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Quando un delitto si dice tentato?

20 Marzo 2022
Quando un delitto si dice tentato?

Il tentativo nel reato: cos’è e come viene punito. La differenza rispetto alla desistenza e dal recesso. 

In ambito penale si parla spesso di «tentativo». Ma di cosa si tratta? Quando un delitto si dice tentato? Per dirla con quattro semplici parole, quando una persona tenta di commettere un reato e non ci riesce per via di circostanze esterne – come la resistenza della vittima o l’intervento delle forze dell’ordine – si dice che il delitto è tentato. Non per questo però non si viene puniti. Il semplice fatto di aver cercato di violare la legge è un sufficiente indice di pericolosità del soggetto tale da portare l’ordinamento a punirlo, anche per evitare che ciò possa ripetersi. Insomma, gli eventuali imprevisti che impediscano il completamento dell’azione criminosa non escludono la responsabilità penale. 

Invece nell’ambito degli illeciti amministrativi, il tentativo non può essere punito. Si pensi a chi tenta di fare una inversione a “U” ma, vedendo l’auto della polizia, desiste dal proposito.

Cerchiamo allora di comprendere, più nel dettaglio, quando un delitto si dice tentato, ossia cos’è il tentativo di reato.

Cos’è il tentativo? 

Realizza un delitto tentato chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, se l’azione non si compie a l’evento non si verifica. Questa è la definizione di «delitto tentato» che dà l’articolo 56 del codice penale. 

Il «delitto tentato» si distingue così dal «delitto consumato» che è quello portato completamente a termine e che pertanto subisce una sanzione superiore.

Esistono due tipi di tentativi:

  • tentativo incompiuto: quando la condotta non viene posta in essere completamente;
  • tentativo compiuto: quando il comportamento viene posto in essere in modo integrale ma l’evento voluto non si verifica; si pensi a chi tenta di uccidere un’altra persona ma poi sbaglia mira e non centra l’obiettivo. 

Il delitto tentato si configura, pertanto, ove il soggetto agente si determini a porre in essere una data condotta con l’intento di commettere un reato, il quale non si realizza per cause indipendenti dalla sua volontà. 

Quale pena per il delitto tentato?

Come anticipato, la pena per il delitto tentato è inferiore rispetto a quella per il delitto consumato. Il codice penale, in particolare, prevede una riduzione da un terzo a due terzi della pena prevista per il delitto consumato. Se invece la pena per il delitto consumato è l’ergastolo, quella per il delitto tentato è la reclusione non inferiore a 12 anni. 

Quando si può parlare di tentativo?

È molto importante individuare quali presupposti sono necessari per avere un delitto tentato: il che è necessario per evitare di punire chi invece non avesse alcuna intenzione di violare la legge e ciò nonostante desti un sospetto infondato nelle forze dell’ordine. Gli elementi del tentativo sono:

  • l’intenzione di commettere un delitto;
  • il compimento di «atti idonei», diretti «in modo non equivoco» a commettere il delitto.

Quanto all’idoneità, un’azione è considerata «idonea» allorquando si presenti adeguata alla commissione del delitto. Tale idoneità deve essere valutata in concreto, ossia considerando tutte le circostanze conosciute o conoscibili dall’agente cioè con giudizio effettuato dopo la commissione degli atti di tentativo, ma riportandosi con la mente al momento iniziale dell’attività delittuosa.

Quanto invece all’«univocità degli attiı», l’azione deve avere di per sé l’attitudine a rivelare il proposito criminoso. Tale univocità deve essere considerata come caratteristica oggettiva della condotta. Come anticipato sopra, l’incompiutezza del tentativo si può manifestare in due forme:

tentativo compiuto: si ha quando l’agente pone in essere l’intera condotta punita ma l’evento non si verifica (Tizio spara mancando la vittima);

tentativo incompiuto: si ha quando l’agente inizia l’attività diretta alla commissione del delitto senza portarla a compimento (Tizio punta la vittima ma viene disarmato prima di premere il grilletto).

Esiste il tentativo colposo?

il reato tentato è configurabile soltanto nella forma del dolo. Non è, pertanto, ammissibile nel caso di delitti colposi, mancando in essi l’intenzione di commettere un fatto previsto dalla norma incriminatrice. 

Quando non si può punire un tentativo di reato?

Il tentativo non è ammissibile nei seguenti casi:

  • contravvenzioni (si tratta dei reati meno gravi). Il tentativo è quindi possibile solo per i delitti (ossia i reati più gravi);
  • reati di pericolo: in quanto comporterebbe un’anticipazione della soglia di punibilità al pericolo di un pericolo;
  • reati di attentato: in quanto in essi la soglia di punibilità è già anticipata al tentativo;
  • reati abituali propri:  in quanto in essi le singole azioni che lo compongono non assumono rilevanza penale autonoma.
  • Come anticipato sopra, il tentativo non è punito nel caso di semplici illeciti amministrativi.

Qual è la differenza tra tentativo e desistenza?

È bene distinguere il tentativo dalla desistenza. La desistenza si verifica quando il criminale, inizialmente mosso dall’intenzione di commettere il reato, ha un momento di esitazione e decide di non portare più a compimento la propria azione, ma non per ragioni esterne bensì per una propria volontà interiore. Si pensi a chi sta per rubare la cosa altrui ma poi, colto da rimorso, non lo fa più o alla madre che vuol abbandonare il figlio neonato ma, un attimo dopo, lo riprende. Invece si configura tentativo quando il reato non viene commesso per ragioni indipendenti dalla volontà del reo: si pensi al ladro che tenta di rubare in casa altrui ma poi, sentendo rumori, scappa senza aver preso con sé nulla. 

Recesso attivo 

Il codice penale prevede che se il reo volontariamente impedisce l’evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato, diminuita da un terzo alla metà. Anche in questo caso il delitto non si completa, ma perché il soggetto che ha posto in essere l’attività criminosa volontariamente impedisce il verificarsi dell’evento. Il soggetto, pertanto, quando l’attività criminosa è già compiuta, si riattiva per arrestare il processo causale già in atto che porterebbe alla produzione dell’evento. Esso non comporta l’impunità, ma soltanto una diminuzione di pena.

Il recesso attivo si distingue dalla desistenza (vista sopra) nella quale il reo non compie più l’azione. Nel recesso invece l’azione viene portata a termine ma gli effetti vengono eliminati prima del prodursi. Si pensi al reo che, dopo aver rubato ed essere uscito di casa, lascia la refurtiva nel giardino del proprietario. 



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