Diritto e Fisco | Articoli

Responsabilità del parcheggio dell’aeroporto per furto d’auto

20 Marzo 2022
Responsabilità del parcheggio dell’aeroporto per furto d’auto

A chi chiedere il risarcimento se ti rubano l’auto lasciata sull’area di parcheggio davanti all’aeroporto?

Semmai ti dovessero rubare l’auto dopo averla lasciata nel parcheggio dell’aeroporto, la società che gestisce lo spazio sarebbe responsabile e, pertanto, tenuta a risarcirti? La questione è stata posta all’attenzione della Cassazione, a dimostrazione di come, evidentemente, neanche le sbarre elettroniche e le transenne riescano a volte a dissuadere i malintenzionati. 

La Suprema Corte, chiamata ad esprimere il proprio parere [1] in tema di responsabilità del parcheggio dell’aeroporto per furto, ha stabilito che la società privata che gestisce l’area destinata ai veicoli è responsabile ed è pertanto tenuta a risarcire il danno al titolare dell’automobile. La questione si pone, a maggior ragione, per tutti quegli spazi ove non c’è altro luogo ove parcheggiare se non appunto lo spazio dato in concessione a tali società private (concezione che avviene tramite apposita gara [2]).

Dello stesso parere è stato il tribunale di Roma [3] che tuttavia si è espresso non già in tema di furto ma di danni causati ai veicoli durante la sosta. Secondo il tribunale della capitale il contratto atipico di posteggio auto nel parcheggio lunga sosta di un aeroporto, con assunzione dell’obbligo di custodia, va qualificato «deposito» e non «locazione di area»; sicché, al pari di qualsiasi altro deposito, il gestore del parcheggio è responsabile dei danni arrecati da ignoti all’automezzo durante la sosta. Pertanto l’eventuale cartello, posto nel parcheggio, così come la clausola riportata nel regolamento del parcheggio stesso, secondo cui il gestore non si assume la responsabilità per i danni cagionati da terzi, è priva di qualsiasi efficacia. 

Risultato: sia che l’auto venga rubata che danneggiata, la società che gestisce il parcheggio dell’aeroporto è responsabile. Ed a confermarlo è anche un’altra sentenza della Cassazione [4], seppur di qualche anno fa. In questa pronuncia si afferma che al «contratto di parcheggio meccanizzato» (che ricorre nell’ipotesi in cui sussiste la predisposizione di un’area di parcheggio di veicoli alla quale si accede attraverso sistemi automatici e sono previsti sistemi automatici di pagamento della prestazione e prelievo del veicolo, come appunto nel caso di parcheggio presso un aeroporto) si applicano le norme relative al deposito. Oggetto di tale contratto «è la messa a disposizione di uno spazio insieme alla custodia del veicolo. In tali casi, l’offerta della prestazione di parcheggio, cui segue l’accettazione attraverso l’immissione del veicolo nell’area, ingenera l’affidamento che in essa sia compresa la custodia. Restano pertanto irrilevanti eventuali condizioni generali di contratto predisposte dall’impresa che gestisce il parcheggio che escludano un obbligo di custodia (nella specie richiamate nella scheda fornita dagli apparecchi automatici) poiché – per il modo rapidissimo in cui il contratto si conclude – è legittimo ritenere che tale conoscenza sfugga all’utente». In buona sostanza, ciò che dice giustamente la Cassazione, è che è assai improbabile che l’automobilista legga il regolamento della società che gestisce il parcheggio con cui questa si esonera da ogni responsabilità. Pertanto tale esonero è come se fosse inesistente. 

In ogni caso, la responsabilità del titolare del parcheggio dell’aeroporto non esclude il risarcimento da parte della compagnia di assicurazioni con cui si sia concluso una polizza furto. In tal caso l’automobilista non può raddoppiare il risarcimento ma, concorrendo i due risarcimenti, può raggiungere l’importo pari al valore effettivo del mezzo. 

Sempre in materia di parcheggio davanti all’aeroporto, è interessante citare una sentenza del Tar Bologna [5] che, seppur con l’argomento della responsabilità del parcheggio per il caso di furto non ha nulla a che vedere, tornerà comunque utile a chi non sa dove mettere l’auto: «Chi accompagna una persona in aeroporto deve poter disporre di qualche minuto per consentire la salita e la discesa del passeggero, senza costi particolari. Ma questa regola non vale per i taxi e per i mezzi di maggiori dimensioni dedicati al trasporto professionale di persone. Navette e veicoli ingombranti posso infatti essere ammessi al legittimo pagamento di 10 euro anche solo per qualche minuto di fermata davanti al terminal».


note

[1] Cass. sent. n. 8601/2022.

[2] T.A.R. , Venezia , sez. I , 23/08/2017 , n. 797 «Il servizio di parcheggio auto da parte del concessionario di un aeroporto deve essere effettuato mediante procedura ad evidenza pubblica, come precisato dal “considerando” n. 25 della direttiva 2014/23/UE».

[3] Trib. roma, sent. 13.01.2001.

[4] Cass. sent. n. 3863/2004.

[5] Tar Bologna , sez. I , 21/12/2015 , n. 1162

Cass. civ., sez. II, ord., 16 marzo 2022, n. 8601

Presidente Di Virgilio – Relatore Casadonte

Rilevato in fatto e ritenuto in diritto

1. Con ricorso notificato in data 17/06/2017 S.G. chiede la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Roma depositata il 11/4/2017 e notificata il 20/4/2017 con cui è stata respinta la domanda dal medesimo proposta nei confronti di Aeroporti di Roma (…) s.p.a..

2. Esponendo di aver subito il furto della propria automobile mentre era posteggiata nel parcheggio multipiano dello scalo dell’aeroporto di (omissis) , S.G. ha convenuto in giudizio la società (…) S.p.a. (d’ora in poi solo (…)), gestrice dell’anzidetto parcheggio, affinché ne venisse accertata e dichiarata la responsabilità civile, con conseguente condanna della convenuta al risarcimento del danno e delle spese di lite.

3. Si è costituita in giudizio (…), che, eccependo in via preliminare il proprio difetto di legittimazione passiva, ha concluso per il rigetto delle domande attoree.

4. Il Tribunale di Civitavecchia, con sentenza n. 1058/2008, dopo aver rilevato che si trattava di parcheggio meccanizzato, ha qualificato il contratto concluso inter partes come contratto atipico per la cui disciplina occorre far riferimento alle norme sul deposito con conseguente obbligo del depositario alla custodia del bene.

5. Pertanto il primo giudice ha accolto la domanda attorea e ha condannato (…) al risarcimento del danno, liquidato in Euro 17.772,72 oltre interessi, a favore di S. , nonché al pagamento delle spese di lite.

6. Avverso detta sentenza ha spiegato appello (…), lamentando l’erronea qualificazione giuridica del negozio intervenuto tra le parti, l’erronea valutazione sull’an debeatur, l’infondatezza della domanda e la mancanza di prove in ordine al preteso furto.

7. Si è costituito in giudizio S. che, contestando l’impugnazione proposta, ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado.

8. La Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 2407/2017, ha riformato la sentenza di prime cure, accogliendo l’appello proposto da (…).

9. La Corte territoriale ha rilevato l’intervento della pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di cassazione n. 14319/2011 che ha affermato il principio di diritto per cui l’area di sosta a pagamento non comporta l’assunzione dell’obbligo del gestore di custodire i veicoli su di essa parcheggiati se l’avviso “parcheggio incustodito” è esposto in modo adeguatamente percepibile prima della conclusione del contratto (art. 1326 c.c, comma 1, e art. 1327 c.c.), perché l’esclusione attiene all’oggetto dell’offerta al pubblico ex art. 1336 c.c. (senza che sia necessaria l’approvazione per iscritto della relativa clausola, ai sensi dell’art. 1341 c.c., comma 2, non potendo presumersene la vessatorietà), e l’univoca qualificazione contrattuale del servizio, reso per finalità di pubblico interesse, normativamente disciplinate, non consente, al fine di costituire l’obbligo di custodia, il ricorso al sussidiario criterio della buona fede ovvero al principio della tutela dell’affidamento incolpevole sulle modalità di offerta del servizio stesso (quali, ad esempio, l’adozione di recinzioni, di speciali modalità di accesso ed uscita, di dispositivi o di personale di controllo).

10. Nel caso di specie, la Corte d’appello ha rilevato che: i) il servizio offerto da (…), ancorché gestito da soggetto privato, assolve a finalità di interesse pubblico, ii) nel giudizio di primo grado la società appellante ha provato per testi che prima dell’ingresso alle pareti di tutti i parcheggi vi è un cartello, visibile e leggibile, nel quale si indica che il parcheggio non è custodito.

11. Sulla scorta di queste considerazioni, il giudice del gravame ha pertanto sussunto il rapporto tra le parti entro la figura della locazione atipica e non, invece, del deposito, per l’effetto condannando S. alla restituzione della somma versata da (…) in esecuzione della sentenza impugnata.

12. S. impugna per cassazione detta sentenza con ricorso affidato a quattro motivi, cui resiste (…), con controricorso notificato in data 25/07/2017.

13. Entrambe le parti, in prossimità dell’adunanza camerale, hanno depositato memoria ex art. 380bis.1 c.p.c.

14. Posto che quanto rubricato dal ricorrente come primo motivo non denuncia un vizio della sentenza impugnata, ma si limita a sostenere l’ammissibilità del presente ricorso, il secondo motivo è rubricato “falsa applicazione di norme di diritto, con riferimento alla L. n. 122 del 1989, al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 7, comma 1, lett. f) (C.d.S.), violazione e falsa applicazione dell’art. 1322 c.c. e art. 1362 c.c. e ss., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

14.1. Il ricorrente assume l’erroneità della sentenza impugnata per aver ritenuto l’attività di parcheggio gestita da (…) per scopo di lucro su area privata senza che per il privato sia possibile rinvenire un’area per la sosta non a pagamento, assimilabile all’attività di parcheggio gestita su area demaniale, anche in concessione, di cui al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 7 comma 1, lett. f).

15. Il terzo motivo è rubricato “violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., nonché degli artt. 115,116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”.

15.1. Il ricorrente lamenta che la Corte d’appello abbia fatto cattivo governo delle disposizioni che disciplinano l’acquisizione e la valutazione delle prove, nonché il principio di non contestazione, per aver posto a fondamento della decisione una circostanza – ossia, la presenza del cartello recante la scritta “parcheggio non custodito”-, mai dedotta da (…), ma riferita dal teste (peraltro di dubbia credibilità, in quanto dipendente di (…)) su richiesta del giudice, senza che S. avesse avuto la possibilità di contraddirla.

16. Il quarto motivo è rubricato “violazione di norme di diritto con riferimento agli artt. 1322,1766-1782 c.c. e falsa applicazione di norme di diritto con riferimento agli artt. 1571-1606 c.c., violazione dell’art. 1341 c.c., comma 2, art. 1362 c.c., comma 2, violazione dell’art. 33 e seguenti del Codice del Consumo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

16.1. Il ricorrente censura la sentenza d’appello per aver sussunto la fattispecie entro la figura del contratto di locazione atipico, e non entro quella del deposito, laddove il contratto di parcheggio differirebbe da quello di locazione sotto il profilo causale, non essendo l’area oggetto di posteggio concessa in godimento continuato del locatario.

16.2. Inoltre, censura la sentenza per non aver ritenuto la clausola di esclusione dell’obbligo di cauzione vessatoria o comunque nulla ai sensi dell’art. 33 Codice del consumo, nonostante il consumatore sia privo dell’effettiva possibilità di scelta, essendo tutti i parcheggi dell’aeroporto di (omissis) gestiti da (…).

17. Il quinto motivo denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

17.1 Il ricorrente lamenta che la Corte d’appello abbia omesso di valutare le dichiarazioni del teste N. , che ha riferito della presenza di telecamere di sorveglianza all’interno delle aree di parcheggio, fatto che sarebbe decisivo in quanto tale da qualificare in termini univoci il servizio reso come comprensivo della custodia delle autovetture parcheggiate.

18. Osserva il Collegio che il secondo motivo, con cui si denuncia la falsa applicazione della L. n. 122 del 1989 cd. Legge Tognoli e del D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 7, comma 1, lett. f) è fondato.

19. La Corte, nella pronuncia a Sezioni Unite n. 14319/2011, ha identificato puntualmente la fattispecie alla quale applicare il principio di diritto ivi enunciato.

19.1. In primo luogo, è stato evidenziato che la L. n. 122 del 1989, cd. Legge Tognoli, mira a ovviare al problema della paralisi della circolazione stradale attraverso la realizzazione e la organizzazione di un servizio essenziale per le città e per i loro abitanti mediante la creazione di aree di parcheggio dei veicoli privati finalizzate all’interscambio con sistemi di trasporto collettivo.

19.2. A tal fine, la legge ha previsto che i Comuni interessati al perseguimento di detta finalità possano provvedere alla progettazione ed alla realizzazione di dette aree, anche attraverso imprese convenzionate, avvalendosi del finanziamento pubblico fornito dalla Cassa Depositi e Prestiti (artt. 3, 5, 6, 8).

19.3. Inoltre, i suddetti interventi sono stati coordinati con la disciplina del Codice della Strada, mediante l’introduzione, con l’art. 15 Legge Tognoli della disposizione, poi sostanzialmente recepita nel D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 7, comma 1 lett. f) a tenore del quale: “Nei centri abitati i comuni possono, con ordinanza del sindaco (…) stabilire, previa deliberazione della giunta, aree destinate al parcheggio sulle quali la sosta dei veicoli è subordinata al pagamento di una somma da riscuotere mediante dispositivi di controllo di durata della sosta, anche senza custodia del veicolo, fissando le relative condizioni e tariffe in conformità alle direttive del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le aree urbane”.

19.4. Le Sezioni Unite della Corte nella sentenza in esame hanno sottolineato che il complesso di tali norme attesta la chiara volontà del legislatore di rimettere la regolamentazione della sosta e del parcheggio e il pagamento per il tempo di sosta al potere deliberante della giunta comunale e del Sindaco in considerazione del pubblico interesse sotteso alla realizzazione di dette aree.

19.5. Giova ribadire che, come pure osservato dalla Corte, tale assetto normativo è stato ritenuto conforme alle norme e ai principi costituzionali (cfr. Corte Cost., n. 66/2005, richiamata nell’argomentazione della sentenza n. 14319/2011, sub 3.1.).

19.6. Sulla base del suddetto qu(…)o normativo, la Corte ha poi ravvisato la possibilità di configurare due diverse discipline applicabili al contratto di autoparcheggio la cui scelta è rimessa all’utente.

19.6.1. Con la prima si privilegia, oltre all’intenzione di utilizzare l’area comunale di sosta, anche l’interesse del conducente alla conservazione e restituzione del veicolo nello stato in cui è stato consegnato, con conseguente affidamento in custodia dello stesso. In tal caso, appare fondatamente invocabile la disciplina del deposito.

19.6.2. La seconda disciplina privilegia esclusivamente l’interesse dell’utente all’uso di uno spazio per lo stazionamento del veicolo in prossimità di luoghi di interscambio con sistemi di trasporto collettivo a cui intende accedere velocemente e senza incorrere in violazioni del codice della strada, pagando la somma corrispettiva della prestazione di messa a disposizione dell’area, senza alcun trasferimento della detenzione del veicolo, purché l’avviso dell’esclusione della custodia sia posto in modo ben visibile prima della conclusione del contratto.

19.7. Nel caso deciso dalle Sezioni Unite con la pronuncia 14319/2011 è stato ritenuto che l’istituzione dell’area di sosta a pagamento era regolata dalla normativa pubblicistica sin qui esaminata e la Corte ha concluso per la ravvisabilità delle caratteristiche del contratto di parcheggio del primo tipo, cioè senza obbligo di custodia.

20. La fattispecie oggetto del ricorso in esame presenta indici di diversità rispetto a quella esaminata in detta pronuncia delle Sezioni Unite, tali da rendere non immediatamente applicabile il principio di diritto ivi enunciato, con conseguente fondatezza della censura di falsa applicazione della normativa pubblicistica ed assorbimento degli altri motivi (Cass. 28663/2013, Cass. 13534/2018).

20.1. In primo luogo, l’area gestita da (…) risulta essere privata e non comunale, nè formalmente destinata a finalità assimilabili a quelle considerate dalla L. n. 122 del 1989 c.d. Legge Tognoli ed attuate in coordinamento con l’art. 7 C.d.S., comma 1, lett. f).

20.2 In secondo luogo, (…) ha precisato solo nel controricorso (cfr. pag. 12) che il parcheggio in questione insiste sull’area demaniale e non privata dell’aeroporto, area oggetto di concessione risalente al 1974 in forza della quale ha assunto la gestione degli (omissis) . A fronte di ciò si osserva che risulta dalla sentenza impugnata che aveva invece allegato di svolgere un’attività di parcheggio in forma di impresa, con la conseguenza che quanto sopra evidenziato costituisce profilo nuovo, non oggetto di contraddittorio e di esame nel merito e non apprezzabile dal giudice di legittimità.

20.3 Appare pertanto effettivamente ingiustificata, alla stregua delle sopra evidenziate differenze, la qualificazione operata dalla Corte d’appello del contratto di parcheggio di cui è causa come contratto di locazione di area sulla scorta dell’assunta finalità pubblica (decongestionamento dell’area) del servizio offerto con esclusione dell’applicabilità della disciplina del deposito ex art. 1766 c.c. e ss., non ricorrendo indici oggettivi e normativi a sostegno della conclusione formulata.

21. Deve quindi essere cassata la sentenza con rinvio alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, affinché riesamini il gravame del S. alla luce del seguente principio di diritto: “la struttura privata destinata al parcheggio di veicoli posta nelle adiacenze di un aeroporto e gestita da un soggetto privato, nel caso di furto dell’automezzo ivi posteggiato, non è di per sé assimilabile, ai fini dell’individuazione della disciplina applicabile con specifico riferimento al riconoscimento o meno dell’obbligazione di custodia del mezzo rubato e della conseguente responsabilità ex recepto del gestore, alla fattispecie configurabile nel caso di furto di autoveicolo posteggiato nel c. d. parcheggio scambiatore realizzato su area comunale di sosta istituito ai sensi della L. n. 122 del 1989 e dell’art. 7C.d.S., comma 1, lett. f) “.

22. La Corte d’appello di Roma provvederà altresì sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.


Cassazione civile sez. III, 26/02/2004, (ud. 07/11/2003, dep. 26/02/2004), n.3863

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il giorno 11 settembre 1991 dall’area di parcheggio adiacente l’aeroporto di Malpensa, gestito dalla srl Sea Parking, fu sottratta un’auto di proprietà della spa Gnutti Trasfer; il veicolo era assicurato contro il furto con la spa Società Cattolica di Assicurazioni, la quale provvide al pagamento dell’indennizzo alla propria assicurata.

2. La Società Cattolica di Assicurazioni, surrogandosi nei diritti del proprio assicurato, con atto di citazione del 27 maggio 1994, ha convenuto in giudizio davanti al tribunale di Milano la srl Sea Parking ed ha chiesto la condanna della convenuta al pagamento di oltre lire 80 milioni, che aveva corrisposto alla propria assicurata.

La Sea Parking si è costituita nel giudizio ed ha contestato la fondatezza della domanda, sostenendo: che l’attrice non aveva dimostrato di avere introdotto l’auto nel parcheggio; che non si era assunta l’obbligo di custodire il veicolo; che, quand’anche fosse configurabile un contratto di deposito, la sottrazione dell’auto non era ad essa imputabile.

3. La domanda è stata rigettata dal tribunale, che ha dichiarato che in parcheggi come quello gestito dalla Sea Parking il parcheggiatore non è custode dell’auto.

4. La decisione, impugnata dalla Società Cattolica, è stata riformata dalla Corte di appello di Milano con sentenza del 23 luglio 1999.

La Corte di appello, premesso che chi immette la propria autovettura in un parcheggio intende ottenerne anche la custodia, ha dichiarato che tra l’automobilista e la Sea Parking era intervenuto un contratto che presentava i caratteri del deposito, con la conseguenza che il gestore del parcheggio aveva l’obbligo di custodire l’autovettura e rispondere del furto.

5. La srl Sea Parking ha proposto ricorso per cassazione ed ha depositato memoria.

La Società Cattolica di Assicurazioni coop. a r.l. ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELIA DECISIONE

1. La ricorrente, con il primo motivo, si duole del fatto che la Corte di appello non ha dato risposta all’eccezione con la quale aveva dedotto la mancanza di prova sull’introduzione nel parcheggio dell’auto della quale era stato denunciato il furto.

Premesso che sulla Compagnia di assicurazione incombeva l’onere di provare l’avvenuto furto e che sul punto essa aveva sollevato specifica eccezione, la Sea Parking addebita alla sentenza l’errore di “assoluta mancanza di qualsiasi motivazione al riguardo”: censura di omessa e insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia e violazione degli artt. 1916 e 2697 cod. civ. dell’art. 115 cod. proc. civ.

Il motivo non è fondato.

1.1. L’art. 1916 cod. civ. dispone che l’assicuratore è surrogato nei diritti dell’assicurato verso i terzi responsabili e che l’assicuratore, che abbia pagato, subentra nella posizione giuridica dell’assicurato verso il terzo responsabile del danno. Per questa ragione, l’azione esercitata dall’assicuratore s’identifica con quella che, in mancanza di pagamento, sarebbe spettata all’assicurato; in questo senso la norma è stata pacificamente interpretata nella giurisprudenza di questa Corte: sent. 2 febbraio 2001, n. 1508, tra le più recenti.

In altri termini, la Società Cattolica Compagnia di Assicurazioni doveva assolvere gli stessi oneri probatori richiesti all’assicurata.

1.2. Il principio ora indicato, è esattamente richiamato.

L’esattezza del richiamo, tuttavia, non consente di configurare il vizio di omessa motivazione sull’eccezione della mancata dimostrazione dell’avvenuta introduzione nel parcheggio dell’auto della quale era stato denunciato il furto.

La disciplina del ricorso per Cassazione, improntata al principio dell’indicazione analitica dei vari motivi che possono essere denunciati, infatti, tiene ben distinto quello della violazione di legge (n. 3 dell’art. 360 cod. proc. civ.) da quello dell’omessa, insufficiente, o contraddittoria motivazione della decisione (n. 5 dello stesso articolo).

Il vizio di violazione o falsa applicazione di norme di diritto ricorre quando si prospetta l’errata individuazione o applicazione di una norma ad un fatto sulla cui fissazione non c’è discussione.

Quello di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione é, invece, una doglianza che investe la ricostruzione della fattispecie concreta addebitando a questa ricostruzione di essere stata effettuata in una massima, la cui incongruità emerge dall’insufficiente, contraddittoria o omessa motivazione della sentenza impugnata: Cass. 18 marzo 1995, n. 3205; 10 gennaio 1995, n. 228; 9 aprile 1990, n. 2940; 14 marzo 1986, n. 1760; 18 novembre 2000, n. 14953 ed altre. In altre parole, il controllo della Cassazione sulla motivazione si riferisce alla sola giustificazione del giudizio di fatto, perché quello sul giudizio di diritto rientra nel n. 3 del citato art. 360, il quale, quando investe la motivazione di diritto, può dare luogo alla sola correzione della decisione ai sensi dell’art. 384 dello stesso codice.

Da questi principi si ricava:

– che il vizio di falsa applicazione della legge si risolve in un giudizio sul fatto contemplato dalla norma di diritto applicabile al caso concreto. La denuncia di questo vizio deve avvenire mediante la specifica indicazione dei punti della sentenza impugnata che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di questa Corte e/o della dottrina prevalente (Cass. 11 aprile 2000, n. 8153);

– che quello dell’incongruità della motivazione comporta un giudizio sulla ricostruzione del fatto giuridicamente rilevante;

– che tra i due momenti non vi possono essere giustapposizioni.

Se ne ricava che il ricorrente non può denunciare contemporaneamente la violazione di norme di diritto ed il difetto di motivazione, attribuendo alla decisione impugnata un’errata applicazione delle norme di diritto, senza indicare la diversa prospettazione attraverso la quale si sarebbe giunti ad un giudizio sul fatto diverso da quello contemplato dalla norma di diritto applicata al caso concreto, e nemmeno il difetto di motivazione sulla ricostruzione di fatti o sui punti decisivi della controversia che avrebbero condotto ad una diversa decisione, senza indicare quali questi fossero.

In questo caso, infatti, non di errore di diritto o di omessa motivazione si deve parlare, ma di soccombenza del ricorrente su questioni di merito, che non possono formare motivo di ricorso per cassazione.

1.3. In base ai princìpi indicati la censura di violazione dell’art. 1916 cod. civ. non è in grado di sorreggere il difetto di motivazione della decisione sul punto criticato.

La questione della prova dell’avvenuta introduzione dell’auto nel parcheggio, a sua volta, è stata esaminata dalla Corte di appello, sia pure implicitamente attraverso il richiamo in fatto di quanto era stato accertato dal primo giudice.

La ricostruzione di questo fatto non si configura come difetto di motivazione nei termini denunciati, perché la sentenza impugnata sul punto si è diffusamente riportata a quanto accertato dal giudice di primo grado prendendo, sostanzialmente, posizione sull’eccezione proposta.

Si può aggiungere che la ricorrente, sia pure solo in via teorica, avrebbe dovuto svolgere la diversa censura di omessa risposta all’eccezione proposta, ma non il difetto di motivazione, che, come si è detto, non ricorre.

2. Il secondo motivo è rivolto contro il punto della decisione in cui la Corte di appello ha ritenuto che il contratto di parcheggio presentava i caratteri del deposito, con la conseguenza che la Sea Parking, gestore del parcheggio, era gravata dall’obbligo di custodire l’auto.

2.1. I punti essenziali della motivazione della sentenza si possono indicare nei seguenti: a) chi immette la propria auto in un’area di parcheggio recintata é interessato anche alla custodia del veicolo e non vuole soltanto disporre di uno spazio per lasciare l’auto; se così non fosse, non vi sarebbe differenza con chi parcheggia l’auto in una strada o area pubblica; b) non è vero che nella situazione di fatto indicata s’istaura un rapporto che ha per oggetto la sola disponibilità dell’area di stazionamento, che il conducente avrebbe interesse ad ottenere per lasciarvi l’auto, perché al cliente del parcheggio è indifferente il “posto” ove l’auto è parcheggiata; c) l’obbligazione principale del gestore del parcheggio è di custodire la vettura che l’automobilista immette nel parcheggio recintato, per evitare di lasciarla in luogo pubblico, con i rischi che conseguono alla mancanza di custodia; d) nel rapporto era preponderante l’elemento dell’affidamento del veicolo al gestore, con conseguente obbligo per costui di custodire e riconsegnare il veicolo, secondo lo schema generale del contratto di deposito.

2.2. La ricorrente, con il motivo che si sta esaminando, sostiene che nella specie era configurabile un contratto di locazione di spazio adibito a parcheggio, in relazione al quale non c’è assunzione dell’obbligo di custodia. La Sea Parking, al riguardo, richiama precedenti di questa Corte in tema di contratto di ormeggio, per i quali è stato escluso l’obbligo della custodia, ed in tema di parcheggio disciplinato dal codice della strada, anche per i quali siffatto obbligo è escluso. Secondo la ricorrente, l’argomento, adoperato dalla sentenza impugnata, della recinzione dello spazio non poteva condurre alla soluzione criticata, perché essa era soltanto uno strumento di riscossione della sosta a tempo; d’altra parte, l’automobilista, avendo chiuso a chiave l’auto, aveva dimostrato di non essere interessato alla custodia del veicolo. Infine, l’oggetto del contratto era delimitato dalle annotazioni contenute nello scontrino rilasciato all’utente e nel regolamento in questo richiamato, nei quali era chiarito che il contratto era di mero godimento dello spazio di sosta: censure di violazione e falsa applicazione delle norme e dei princìpi in materia di contratto di parcheggio, di contratto di deposito e di contratto di locazione (artt. 1766 e 1571 cod. civ.); violazione e falsa applicazione delle norme e dei princìpi sull’onere della prova (art. 2697 cod. civ. e dell’art. 115 cod. proc. civ.); violazione e falsa applicazione delle norme e dei princìpi sull’interpretazione dei contratti; omessa e insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia.

2.3. Con il terzo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 1780 e 1218 cod. civ. e dei princìpi in tema di esenzione da responsabilità contrattuale; omessa e insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia.

La ricorrente sostiene che la Corte di appello non ha tenuto nella dovuta considerazione il sistema automatico del parcheggio a sbarre di ingresso e di uscita, il quale consentendo il prelievo dell’autovettura mediante l’utilizzazione del solo scontrino, aveva comportato che la perdita dell’autovettura non era addebitabile al titolare del parcheggio, che, quindi, era esentato da responsabilità.

Il secondo ed il terzo motivo possono essere esaminati insieme.

3. L’individuazione degli obblighi delle parti richiede la ricostruzione del contratto di parcheggio, sia sul piano generale, sia su quello particolare del come si è formato tra le parti.

4. Sotto il primo profilo, l’inquadramento del contratto di parcheggio tra quelli atipici, non può essere messo in discussione, perché, per dirla con l’art. 1322 cod. civ., svolge la funzione di emersione e tutela di “interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico”.

Il problema che si pone, quindi, è quello dell’individuazione della sua disciplina, considerando che, a questo fine, le regole indicate dal codice civile sui contratti in generale non sono sufficienti a risolvere i problemi che la pratica presenta. In questo senso questa Corte si è pronunciata già con le sentenze 12 febbraio 1952, n. 337 e 14 febbraio 1966, n. 459.

Da questa insufficienza, peraltro, è nata l’esigenza d’integrare la disciplina dei contratti atipici con tecniche non sempre riconducibili a sistema.

Il criterio d’individuazione della disciplina dei contratti atipici, tuttavia, non può essere solo quello negativo, di sottrarre il contratto atipico all’applicazione della disciplina di un determinato contratto tipico, ma deve essere volto all’individuazione della sua giusta disciplina.

Questa, d’altra parte, non sempre si ricostruisce attraverso la tecnica di ricondurre la fattispecie atipica ad un tipo contrattuale, perché, inevitabilmente, essa conduce a trascurare i modi attraverso i quali è stata realizzata la disciplina pattizia.

E’ questa la ragione per cui sono stati superati i tradizionali metodi dello “assorbimento” del contratto atipico in quello tipico, che presenti il maggior nume di caratteri comuni, o della “combinazione” delle discipline dei vari contratti tipici di cui quello atipico riproduca gli elementi principali.

A quei criteri si può contrapporre la tecnica detta del metodo tipologico, che è quello con il quale il fenomeno contrattuale è considerato in una visione complessiva, che mette a confronto la disciplina del tipo di contratto in questione con quella dei tipi ad esso affini, consentendo di applicare alla fattispecie concreta una disciplina che deriva da più discipline legali.

4.1. Il metodo è utile per ricostruire la disciplina di quei contratti, ben diffusi nella realtà moderna, che sono sicuramente tipici dal punto di vista sociale, pur non essendolo sotto il profilo formale.

Si tratta di quei contratti, che si formano senza una preventiva contrattazione, ma attraverso la concreta utilizzazione dei servizi offerti. In questi, per cosi dire, nuovi contratti il ruolo della volontà, che resta elemento costitutivo dell’accordo delle parti, si affievolisce, perché si standardizza in comportamenti automatici, oggettivamente valutabili secondo criteri di tipicità sociale.

Il fenomeno della tipicità sociale ricorre, sicuramente, nella predisposizione di un’area di parcheggio, alla quale si accede attraverso sistemi automatici di accesso, di pagamento della prestazione e di prelievo del veicolo.

Il contratto che se ne ricava è del tipo di quelli nei quali all’offerta della prestazione di parcheggio corrisponde l’accettazione dell’utente, manifestata attraverso l’immissione dell’auto nell’area messa a disposizione. Dalla combinazione di questi fattori nasce il vincolo contrattuale, il quale si realizza attraverso il contatto sociale.

Nella realtà il fenomeno è frequente e trova la sua radice nelle condizioni di affollamento delle strade, nell’urgenza dell’automobilista di liberarsi del veicolo o in altre condizioni simili. Tutto ciò induce l’automobilista ad utilizzare strutture appositamente predisposte nelle aree adiacenti aeroporti, ospedali, supermercati e simili.

4.2. Il problema che si pone, in questi casi, è quello del se nell’offerta dell’area di parcheggio nei modi indicati sia compresa anche la custodia dell’auto, non sul piano della pura cortesia, ma su quello giuridico.

E’ innegabile che l’offerta, come ora è stata ricostruita, ingenera nell’automobilista l’affidamento che in essa sia compresa anche la custodia del veicolo.

La predisposizione di apposita area di parcheggio, infatti, indica un esplicito consenso alla presa in custodia dell’autovettura.

Dunque, oggetto del contratto di parcheggio, che si è formato attraverso mezzi meccanici, è la messa a disposizione di uno spazio ed essa si combina con la custodia, allo stesso modo in cui avviene nel contratto di deposito, nel quale l’obbligo della custodia è elemento essenziale (art. 1766 cod. civ.), come questa Corte ha già dichiarato (sent. 23 agosto 1990, n. 8615), affermando che il contratto di parcheggio delle autovetture è contratto atipico per la cui disciplina occorre fare riferimento alle norme relative al deposito e che pertanto comporta l’affidamento del veicolo al gestore del parcheggio con l’obbligo di custodirlo e di restituirlo nello stato in cui gli è stato consegnato.

Le conferme di quest’impostazione stanno, sia nel fatto che nella vita sociale la funzione pratica del contratto di posteggio è di liberare l’automobilista da ogni preoccupazione relativa alla custodia del veicolo, sia in quello che la detenzione del veicolo, conseguita dal titolare dell’area di parcheggio, aderisce allo schema del contratto di deposito, nella parte in cui l’art. 1766 cod. civ. pone la custodia a carico del depositario.

Si deve pure aggiungere che il significato oggettivo di questo comportamento prevale su eventuali condizioni generali di contratto predisposte dall’impresa di parcheggio, che escludano un obbligo di custodia. Il conducente, infatti, giunto in prossimità dell’area di parcheggio, assai difficilmente è in condizioni di rendersi conto di quelle condizioni. Se, poi, esse fossero richiamate nello scontrino o nella scheda rilasciati dagli apparecchi automatici, è egualmente legittimo ritenere che quella conoscenza sfugga all’attenzione dell’utente, considerato il modo rapidissimo con il quale il contratto si è realizzato.

5. La ricostruzione degli obblighi delle parti nel contratto intercorso tra la Sea Parking e la proprietaria dell’auto trafugata è correttamente compiuta nella sentenza impugnata, la quale, sostanzialmente, si è attenuta ai princìpi prima esposti.

5.1. In primo luogo, è pacifico che, nella fattispecie, l’automobilista ha introdotto la sua autovettura un uno spazio recintato mediante pagamento effettuato attraverso un dispositivo di controllo di una scheda magnetica rilasciata in maniera altrettanto automatica.

L’automobilista, in questo modo, ha aderito all’offerta di parcheggio, al quale si accompagnava la prestazione, non secondaria, della custodia del suo autoveicolo.

5.2. Il richiamo della ricorrente alle decisioni di questa Corte che, nella situazione data, condurrebbe ad accostare la disciplina del parcheggio a quella della locazione non è corretto. La sentenza 21 ottobre 1994, n. 8567, che conterrebbe questo accostamento, infatti, ha escluso l’obbligo della custodia nel contratto di ormeggio, ma è evidente la differenza tra parcheggio di un’autovetture ed ormeggio di un’imbarcazione.

Si può aggiungere che contratto di parcheggio e contratto di locazione differiscono, sostanzialmente, sul piano della causa. La causa del secondo, infatti, è incompatibile con la custodia, perché con quel contratto il bene è dato in godimento continuato del locatario; ciò non ricorre nel contratto di parcheggio.

Il fatto, poi, che nel codice della strada sia previsto il parcheggio anche senza custodia è argomento che non prova nulla, sia perché non dà luogo ad un contratto atipico rientrante nella categoria che si sta esaminando, sia perché il parcheggio sulla pubblica strada risponde a finalità di disciplina generale dell’occupazione di suoli pubblici, la quale, a sua volta, giustifica la deroga ai principi generali sulla responsabilità dell’ente pubblico proprietario della strada.

Quello della rinuncia alla custodia da parte dell’automobilista, ricavato dall’avvenuta chiusura a chiave del veicolo, è un argomento che non prova nulla, perché la chiusura a chiave dell’auto nel parcheggio è elemento aggiuntivo, ma non escludente l’obbligo della custodia.

Se si può convenire con la ricorrente sul fatto che la recinzione dello spazio ove l’auto era parcheggiata era finalizzato alla riscossione del prezzo della sosta a tempo, nondimeno si deve considerare che essa era strutturata in modo da ingenerare nell’automobilista quel ragionevole affidamento, di cui si è parlato, che nella sosta fosse compresa anche la custodia del veicolo; di modo che l’elemento considerato diventa ambivalente ai fini che interessano.

Egualmente irrilevante è l’argomento delle annotazioni riportate sulla tessera magnetica, che escludevano la prestazione della custodia. Ciò per le ragioni già esposte a proposito della ricostruzione in generale del contratto di parcheggio.

In conclusione, l’accostamento del contratto di parcheggio a quello di deposito, compiuto dalla sentenza impugnata, è corretto ai fini della configurazione della responsabilità della ricorrente.

5.3. Infine, alcun rilievo deve essere dato all’argomento della non imputabilità alla ricorrente dell’avvenuto furto.

Stabilito, infatti, che la custodia è elemento del contratto di parcheggio meccanizzato, si ricava che l’imputabilità del furto è connaturata all’inadempimento dell’obbligo di diligenza indicato dall’art. 1768, primo comma, cod. civ. Quest’obbligo, infatti, deve essere determinato secondo la natura dell’oggetto da custodire e lo scopo cui la custodia deve rispondere. Vale a dire che la diligenza si deve misurare secondo la natura dell’oggetto e che nella custodia di autovetture affidata ad una semplice sbarra di chiusura non risponde ai criteri di diligenza ora indicati.

6. Con il quarto motivo, la ricorrente si duole del mancato accertamento del valore dell’auto rubata, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1916 e 2697 cod. civ. e dell’art. 115 cod. proc. civ; omessa e insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia.

6.1. La Corte di appello ha determinato il danno nell’importo di lire 80 milioni, considerando che si trattava di debito di valore, indipendentemente dall’avvenuto pagamento dell’indennizzo assicurativo.

La Sea Parking, premesso di nuovo che il danno risarcibile all’assicuratore, che agisce in surroga, non può eccedere il valore della vettura rubata al tempo del furto, sostiene che la Corte di appello ha ignorato il rilievo, limitandosi a riconoscere il danno nei limiti di quanto la Compagnia di assicurazioni aveva liquidato, senza motivazione sul punto.

6.2. La Corte di appello non ha liquidato il debito sulla base dell’indennizzo corrisposto dall’assicuratore, ma ha accertato il valore dell’autovettura, come si ricava dalla dichiarata indifferenza su questo valore della qualificazione dei rapporti tra assicuratore ed assicurato.

La valutazione compiuta non è ripetibile in questa sede.

7. Rigettato il ricorso, le spese di questo giudizio possono essere interamente compensate tra le parti.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Spese compensate.

Cosi deciso in Roma, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte di cassazione, il giorno 7 novembre 2003.

DEPOSITATO IN CANCELLERIA IL 26 FEB. 2004


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube