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Come provare le mansioni superiori?

16 Marzo 2022
Come provare le mansioni superiori?

Quando il datore di lavoro può far svolgere al dipendente mansioni diverse da quelle del contratto e come ottenere la giusta paga per ciò che si è fatto. 

Solo eccezionalmente il datore di lavoro può adibire il dipendente a mansioni superiori, fermo restando l’adeguamento della sua busta paga. Se però, nonostante il diverso inquadramento in contratto, il lavoratore dovesse essere preposto a compiti di un diverso livello, potrebbe agire per ottenere le differenze retributive, dimostrando il comportamento illecito del datore. Ma qui viene l’aspetto più complicato: la prova. Come provare le mansioni superiori? Ecco alcune importanti istruzioni in merito. 

Cosa sono le mansioni superiori? 

Sono considerate mansioni superiori quelle caratterizzate da un più elevato contenuto professionale e, di conseguenza, inserite in un livello di inquadramento superiore rispetto a quello per il quale il dipendente è stato assunto. Tale valutazione viene fatta dal contratto collettivo nazionale di lavoro che descrive ogni singola mansione inquadrandola in una diversa categoria: al crescere dell’importanza delle mansioni, cresce anche l’inquadramento del lavoratore e quindi, oltre alle responsabilità, anche la busta paga.

Quando si possono dare mansioni superiori? 

Il datore di lavoro può assegnare il dipendente a mansioni superiori solo per un tempo limitato e comunque esclusivamente in presenza delle seguenti condizioni:

  • sostituzione di altro lavoratore assente sino al rientro di quest’ultimo; 
  • oppure per tutte le altre ragioni (ad esempio, momentanea vacanza di una posizione in organico), per un periodo di fissato dai contratti collettivi o, in mancanza, per un periodo non superiore a 6 mesi continuativi. Decorso tale tempo, il lavoratore ha diritto all’inquadramento superiore.

L’assegnazione a mansioni superiori può essere decisa dal datore di lavoro:

  • attraverso comportamenti concludenti che esprimono in modo univoco la sua volontà o il suo consenso all’espletamento di mansioni superiori da parte del lavoratore, anche senza la formale previsione, nell’organigramma aziendale, della corrispondente posizione o funzione;
  • con modalità stabilite dalla contrattazione collettiva, anche senza il consenso del lavoratore.

Cosa comportano le mansioni superiori?

L’adibizione a mansioni superiori comporta per il dipendente il diritto a ricevere il trattamento economico corrispondente all’attività svolta.

Dopo l’assegnazione temporanea, il lavoratore torna alle proprie mansioni originarie.

Il lavoratore che ha svolto mansioni superiori, in concreto ed in via continuativa, ha diritto, dopo il periodo fissato dai contratti collettivi (o, in mancanza, dopo 6 mesi), al definitivo riconoscimento della qualifica superiore e al relativo trattamento, salvo che vi rinunci.

Quando le mansioni superiori sono illegittime?

Tutte le volte in cui l’adibizione del dipendente a mansioni superiori avviene in spregio delle regole appena indicate, le stesse sono considerate illegittime. Ciò però non fa venir meno il diritto di quest’ultimo a ottenere le differenze retributive. Il lavoratore cioè può agire contro il datore per ottenere la paga corrispondente alle mansioni di fatto svolte e l’eventuale modifica del contratto. 

Come dimostrare le mansioni superiori?

Il dipendente che voglia agire contro il datore di lavoro per ottenere il riconoscimento delle mansioni superiori deve intentare una causa civile. Deve quindi avvalersi di un avvocato affinché presenti un ricorso contro l’azienda dinanzi al tribunale ove si è svolto o si sta ancora svolgendo il rapporto di lavoro. 

Spetta al dipendente che agisce dimostrare l’adibizione a mansioni superiori. Su di lui incombe cioè quel che viene definito onere della prova, in assenza del quale il ricorso viene rigettato. 

Pertanto, nei casi in cui l’oggetto della controversia riguardi l’accertamento del diritto alla corresponsione di differenze retributive, e/o ulteriori voci di retribuzione, il lavoratore deve fornire la prova:

  1. dell’esistenza del rapporto di lavoro, della sua natura e durata, della sua articolazione oraria, delle mansioni svolte, 
  2. dei fatti da cui origina il diritto alla corresponsione di ogni singola voce richiesta;
  3. della descrizione delle mansioni effettivamente svolte, provando: a) la natura e il periodo di tempo durante le quali sono state svolte; b) il contenuto delle disposizioni individuali, collettive o legali in forza delle quali la superiore qualifica viene rivendicata; c) la coincidenza delle mansioni svolte con quelle descritte dalla norma individuale, collettiva o legale.

Ciò in quanto, il giudice chiamato a decidere su una domanda di questo genere, deve attuare un’analisi logico-giuridica che consta in tre fasi successive, accertando:

  • prima le attività lavorative in concreto svolte dal lavoratore, 
  • poi le qualifiche e i gradi previsti dal contratto collettivo di categoria,
  • da ultimo, raffrontando i risultati della prima indagine ed i testi della normativa contrattuale individuati nella seconda.

Tale onere probatorio, quindi, riguarda anche l’individuazione e la descrizione puntuale dei profili caratterizzanti il livello di inquadramento formalmente posseduto e non solo di quello di cui si chiede il riconoscimento. Ciò in quanto, in difetto di tale allegazione non è possibile per il giudicante effettuare quel raffronto tra profili formalmente assegnati e profili caratterizzanti le mansioni effettivamente assegnate e svolte, necessario per verificare l’ascrivibilità nella declaratoria pretesa. 

Per quanto riguarda, più concretamente, l’aspetto delle prove, il dipendente non può limitarsi a fornire la copia del contratto collettivo nazionale, da cui si evince la descrizione delle mansioni, ma dovrà provare ciò che materialmente ha fatto, se non anche tutti i giorni, almeno con una certa sistematicità. Il che potrebbe richiedere:

  • prove testimoniali di colleghi, di clienti o di fornitori (i quali saranno chiamati dal giudice a dichiarare di aver visto il ricorrente svolgere determinate attività, senza però dover specificare se queste fossero o meno incompatibili con il suo livello di inquadramento, valutazione quest’ultima che spetta solo al giudice); 
  • registrazioni, prove fotografiche o video: secondo la Cassazione, non viola la privacy il dipendente che, durante le ordinarie attività giornaliere, esegue delle registrazioni audio o video da cui si evince che lo stesso sta svolgendo determinate mansioni;
  • prove documentali come email, contratti e altri documenti recanti la firma del dipendente o del datore ove si dimostra che questi è stato adibito a mansioni superiori (si pensi a un ordine di servizio).

Leggi anche Busta paga: come dimostrare lo svolgimento di mansioni superiori


note

[1] Trib. Napoli, sent. del 2.03.2022.

Autore immagine: depositphotos.com

Tribunale Napoli Sezione L Civile Sentenza 2 marzo 2022

Data udienza 2 marzo 2022

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI NAPOLI NORD

Il Giudice Unico del Tribunale di Napoli Nord in funzione di giudice del lavoro dott. Marco Cirillo, all’udienza del 2 marzo 2022, all’esito della trattazione scritta ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella controversia iscritta al n. (…) RG.

TRA

elettivamente domiciliato in Aversa, alla via (…), presso lo studio dell’avv. (…), da cui è rappresentato e difeso

– ricorrente –

E

elettivamente domiciliata in Napoli, alla via (…), presso lo studio dell’avv. (…), da cui è rappresentata e difesa

– resistente-

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Con ricorso depositato in data 20/12/2018 presso il Tribunale di Napoli Nord, sezione lavoro, il ricorrente ha convenuto in giudizio la(…) ma chiedendo l’accertamento del diritto alle spettanze retributive allegate, con conseguente condanna al pagamento delle differenze risultanti dai conteggi allegati al ricorso. Nello specifico, il ricorrente ha dedotto:

a) Di aver lavorato per la resistente dal 18.11.2010 al 29.11.2016 con inquadramento nel livello 1 CCNL Metalmeccanica – Industria e contratto di lavoro a tempo pieno per 40 ore settimanali dal lunedì al venerdì;

b) Di aver svolto mansioni di assistenza ai lavori di specializzazione, preparazione degli strumenti, del cantiere e dei materiali fino al mese di maggio 2015, momento in cui ha iniziato a svolgere mansioni superiori a quelle di inquadramento, ovvero quelle di saldatore di acciaio, alluminio ed altri materiali metallici, senza ricevere il corretto inquadramento;

c) Di avere quindi diritto alle differenze retributive per tali mansioni superiori, per le ferie maturate e per la tredicesima mensilità.

Ritualmente citata in giudizio, la resistente si è costituita in data 31/05/2019 ed ha chiesto il rigetto del ricorso a vario titolo.

La presente controversia, trattata per la prima volta dal sottoscritto giudicante in data 29/12/2021, dopo lo svolgimento dell’attività istruttoria decisa dal precedente titolare del ruolo, ritenuta matura per la decisione, è stata rinviata per la discussione, con la concessione di termine per il deposito di note di discussione.

Nelle note di trattazione scritta per la presente udienza, quindi, le parti hanno chiesto la decisione della causa.

Il ricorso è infondato e deve essere rigettato per le ragioni di seguito riportate.

In via preliminare deve rilevarsi che le domanda di spettanze retributive formulate dal ricorrente nelle proprie conclusioni sono relative a tre voci (mansioni superiori, ferie non godute e tredicesima mensilità), di modo che è esclusivamente in relazione a tali voci che deve essere limitato l’oggetto del giudizio, senza potersi fare riferimento a quanto ulteriormente calcolato nei conteggi allegati al ricorso.

Venendo quindi all’analisi del merito del ricorso, il rapporto di lavoro intercorso tra le parti non è in contestazione, essendo riconosciuto da entrambe oltre che risultante dalla documentazione allegata agli atti. Secondo la prospettazione di parte ricorrente, le spettanze retributive richieste deriverebbero essenzialmente dallo svolgimento di mansioni superiori a partire da un determinato momento e fino alla cessazione del rapporto.

In relazione alla domanda proposta, quindi, questo giudice condivide il granitico orientamento giurisprudenziale secondo cui “il lavoratore che rivendica nei confronti del datore di lavoro una superiore qualifica professionale in relazione alle mansioni svolte ha l’onere di dimostrare la natura e il periodo di tempo durante il quale le mansioni sono state svolte, il contenuto delle disposizioni individuali, collettive o legali in forza delle quali la superiore qualifica viene rivendicata, la coincidenza delle mansioni svolte con quelle descritte dalla norma individuale, collettiva o legale. Non gravando sul datore di lavoro l’onere di dimostrare la non inquadrabilità delle mansioni svolte dal lavoratore nelle norme collettive da questi invocate ai fini del preteso diritto alla qualifica superiore e di conseguenza restando ininfluente ogni ulteriore considerazione circa l’idoneità dell’offerta probatoria da parte dell’Ente” (cfr. tra le tante Cassazione civile sez. lav., 01/03/2021, n. 5536)

L’onere della prova incombente sul lavoratore, dunque, copre l’intero spettro delle allegazioni necessarie per consentire la verifica da parte del giudice della fondatezza delle proprie asserzioni.

Ne deriva che poiché “il giudice deve quindi procedere in tre fasi successive, accertando in primo luogo in atto le attività lavorative in concreto svolte, individuando poi le qualifiche e i gradi previsti dal contratto collettivo di categoria e raffrontando, infine, i risultati della prima indagine ed i testi della normativa contrattuale individuati nella seconda” (Tribunale Roma sez. lav., 17/07/2020, n. 4648), perché sia possibile al giudice la valutazione delle prospettazioni di parte ricorrente questi è onerato non solo di provare di aver svolto le mansioni in relazione alle quali si chiede il superiore inquadramento, ma anche che le stesse determinino tale superiore inquadramento richiesto; in altri termini, perché sia correttamente rispettato l’onere probatorio incombente sul datore di lavoro è necessario che ancor prima questi abbia correttamente adempiuto all’onere di puntuale allegazione che, in relazione al tipo di domanda proposta, implica anche necessariamente la corretta indicazione delle disposizione della contrattazione collettiva che devono essere tra loro comparate per verificare la fondatezza della domanda.

In tal senso, quindi, è stato correttamente affermato in giurisprudenza che “in una causa per l’accertamento dello svolgimento di mansioni superiori a quelle formalmente assegnate grava sul Lavoratore l’onere di allegazione dell’inesatto adempimento. Tale onere consta anche nella individuazione e descrizione puntuale in giudizio della declaratoria contrattuale contenente i profili caratterizzanti il livello di inquadramento formalmente posseduto e non solo di quello di cui si chiede il riconoscimento. In difetto di tale allegazione non è possibile effettuare quel raffronto tra profili formalmente assegnati e profili caratterizzanti le mansioni effettivamente assegnate e svolte, necessario per verificare l’ascrivibilità nella declaratoria pretesa, piuttosto che in quella di formale inquadramento, dei compiti disimpegnati. Gli oneri di allegazioni e di deduzione, intesi come specificazione dei fatti costitutivi della domanda, non possono essere integrati attraverso produzioni documentali (copia del CCNL), ma devono essere compiutamente indicati nella domanda originaria, in quanto volti a definire la causa petendi” (Tribunale Reggio Calabria sez. lav., 28/11/2018, n. 1657).

Ebbene, nel presente giudizio parte ricorrente non ha allegato nemmeno il CCNL di riferimento, né ha indicato in ricorso le declaratorie contrattuali di riferimento in modo da consentire al giudice la verifica della fondatezza delle proprie pretese.

Ne deriva che la domanda deve essere inevitabilmente rigettata a fronte della grave carenza in punto di allegazione.

Nessun rilievo, infatti, assume la prova testimoniale svolta nel corso del processo – che peraltro non ha dato un esito positivo rispetto alle allegazioni di parte ricorrente – non essendo possibile per il giudice procedere alla verifica della correttezza dell’inquadramento a fronte della grave carenza di allegazione rilevata.

Allo stesso modo deve essere rigettata la domanda proposta relativa al pagamento delle ferie non godute ed alla tredicesima: anche in relazione alla domanda relativa alle ferie, infatti, l’onere probatorio incombe sulla parte ricorrente che avrebbe dovuto chiarire in relazione a quali anni ha richiesto ferie che non gli sono state concesse, in quale misura, e chiarendo se le stesse sono state o meno retributive.

Quanto alla domanda relativa alla tredicesima, invece, l’onere probatorio del corretto adempimento della prestazione derivante dalla legge e dalla contrattazione collettiva ricade sul datore di lavoro. Perché possa operare tale principio di ripartizione dell’onere probatorio, tuttavia, è necessario che parte ricorrente abbia correttamente provveduto ad una precisa allegazione di quanto richiesto: nel presente giudizio, al contrario, il ricorrente riferisce genericamente di richiedere il pagamento di tredicesime mensilità, senza quindi che si possa effettivamente individuare in relazione a quale anno ritiene di non essere stato correttamente pagato dal datore di lavoro.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Giudice del lavoro, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza disattesa, così provvede:

– rigetta il ricorso;

– condanna il sig. (…) al pagamento delle spese di lite nei confronti della (…), che liquida in Euro 1.952,30, oltre spese generali, IVA e cpa come per legge, con attribuzione.

Si comunichi.

Così deciso in Aversa, il 2 marzo 2022.

Depositata in Cancelleria il 2 marzo 2022.


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