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Voluntary disclosure: l’antiriciclaggio non è un optional, è una farsa

6 Settembre 2015 | Autore:


> Business Pubblicato il 6 Settembre 2015



Antiriciclaggio e rientro dei capitali dall’estero: con la voluntary discosure ecco le prime problematiche con l’Agenzia delle Entrate.

L’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia il 2 settembre ha rilasciato un comunicato stampa [1] indicando il codice che i professionisti che gestiscono le pratiche della collaborazione volontaria per i propri clienti devono indicare in caso di segnalazione di operazione sospetta.

Sebbene alla procedura della voluntary disclosure [2] siano potenzialmente interessati molti contribuenti, le pratiche sinora giunte sul tavolo dell’Agenzia delle Entrate non sono moltissime, mentre la maggior parte di esse resta sulle scrivanie dei professionisti per la quantificazione del costo, in attesa di ricevere l’incarico definitivo.

In una classifica dei profili che ostano alla rapida definizione delle procedure sicuramente rientrano:

– l’onerosità della definizione, soprattutto per i trasferimenti all’estero originati da redditi d’impresa non dichiarati;

– la necessità di reperire la liquidità per far fronte al pagamento del dovuto immediatamente, onde evitare la decadenza dell’efficacia della procedura;

– la rischiosità della procedura in caso di intoppi di qualsiasi genere e/o di calcolo effettuato senza tener conto di alcune delle variabili endogene (ad es. il pagamento a parte di IVIE ed IVAFE, l’esclusione dalla protezione penale di alcune fattispecie, la necessità di coinvolgere terzi soggetti, l’incertezza sulla effettiva portata dei controlli successivi alla scadenza della norma; la necessità di aprire alla disclosure anche il 2014 con le dichiarazioni in scadenza imminente, le voci su una possibile proroga dei termini, la confusione che le banche estere creano dando informazioni ed indirizzi errati o approssimativi sulle conseguenze derivanti dall’adesione o meno alla procedura);

– l’impossibilità ad ottenere il riconoscimento dei crediti per le imposte estere pagate negli anni precedenti al 2014, che provoca di fatto una duplicazione delle imposte da pagare, con un impatto devastante soprattutto sulle tipologie di reddito meno rischiose, come ad esempio quelle prodotte da lavoratori italiani all’estero e da pensionati esteri.

In questo scenario si colloca l’obbligo per il professionista di adempiere alla normativa anticiriclaggio [3], aggiungendo non soltanto una fonte di rischio per chi esegue la procedura di collaborazione volontaria, ma anche un notevole costo, infatti l’UIF ha richiamato una recente circolare ministeriale [4] per ribadire che:

– La norma antiriciclaggio prevede sanzioni specifiche, dal 10% al 40% del saldo, per l’utilizzo di conti o libretti di risparmio costituiti all’estero in forma anonima o con intestazione fittizia;

– La norma antiriciclaggio prevede l’obbligo per il professionista di segnalare l’operazione sospetta [5] qualora, dall’esame del cliente e delle operazioni esaminate, emerga il sospetto che siano in corso o siano state eseguite o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo;

– La norma antiriciclaggio prevede che si sia, sempre, in presenza di operazione sospetta qualora vi sia il frequente o ingiustificato ricorso a operazioni in contante, ed in particolare, il prelievo od il versamento in contanti presso intermediari finanziari per importi pari o superiori a 15.000,00 euro, con le sanzioni che dette operazioni in contanti comportano, che sono le stesse di cui sopra, oltre a quelle previste per chi non ha compilato la dichiarazione di denaro contante al seguito al momento di un eventuale ingresso in Italia con il contante prelevato all’estero.

È ovvio che se si dovessero utilizzare i parametri di cui sopra per la sussistenza giuridica del “sospetto”, tutte le pratiche di voluntary disclosure sarebbero da segnalare come operazione sospetta, visto che la costituzione di conti correnti all’estero costituisce come minimo il 90% delle operazioni effettuate all’estero dai residenti italiani e che attraverso detti conti essi hanno gestito spesso, le esigenze della vita quotidiana (ad es. il caso tipico del lavoratore italiano all’estero o del pensionato estero o del micro-imprenditore, che magari opera nelle zone frontaliere, ecc.)

In questo scenario l’invito per i professionisti è quello di mantenere la calma, visto che essi sono letteralmente fra l’incudine ed il martello, provvedendo a predisporre, in funzione salvifica, i quintali di carta che la norma obbliga a produrre.

Gli elementi di salvaguardia – minimo necessario per effettuare le valutazioni giuridiche obbligatorie – che ogni professionista deve avere nel dossier dei propri clienti sono:

– Il contratto firmato dal cliente per i due incarichi separati: quello per predisporre i calcoli allo scopo di valutare se possibile procedere oppure no alla presentazione della istanza di collaborazione volontaria e quello per assumere l’incarico di presentare l’istanza.

– La delega sottoscritta dal cliente che autorizzi il professionista a rappresentarlo e difenderlo davanti all’amministrazione finanziaria;

– Le autodichiarazione sotto la propria responsabilità, del cliente che dichiara di aver comunicato tutte le informazioni e trasmesso tutti i documenti e gli atti relativi alla procedura senza omissioni né falsità;

– La autodichiarazione sotto la propria responsabilità, del cliente che dichiara che non sussistono cause ostative o di inammissibilità alla procedura;

– La sottoscrizione da parte del cliente della Relazione obbligatoria da redigere ed allegare all’istanza;

–Le schede di valutazione del rischio secondo la norma antiriciclaggio;

–La scheda di identificazione e di comunicazione del titolare effettivo;

–La scheda di identificazione del cliente se soggetto politicamente esposto o meno.

Solo con questi strumenti si può avere un orientamento efficace e comprendere se vi siano operazioni sospette da segnalare, considerato che la logica nelle norme citate purtroppo non esiste e tutto va dimostrato.

Dato che la maggior parte delle situazioni che rientrano nella voluntary disclosure riguardano soggetti lavoratori dipendenti o pensionati o micro-imprenditori che restano in trincea, se non addirittura soggetti che hanno beneficiato di eredità o di vendite di immobili o di quote societarie, a volte anche parecchio risalenti nel tempo, e che ora vorrebbero solo mettersi in regola con le norme in vigore, risulta veramente assurdo e paradossale che non sia stato stabilito un criterio, quanto meno, numerico, magari un limite minimo adeguato, per definire le operazioni come sospette ai fini del riciclaggio dei proventi delle attività svolte dalle associazioni della criminalità organizzata e del finanziamento del terrorismo.

Comunque, in questa farsa ed in questa confusione, sappiate che il codice per segnalare le operazioni sospette nel caso della voluntary disclosure è il seguente: – codice 004 – Riciclaggio: Voluntary Disclosure.

Adesso siamo tutti tranquilli: sicuramente i malavitosi ed i terroristi provvederanno a fare ammenda e si recheranno in massa presso i professionisti delegati a depositare documenti e a dare informazioni precise, senza omissioni, sulle proprie losche attività.

note

[1] UIF – Comunicato Stampa del 2 Settembre 2105

[2] L. n. 186/2014

[3] D.Lgs. n. 231/2007

[4] MEF –Circolare del 9 Gennaio 2105

[5] D.Lgs. n. 231/2007 – art. 41 co. 1

Autore immagine: 123rf com


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