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Come opporsi ad una cartella esattoriale?

16 Marzo 2022
Come opporsi ad una cartella esattoriale?

Motivi per impugnare una cartella esattoriale: vizi, contestazioni di forma, di merito e sulla notifica. 

Non c’è chi non si chieda come opporsi a una cartella esattoriale nel momento in cui bussa alla porta l’Agente per la Riscossione. La cartella esattoriale, come noto, è un titolo esecutivo: significa che se non paghi entro 60 giorni, il fisco ti può pignorare i beni senza dover prima rivolgersi al tribunale, senza cioè bisogno di una causa. 

In realtà, anche la semplice opposizione non blocca l’efficacia della cartella se il giudice non la sospende. E a tal fine bisogna farne esplicita richiesta nell’atto di ricorso. 

Per stabilire come opporsi a una cartella esattoriale bisognerebbe leggerne il contenuto perché, oltre ai vizi di “forma”, esistono anche quelli di “merito”, relativi cioè alla sostanza; e questi ultimi possono essere giudicati solo se si conosce la storia del contribuente, la pretesa avanzata dall’amministrazione e il contenuto della stessa. Ecco perché, in questa guida, pur spiegando come impugnare una cartella esattoriale, ci riferiremo esclusivamente ai primi; i secondi peraltro, come avremo modo di spiegare a breve, non possono quasi mai essere sollevati per via dell’ormai intervenuta decorrenza dei termini. 

Ma procediamo con ordine.

Come opporsi a una cartella esattoriale: la procedura

Partiamo subito da come si impugna una cartella di pagamento, ossia la procedura da seguire.

La prima cosa da fare è verificare la data in cui si è materialmente ricevuta la cartella. Da questa data infatti ci sono 60 giorni per fare ricorso. Se la cartella è stata ritirata all’ufficio postale o al Comune, il termine decorre dal giorno del ritiro, salvo che questo sia avvenuto dopo oltre 10 giorni dal rilascio dell’avviso di giacenza poiché, in tal caso, inizia a decorrere dall’undicesimo giorno.

A questo punto bisogna verificare qual è il giudice competente. Se la cartella si riferisce al mancato pagamento di imposte (ad esempio Imu, Tari, Iva, Irpef, Canone Rai, bollo auto, addizionali, ecc.) bisogna rivolgersi alla Commissione Tributaria Provinciale, il giudice cioè competente per tutta la materia fiscale. Se la cartella è relativa invece a multe stradali, sanzioni amministrative (ad esempio quelle relative a un protesto) o al canone dell’acqua domestica la competenza è del Giudice di Pace. Se infine la cartella si riferisce all’omesso versamento di contributi all’Inps o all’Inail, il ricorso va presentato dinanzi al Tribunale ordinario, sezione lavoro.

Per il ricorso è sempre preferibile rivolgersi a un avvocato o (solo nel caso di competenza della Commissione tributaria) anche ad un commercialista o un ragioniere. E ciò per via del tecnicismo della procedura. In ogni caso, volendo, è possibile anche difendersi da soli se la controversia non supera 1.100 euro se si tratta di competenza dinanzi al Giudice di Pace o 3.000 euro se si tratta della Commissione Tributaria.

Attenzione: se il valore della cartella esattoria non supera 20.000 euro, prima del ricorso alla Commissione Tributaria bisogna avviare la cosiddetta mediazione tributaria. Essa consiste nell’obbligo di notificare il ricorso introduttivo alla controparte (l’Agente per la Riscossione e l’ente creditore) ed attendere 90 giorni affinché quest’ultimo possa valutare se annullare la cartella ritenuta illegittima o fare una proposta transattiva. Se nulla di ciò avviene, il contribuente può poi iscrivere a ruolo il ricorso e procedere oltre.

Dopo la notifica dell’atto di ricorso (e, per le liti fino a 20mila euro dinanzi alla Commissione Tributaria, l’attesa dei 90 giorni relativi alla mediazione), il contribuente deve depositare presso la cancelleria del giudice competente l’atto di ricorso e attendere la fissazione dell’udienza. Udienza alla quale dovrà partecipare per ribadire le proprie posizioni. Il tutto fino all’udienza finale.

Come anticipato, è bene che l’atto di ricorso riporti la richiesta di “sospensione dell’esecutività della cartella”, per evitare che, nelle more del giudizio, l’esattore inizi un pignoramento.

Come contestare la cartella esattoriale

Quando si contesta una cartella lo si può fare o perché la stessa presenta dei vizi di forma o perché vi sono vizi di sostanza. I vizi di forma attengono alla compilazione della cartella e possono determinare la nullità dell’atto solo se sono di gravità tale da non consentire al contribuente di difendersi (vedremo a breve quali sono i principali). I vizi di sostanza invece attengono alla legittimità della pretesa. 

Partiamo dai vizi di sostanza. Una volta arrivata la cartella, non è più possibile contestare il merito della pretesa, ossia la legittimità dell’imposta o la quantificazione della stessa. E ciò perché, semmai dovessero esserci degli errori da parte dell’amministrazione, questi andavano sollevati prima che arrivasse la cartella, ossia al ricevimento dell’avviso di pagamento. Tanto per fare un esempio, chi ritiene illegittima una multa deve far ricorso subito non appena questa gli viene notificata e non anche all’arrivo della successiva cartella, nel cui caso il ricorso sarebbe tardivo. Se perviene una cartella per un accertamento fiscale che si ritiene illegittimo non è più possibile opporsi ad esso, in quanto la contestazione andava sollevata al ricevimento dell’avviso.

Vizi di sostanza

Dunque, i vizi di sostanza della cartella contro cui proporre ricorso sono per lo più quelli attenenti alla mancata notifica del precedente atto di accertamento (la multa, l’avviso di pagamento, ecc.): in assenza di questo, difatti, il contribuente non ha potuto difendersi contestandone il merito.

Un altro tipico vizio di sostanza si verifica quando la cartella viene emessa nonostante l’avvenuto pagamento del debito. Ed ancora è il caso in cui il credito dell’amministrazione sia caduto in prescrizione. La prescrizione infatti si può compiere sia prima che intervenga la cartella, che successivamente (la notifica della cartella infatti interrompe il termine e lo fa decorrere nuovamente da capo). 

A tal fine è bene ricordare che la prescrizione è di 10 anni per tutti i tributi dovuti allo Stato (Iva, Irpef, Irap, Ires, canone Rai, imposta di registro, ecc., seppur non manca qualche sentenza che accorda la prescrizione di 5 anni all’Iva e all’Irpef); è di 5 anni per tutti i tributi dovuti alle Regioni e ai Comuni (Tari, Imu, ecc.), nonché per i contributi dovuti all’Inps e all’Inail e, infine per le multe stradali; è infine di 3 anni per il bollo auto. 

La prescrizione è sempre di 10 anni se il credito fatto valere dall’amministrazione è basato su una sentenza. 

Vizi di forma

Più nutrita è la lista dei vizi di forma di una cartella. In generale è illegittima la cartella che non rispecchi lo schema ministeriale. La cartella deve ad esempio indicare l’imposta a cui si riferisce o la sentenza di condanna. Deve poi indicare il responsabile del procedimento. Molto importante è la specificazione relativa ai criteri di calcolo degli interessi, che devono essere analiticamente indicati per ciascun anno, in modo che il contribuente possa verificare che gli stessi siano stati conteggiati correttamente. 

Vizi di notifica

Abbiamo già visto che la cartella è illegittima se il contribuente non ha prima ricevuto l’atto di accertamento contro cui eventualmente opporsi. In tal caso bisognerà fare opposizione alla cartella nelle modalità descritte sopra.

Ben potrebbe però succedere che la cartella non venga correttamente notificata, il che avviene ad esempio quando non è spedita o viene portata dal postino a un indirizzo sbagliato o non più aggiornato. Ebbene, in tali casi non è assolutamente consigliabile impugnare la cartella: l’impugnazione sarebbe la dimostrazione che il contribuente è comunque venuto a conoscenza dell’atto illegittimo, lo ha preso in mano e, quindi, leggendone il contenuto, avrebbe potuto anche contestarlo. Il che significa che non c’è stata alcuna violazione del diritto di difesa. Ecco perché si dice che l’impugnazione di una cartella notificata non correttamente sana il vizio. Ma allora cosa fare? Bisogna ignorare la cartella e poi fare ricorso contro il successivo atto dell’Agente della Riscossione (ad esempio un successivo sollecito o un pignoramento) e, in quella sede, eccepire il fatto di non aver mai ricevuto la cartella in questione. 

Un tipico vizio di notifica si verifica quando il contribuente non è reperibile. In tal caso, la Cassazione ha detto che, prima di depositare l’atto presso il Comune o l’ufficio postale, l’addetto alla notifica deve dare atto di aver effettuato ricerche sul luogo, prendendo informazioni dai presenti circa il possibile indirizzo di residenza del destinatario. 

La prova della cartella 

L’Agente per la riscossione ha l’obbligo di conservare la copia della cartella di pagamento anche quando si sia avvalso delle modalità semplificate di diretta notificazione della stessa a mezzo di raccomandata postale. Lo ha stabilito l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato [1]. Difatti, «qualora il contribuente richieda la copia della cartella di pagamento, e questa non sia concretamente disponibile, il concessionario non si libera dell’obbligo di ostensione attraverso il rilascio del mero estratto di ruolo, ma deve rilasciare una attestazione che dia atto dell’inesistenza della cartella, avendo cura di spiegarne le ragioni».

La legge stabilisce che «il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento ed ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione». Dunque l’unico elemento di incertezza è costituito dall’alternativa che la stessa pone tra due modalità di conservazione del documento: a) la copia della cartella, oppure b) la «matrice».

La «matrice» allude al tempo in cui il ruolo era ancora cartaceo (era l’originale dalla cui compilazione scaturiva la “figlia” da notificare al contribuente). Esso, una volta «dematerializzati» i ruoli ha perso di significato e valenza applicativa. La modalità alternativa di conservazione dell’atto si è concentrata, dunque, di fatto, su una sola modalità: l’effettuazione della copia della cartella.

Il sistema informatico consente oggi la stampa di un unico originale, probabilmente per evitare la duplicazione accidentale o addirittura dolosa del titolo. Ne discende la necessità di un’azione informatica o umana che consenta di tenere traccia fedele e conforme del detto originale.

Certamente può trattarsi di una copia digitale, ossia il prodotto di una copia generata direttamente dal sistema informatico oppure scannerizzata dall’operatore a valle della stampa, ma dev’essere la riproduzione conforme dell’atto, non essendo possibile, ai fini dell’accesso, adempiere alla richiesta a mezzo del rilascio di un estratto di ruolo, ossia della mera stampa di dati estrapolati dal ruolo informatizzato, ma non “organizzati” in cartella.

In caso di indisponibilità della copia della cartella suscettibile di ostensione il concessionario dovrà rilasciare specifica attestazione della mancata detenzione della cartella, avendo cura di specificarne le cause, essendo evidente che l’obbligo di concreta ostensione incontra il limite della oggettiva possibilità.


note

[1] Cons. Stato sent. n. 4/2022 del 14.03.2022.

Autore immagine: depositphotos.com


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