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Farsi licenziare: conseguenze

17 Marzo 2022
Farsi licenziare: conseguenze

Conseguenza licenziamento per giusta causa: assegno di disoccupazione, Tfr, risarcimento. 

L’assegno di disoccupazione spetta solo al dipendente licenziato (anche se per giusta causa) o che sia stato costretto a dimettersi per un comportamento colpevole del proprio datore come, ad esempio, il mancato pagamento dello stipendio (sono le cosiddette dimissioni per giusta causa). Non spetta invece a chi “si licenzia” volontariamente (ossia dà le dimissioni per propria scelta). 

Spesso però succede che alcuni dipendenti, pur di ottenere l’assegno di disoccupazione (la cosiddetta Naspi), non si presentano sul lavoro in modo da costringere il datore a licenziarli per assenza ingiustificata. Oppure violano volontariamente il contratto di lavoro, così sollecitando un licenziamento disciplinare. Ma quali sono le conseguenze del farsi licenziare? Si può rischiare una richiesta di risarcimento del danno o la perdita del trattamento fine rapporto (Tfr)? 

La questione ha di recente interessato la giurisprudenza della stessa Cassazione. La Suprema Corte è stata chiamata ad esprimersi sulla legittimità della condotta del dipendente che non si presenta sul lavoro, senza darne comunicazione al proprio capo e, soprattutto, senza inviare certificati medici. 

Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Farsi licenziare: spetta la disoccupazione?

Chi riesce a farsi licenziare ottiene l’assegno di disoccupazione, la Naspi. Per quanto la condotta sia, in un certo senso, “fraudolenta” perché volta ad ottenere – con un sotterfugio – un sussidio che altrimenti non spetterebbe (essendo la risoluzione del rapporto di lavoro determinata da una causa riconducibile alla volontà del dipendente e non del datore), nessun giudice o amministrazione ha mai detto il contrario. Ragion per cui, anche quando il dipendente compie un grave comportamento che porta l’azienda a licenziarlo, l’Inps gli deve erogare la Naspi.

Farsi licenziare: spetta il Tfr?

Altro dubbio ricorrente è se al dipendente licenziato per giusta causa (come appunto nell’ipotesi di assenza ingiustificata) spetti il trattamento di fine rapporto. Qui la questione è ancora più pacifica: il Tfr spetta indipendentemente dalle ragioni della risoluzione del rapporto di lavoro. Esso infatti è un accantonamento che viene eseguito, dal datore di lavoro, su ogni singola busta paga del lavoratore. Sicché sono somme che già competono a quest’ultimo ma che gli vengono erogate solo alla cessazione del rapporto di lavoro. Nessun dubbio quindi che chi viene licenziato, qualsiasi sia la ragione, ha comunque diritto alla “buonuscita”. 

Farsi licenziare: rischi

Di recente la Cassazione ha giudicato il comportamento di un dipendente in malafede rimasto a casa volontariamente, senza inviare certificati medici all’azienda e senza comunicare le ragioni della propria assenza, proprio perché, pur avendo espressamente chiesto al proprio datore di licenziarlo per poter così conseguire la Naspi, non aveva ottenuto quanto sperato. Così facendo il dipendente voleva costringere l’azienda a licenziarlo, seppur per giusta causa, in modo da incassare dall’Inps l’assegno di disoccupazione. Senonché l’azienda ha poi agito contro di lui per ottenere il risarcimento del danno. E i giudici ne hanno accolto la richiesta. Difatti, l’azienda che licenzia è tenuta a versare allo Stato una tassa, il cosiddetto “ticket Naspi” che serve appunto a finanziare il fondo dell’Inps per i sussidi di disoccupazione. Ebbene, secondo la Cassazione è giusto che il dipendente che si comporta in modo da farsi licenziare risarcisca al datore il danno pari al ticket Naspi. Affinché ciò avvenga, però, è necessario che il datore intenti una causa contro l’ex dipendente, cosa che non sempre succede per via dei tempi e dei costi.

In ogni caso, se il datore dovesse ottenere il risarcimento da parte del dipendente in malafede, il relativo importo riconosciutogli dal giudice gli verrà scalato dall’ultima busta paga o dal trattamento di fine rapporto.

In sintesi, la nuova pronuncia della Cassazione vuol porre fine alla deprecabile pratica dei lavoratori che si fanno licenziare solo per prendere la disoccupazione. Viene così specificato: l’azienda costretta a licenziare il dipendente per via delle assenze ingiustificate ha diritto a ottenere dal lavoratore il risarcimento del danno pari all’importo del ticket Naspi versato all’Inps. La volontà di cessare il rapporto è difatti riconducibile al lavoratore, assentatosi deliberatamente al solo fine di farsi licenziare e poter così avere diritto alla Naspi. 

Approfondimenti

Farsi licenziare per la disoccupazione: cosa si rischia

Farsi licenziare per assenza ingiustificata


note

[1] Cassazione sent. n. 160/2020. Cfr. anche trib. Udine, sent. n. 106/2020.


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