quello cioè da nubile. 

Per effetto della sentenza di divorzio la donna perde il cognome che aveva aggiunto al proprio a seguito del matrimonio. Tuttavia, quando sussista un interesse, della stessa o dei figli, meritevole di tutela, il tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio.

Indirizzo della vita familiare 

I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.

Il comportamento del coniuge consistente nel rifiuto sistematico di fissare o, comunque concordare con l’altro coniuge la residenza familiare, ove sia privo di apprezzabili motivazioni giustificative (quali ad es. quelle derivanti da esigenze di lavoro) e resti collegabile a meri atteggiamenti sregolati, può determinare non soltanto la separazione giudiziale, quando renda intollerabile la prosecuzione della convivenza, ma altresì l’addebito della separazione stessa, traducendosi in una violazione palese dei doveri scaturenti dalle nozze.

In caso di disaccordo ciascuno dei coniugi può chiedere, senza formalità, l’intervento del giudice il quale, sentite le opinioni espresse dai coniugi e, per quanto opportuno, dai figli conviventi che abbiano compiuto il sedicesimo anno, tenta di raggiungere una soluzione concordata.

Ove questa non sia possibile e il disaccordo concerna la fissazione della residenza o altri affari essenziali, il giudice, qualora sia richiesto espressamente e congiuntamente dai coniugi, adotta, con provvedimento non impugnabile, la soluzione che ritiene più adeguata alle esigenze dell’unità e della vita della famiglia.

I doveri verso i figli

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni. I doveri verso i figli spettano sia in capo ai coniugi (sposati) che ai conviventi o comunque ai genitori naturali.

I genitori devono mantenere i figli fino a quando questi non raggiungano la piena indipendenza economica, quindi anche i diciotto anni, sempre che lo stato di disoccupazione non sia dovuto a loro inerzia. Con il raggiungimento di 30/35 anni (a seconda del percorso di studi), il dovere di mantenere i figli viene definitivamente meno, potendosi presumere che la loro incapacità economica sia dovuta a un comportamento colpevole e non alle difficoltà occupazionali. 

L’obbligo dei genitori di mantenere la prole sussiste per il solo fatto di averla generata e prescinde da ogni statuizione del giudice al riguardo. Detto obbligo, che incombe su entrambi i genitori in proporzione delle rispettive sostanze, non cessa con il raggiungimento della maggiore età da parte del figlio, ma perdura, immutato, sino a quando i medesimi non abbiano raggiunto un’indipendenza economica, ovvero abbiano concorso colpevolmente alla determinazione della propria non autosufficienza economica. L’onere della prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, senza averne tratto utile profitto per sua colpa o discutibile scelta, incombe sul genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo. 

Reati tra marito e moglie

Numerose possono essere le ipotesi di reati commessi da un coniuge ai danni dell’altro. Si va dalle violenze (fisiche o morali) alla violazione della privacy (si pensi al coniuge che spia all’interno dell’email o del social altrui); dalla rapina (si pensi al coniuge che strappa di mani all’altro il cellulare per vedere cosa vi sia nascosto) a quello di maltrattamenti (le continue e reiterate vessazioni). 

Non è prevista la possibilità di furto tra conviventi. 

È invece possibile querelare il coniuge che, in caso di separazione o di allontanamento dalla casa coniugale, fa mancare all’altro e/o ai figli i mezzi materiali per la sussistenza. Difatti, la sottrazione agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori o alla qualità di coniuge è punita con la reclusione fino a un anno o con la multa da € 103 a € 1.032. La norma punisce il coniuge, marito o moglie che sia, il quale abbandonando il domicilio domestico si sottragga, in danno dell’altro coniuge e degli eventuali figli, agli obblighi di assistenza morale e materiale su di lui gravanti. L’evento del reato è rappresentato dalla violazione dell’obbligo reciproco dei coniugi di assistenza materiale, obbligo che comporta il dovere di contribuire ai bisogni della famiglia in relazione alle proprie sostanze ed alla propria capacità lavorativa nonché dalla violazione dell’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli. 

Per domicilio domestico deve intendersi il luogo di dimora abituale nel quale convivono le persone della famiglia. L’abbandono penalmente rilevante presuppone l’intenzione di non fare più ritorno al domicilio domestico, desumibile dalle modalità del fatto e dal tempo trascorso, circostanze dalle quali deve emergere, ai fini dell’integrazione del reato, un deliberato proposito di non fare rientro nella casa coniugale. Necessario per l’integrazione del reato è un persistente ed ingiustificato rifiuto di coabitazione accompagnato dall’intenzione di non fare più ritorno nella casa coniugale.



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