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Che rischia chi stacca l’assegno e poi svuota il conto?

20 Marzo 2022
Che rischia chi stacca l’assegno e poi svuota il conto?

I rischi di chi emette un assegno e sul conto non ha i soldi per pagarlo.

Che rischia chi stacca l’assegno e poi svuota il conto? Come noto, l’assegno bancario, al contrario di quello circolare, non offre la certezza di una copertura dell’importo in esso indicato: sicché ben potrebbe avvenire che una persona, nonostante l’emissione dell’assegno, non abbia sufficienti soldi sul conto per pagarlo. Tuttavia, chi emette un assegno a vuoto non solo viene protestato e, a seguito di ciò, può subire un pignoramento immediato (senza neanche bisogno di una previa causa) ma viene anche segnalato nella Centrale Rischi e alla Crif, non potendo più emettere assegni e subendo una serie di penalizzazioni sul fronte bancario.

L’emissione di un assegno a vuoto, se non accompagnata da altri comportamenti, integra un semplice illecito civile e amministrativo: sul primo versante, come visto, si rischia l’azione esecutiva del creditore; sul secondo invece si subiscono le sanzioni da parte della Prefettura.

Diversa è la situazione di chi è effettivamente solvibile nel momento in cui emette l’assegno – perché il conto ne consente il pagamento – ma non lo è più poco dopo. La domanda che si pone in questa ipotesi è dunque la seguente: che rischia chi stacca l’assegno e poi svuota il conto? La questione è stata sottoposta di recente alla Cassazione [1]. 

Secondo i giudici emettere un assegno già sapendo che, subito dopo, si sarebbe svuotato il conto per impedire alla banca di pagare il titolo integra il reato di truffa. Ipotizziamo il caso di una vendita: chi mostra al venditore la quasi totalità della capienza del proprio conto su cui è tratto l’assegno in relazione all’importo della vendita per poi «svuotare quello stesso conto con prelievi bancomat, prima dell’incasso dell’assegno» commette una truffa. Elemento essenziale del reato di truffa è l’artificio o il raggiro ai danni della vittima. E queste condotte sono ben evidenti in questa articolata messinscena. 

Diversa è invece l’ipotesi in cui il soggetto debitore, dopo aver staccato l’assegno, debba far fronte a un ulteriore pagamento, imprevisto ed urgente (ad esempio una spesa medica). In tal caso, dovendo attingere i soldi dal proprio conto in un momento successivo all’emissione dell’assegno ma non avendo potuto preventivare ciò sin dall’inizio, non gli è addebitabile alcuna malizia nei confronti del creditore: mancano cioè gli artifici e i raggiri o, in poche parole, la malafede. Malafede che è essenziale per poter parlare di truffa. In questo secondo caso, quindi, non c’è alcun reato, ma un semplice illecito civile: l’inadempimento, per il quale, come già detto in apertura, scatta la possibilità di un pignoramento, il protesto e la segnalazione alle banche dati dei cattivi pagatori.

Ultima ipotesi, ma anche in questo caso si rientra nel penale, è quella di chi stacca un assegno già sapendo che il conto è vuoto senza informare di ciò il prenditore del titolo, ma rassicurandolo delle sue capacità economiche. In ipotesi di questo tipo si rischia una condanna per insolvenza fraudolenta, più lieve rispetto a quella per truffa. Qui, a differenza della truffa, non c’è alcun artificio e raggiro, se non la semplice reticenza. A differenza invece dell’inadempimento contrattuale, c’è comunque una condotta attiva, rivolta ad approfittarsi della situazione, ragion per cui si rientra nel penale.


note

[1] Cass. pen., sez. II, ud. 19 gennaio 2022 (dep. 14 marzo 2022), n. 8576.

Cass. pen., sez. II, ud. 19 gennaio 2022 (dep. 14 marzo 2022), n. 8576

Presidente Cammino – Relatore Coscioni

Ritenuto in fatto

1. Il difensore di D.R.R. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di L’Aquila del 15 giugno 2020, che confermava, per quanto qui di interesse, la sentenza di primo grado con la quale l’imputata era stata condannata per il reato di cui all’art. 640 c.p., per avere acquistato una autovettura da P.L. consegnando in pagamento un assegno privo di copertura.

1.1 Al riguardo, il difensore osserva che la parte offesa era ben a conoscenza che al momento della conclusione dell’affare l’assegno ricevuto era scoperto, tanto che anche la sentenza di primo grado aveva ritenuto verosimile quanto riferito dal cassiere della banca, “ovvero che mancava qualche spicciolo e l’assegno sarebbe stato coperto”: erano quindi del tutto insussistenti gli artifici e raggiri nella condotta della ricorrente, che al massimo poteva essere chiamata a rispondere del reato di cui all’art. 641 c.p., anche se per il mancato pagamento della autovettura la parte offesa avrebbe potuto trovare tutela solo in sede civilistica.

Considerato in diritto

2. Il ricorso è inammissibile.

2.1. Questa Corte osserva che le questioni dedotte con il presente ricorso hanno costituito oggetto di ampio dibattito processuale in entrambi i gradi del giudizio di merito, alle quali la Corte territoriale ha dato una congrua risposta sulla base di puntuali riscontri di natura fattuale e logica, disattendendo, quindi (in fatto e in diritto), la tesi difensiva dell’imputata, riproposta in modo tralaticio nuovamente in questa sede di legittimità. Le censure riproposte con il presente ricorso, vanno, quindi, ritenute null’altro che un modo surrettizio di introdurre, in questa sede di legittimità, una nuova valutazione di quegli elementi fattuali già ampiamente presi in esame dalla Corte territoriale che, alla stregua della suddetta ricostruzione fattuale, ha correttamente qualificato il fatto come truffa.

Infatti, la Corte di appello ha messo in evidenza che la ricorrente ha dapprima mostrato alla persona offesa la quasi totalità della capienza del conto su cui era tratto l’assegno in relazione all’importo della vendita, se non per una esigua somma, per poi svuotarlo con prelievi bancomat, prima dell’incasso dell’assegno; pertanto, non essendo evidenziabile alcuna delle pretese incongruità, carenze o contraddittorietà motivazionali dedotte dalla ricorrente, la censura, essendo incentrata tutta su una nuova rivalutazione di elementi fattuali e, quindi, di mero merito, va dichiarata inammissibile.

Correttamente è stata ravvisata la sussistenza del raggiro nella condotta della ricorrente, che non si è limitata a non pagare l’autovettura acquistata, ma ha aggiunto quel quid pluris necessario per configurare il reato di truffa, consistente nel comportamento sopra indicato.

3. Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di Euro 3.000,00 così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

La natura non particolarmente complessa della questione e l’applicazione di principi giurisprudenziali consolidati consente di redigere la motivazione della decisione in forma semplificata.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

Motivazione semplificata.


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