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Separazione e risarcimento per infedeltà: necessarie due cause distinte

8 Settembre 2014
Separazione e risarcimento per infedeltà: necessarie due cause distinte

Le domande non possono essere cumulate in un unico giudizio.

Ti vuoi separare perché lei o lui ti ha tradito e, in più, vuoi chiedergli il risarcimento del danno? Purtroppo non puoi fare tutto in un’unica causa, ma sono necessari due autonomi giudizi. È quanto chiarito dalla Cassazione poche ore fa [1].

Contro i fedifraghi, i giudici possono concedere (su richiesta) il risarcimento del danno, ma solo a una condizione: che il tradimento sia stato realizzato con modalità tali da oltrepassare la semplice offesa insita nella stessa infedeltà, ossia in modo da recare una sofferenza fisica o morale (è il caso, per esempio, della relazione con un parente del coniuge o con il/la migliore amico/a). A riguardo leggi: “Adulterio: risarcimento se c’è sofferenza fisica o morale“.

Tuttavia, tale indennizzo non può essere chiesto, contestualmente, con il ricorso per la separazione. La motivazione è piuttosto tecnica [2], ma si può essere sintetizzare in questo modo: si tratta di domande completamente diverse, che seguono procedure diverse, da proporsi quindi davanti a magistrati differenti. Insomma, le richieste non possono essere cumulabili, ma è necessario instaurare una seconda causa ordinaria (che, quindi, non seguirà il rito di famiglia).

Piaccia o no, bisogna delegare due volte l’avvocato, pagare due volte il contributo unificato, attendere due sentenze, con tutti gli oneri che ne conseguono. È vero che, qualora il giudice lo ritenga possibile, si può evitare di chiamare due volte i testimoni, perché, una volta accertato il tradimento nel giudizio di separazione, nell’autonomo giudizio di risarcimento si può partire da questo dato di fatto per procedere poi alla sola quantificazione del danno e, quindi, della somma da pagarsi.


note

[1] Cass. sent. n. 18870 dell’8.09.2014.

[2] Sul punto Piazza Cavour ha spiegato che l’art. 40, cod. proc. civ., nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990, consente il cumulo nello stesso processo di domande soggette a riti diversi esclusivamente in presenza di ipotesi qualificate di connessione cd. “per subordinazione” o “forte” (art.31, 32, 34, 35 e 36, cod. proc. civ.), stabilendo che le stesse, cumulativamente proposte o successivamente riunite, devono essere trattate secondo il rito ordinario, salva l’applicazione del rito speciale, qualora una di esse riguardi una controversia di lavoro o previdenziale, e quindi esclude la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente ai sensi dell’art. 33 o dell’art.103, cod. proc. civ., e soggette a riti diversi.

Autore immagine: 123rf com


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