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Entro quanto tempo contestare il licenziamento?

17 Marzo 2022
Entro quanto tempo contestare il licenziamento?

Impugnazione giudiziale e stragiudiziale del licenziamento: i termini che il lavoratore deve rispettare per opporsi al recesso del datore di lavoro. 

Il lavoratore che intende contestare il licenziamento deve farlo entro un termine prestabilito dalla legge (anzi, come vedremo a breve, i termini da rispettare sono due). Diversamente, egli perde ogni tutela: non potrà né chiedere l’annullamento del provvedimento illegittimo, né esigere il risarcimento del danno. Ragion per cui è necessario sapere entro quanto tempo contestare il licenziamento: anche un solo giorno di ritardo non verrebbe tollerato dalla legge. 

Di tanto parleremo meglio nel seguente articolo. 

Primo termine di impugnazione del licenziamento

Il licenziamento intimato nell’ambito di un contratto a tempo indeterminato deve essere impugnato, a pena di decadenza, entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, oppure dalla comunicazione, anch’essa in forma scritta, dei motivi, ove non contestuale. È quella che si chiama «impugnazione stragiudiziale» (vedremo a breve il motivo di tale nome).

Più nel dettaglio, entro il termine di 60 giorni da quando ha ricevuto la lettera del datore di lavoro, il dipendente deve, a sua volta, spedire un’altra lettera (vedremo a breve in che modo) con cui comunica l’intenzione di opporsi al licenziamento. Basta una formula generica, non essendo richiesta – almeno in questa sede – l’indicazione dei motivi. 

Il termine di 60 giorni per la contestazione del licenziamento decorre non da quando il datore ha inviato la notizia, ma solo a partire dal momento in cui il lavoratore ne ha avuto conoscenza in forma scritta.

Il giorno di ricezione della comunicazione costituisce la “data certa” e da esso decorre il termine di decadenza di 60 giorni. 

Al riguardo, la Cassazione ha precisato che il termine perentorio fissato per l’impugnazione del licenziamento decorre dal momento in cui la dichiarazione di licenziamento è pervenuta all’indirizzo del lavoratore, salva la dimostrazione, da parte del medesimo, che egli, senza sua colpa, fosse impossibilitato ad avere conoscenza della lettera di licenziamento (si pensi a un dipendente che sia stato tratto in arresto o che sia ricoverato in ospedale).

Che succede se il licenziamento è con preavviso?

Poiché il licenziamento si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore giunge a conoscenza del lavoratore, anche se l’efficacia viene differita a un momento successivo, il termine di decadenza di 60 giorni decorre dalla comunicazione del licenziamento e non già dalla data di effettiva cessazione del rapporto [1].

Pertanto, se il licenziamento avviene “con preavviso”, il termine entro cui inviare la contestazione non inizia a decorrere dalla scadenza del preavviso ma dalla lettera di licenziamento.

Contestazione licenziamento: fa fede la data di spedizione della lettera?

C’è da verificare se, ai fini della tempestività dell’invio della contestazione del licenziamento, faccia fede la data di spedizione della contestazione stessa o quelle di ricevimento da parte del datore di lavoro. In buona sostanza, ci si è chiesto se, entro i 60 giorni, è sufficiente spedire la lettera o accertarsi che questa sia già pervenuta al destinatario. Secondo la giurisprudenza, l’impugnazione del licenziamento tramite dichiarazione spedita al datore con raccomandata è tempestivamente effettuata quando la spedizione avvenga entro 60 giorni dalla comunicazione del recesso, anche se essa sia ricevuta dal datore oltre tale termine [2].

Come inviare la lettera di contestazione del licenziamento?

La contestazione del licenziamento deve avvenire in forma scritta. La modalità non è indicata dalla legge. Pertanto si può procedere con raccomandata a.r., lettera consegnata a mano, telegramma o anche tramite pec. 

Nel caso della posta elettronica certificata è valida l’impugnazione del licenziamento inviata dall’avvocato del lavoratore. Il termine per l’impugnazione giudiziale decorre dalla data in cui il gestore di posta elettronica del destinatario fornisce al mittente la ricevuta di avvenuta consegna, ossia la cosiddetta RdAc [3].  

Che succede se il lavoratore non invia la contestazione del licenziamento?

Al lavoratore che non abbia tempestivamente contestato per iscritto il licenziamento non solo è preclusa la possibilità di far accertare dal giudice l’illegittimità del licenziamento stesso ma anche quella di avanzare eventuali pretese risarcitorie con riferimento a danni che siano connessi al licenziamento medesimo.

In assenza dell’impugnazione del recesso comunicato direttamente al datore con atto scritto entro 60 giorni, la richiesta del tentativo di conciliazione avanzata da parte del dipendente presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro non ha valenza di impugnazione. Pertanto, nel caso in cui siano trascorsi 60 giorni da quello in cui il licenziamento è stato comunicato, il lavoratore deve intendersi decaduto dalla facoltà di impugnare il recesso [4].

Attenzione però: secondo una giurisprudenza più recente [5]  se è vero che, spirato il termine, il lavoratore non può più chiedere la riassunzione o reintegrazione e il risarcimento del danno con i criteri di tali tutele, questi può comunque adire il giudice per il ristoro dei danni conseguenti al licenziamento ritrosivo o ingiurioso, facendo valere i relativi presupposti. Tale ricorso, quindi, non riguarda il riconoscimento della violazione di un diritto, bensì, considerato che mira a ottenere la mera quantificazione di un danno, va presentato entro il termine di cinque anni. 

Secondo termine di impugnazione del licenziamento

Non basta la sola lettera di contestazione del licenziamento per ottenerne l’annullamento. È necessario rispettare un secondo adempimento. Il lavoratore deve cioè, tramite il proprio avvocato, depositare il ricorso contro il datore di lavoro, presso la cancelleria del tribunale competente, entro 180 giorni dall’invio della lettera di contestazione. È ciò che viene chiamato «impugnazione giudiziale», proprio perché – a differenza della precedente lettera di contestazione – questa volta richiede un atto giudiziario (il ricorso).

In alternativa al ricorso in tribunale, il dipendente, sempre nel termine di 180 giorni, può anche presentare una richiesta di conciliazione o arbitrato.

Come chiarito dalla giurisprudenza, l’impugnazione del licenziamento, anche se tempestiva, è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di 180 giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o, in alternativa a questa, dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato. Qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo [6].

Da quando decorre il termine per depositare il ricorso in tribunale?

Il termine di 180 giorni successivi all’impugnazione del licenziamento, stabilito a pena di decadenza per il deposito del ricorso giudiziale, decorre dalla data di spedizione della raccomandata contenente l’impugnazione [7] e non da quella del suo ricevimento da parte del datore, né dallo scadere dell’intero periodo dei primi 60 giorni previsto per l’impugnativa stragiudiziale del recesso [8].


note

[1] Cass. 11.2.2016, n. 2747; Cass. 24.3.204, n. 6845

[2] Trib. Roma 15.9.2016.

[3] Trib. Firenze 5.2.2014.

[4] Trib. Reggio Emilia, ord. 10.6.2013

[5] Cass. 10.1.2007, n. 245

[6] Art. 6, co. 2, L. 15.7.1966, n. 604

[7] Cass. 7.10.2015, n. 20068, Cass. 20.3.2015, n. 5717.

[8] Cass. 14.7.2016, n. 14378.

Autore immagine: depositphotos.com


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