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Droga per uso personale: bisogna dire da chi è stata comprata?

21 Marzo 2022
Droga per uso personale: bisogna dire da chi è stata comprata?

Cosa succede a chi si rifiuta di fornire alla polizia il nome dello spacciatore: le conseguenze e il reato di favoreggiamento. 

Il fatto di detenere un quantitativo di droga modesto, per uso personale, non costituisce reato (indipendentemente dal tipo di droga, se cioè “leggera” o “pesante”). Il comportamento viene sanzionato solo a livello amministrativo, con il ritiro della patente, del passaporto, del porto d’armi. Da un punto di vista penale, tuttavia, si può essere ritenuti responsabili se ci si rifiuta, dinanzi all’esplicita domanda del poliziotto, di fornire i dati di colui che ha venduto la sostanza? Quando la droga è per uso penale, bisogna dire da chi è stata comprata? La questione è stata di recente analizzata dalla Cassazione con una interessante sentenza [1].

L’interrogatorio del soggetto trovato con droga

La prima questione da tenere in considerazione è che il soggetto che venga trovato con un quantitativo minimo di droga, destinato cioè a «uso personale», può essere sentito nel corso delle successive indagini da parte della polizia. Come chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione [2], «L’acquirente di modiche quantità di sostanze stupefacenti, nei cui confronti non siano emersi elementi indizianti di uso non personale, deve essere sentito nel corso delle indagini preliminari come persona informata sui fatti». È del tutto «irrilevante, a tal fine, che egli possa essere soggetto a sanzione amministrativa per l’uso personale. Ne consegue anche l’utilizzabilità delle dichiarazioni rese in tale veste».

Quando c’è uso personale di droga

Secondo la legge, la quantità massima (in termini di principio attivo) detenibile per evitare di incorrere in responsabilità penale è pari a:

  • 250 mg di principio attivo nel caso di eroina (circa dieci dosi);
  • 750 mg di principio attivo nel caso di cocaina (pari a circa cinque dosi);
  • 500 mg di principio attivo nel caso di cannabis, marijuana, hashish (equivalenti all’incirca a 35 – 40 spinelli confezionati);
  • 750 mg di principio attivo per MDMA e/o relativi derivati e composti (circa cinque pasticche di ecstasy);
  • 500 mg di principio attivo nel caso di Amfetamina (cinque pasticche);
  • 0,150 mg di principio attivo nel caso di LSD (circa tre quadratini o “francobolli”).

Interrogatorio e obbligo di rivelare chi ha venduto la droga

Sempre secondo la Cassazione [1] è configurabile il reato favoreggiamento per l’acquirente di stupefacenti, anche se di modiche quantità, che non fornisce alla polizia informazioni sulle persone da cui ha ricevuto la droga. 

Si deve tuttavia trattare di un interrogatorio formale, alla cui presenza ha diritto a partecipare l’avvocato del possessore della droga. L’indagato quindi ha diritto a chiamare il proprio difensore affinché assista. 

Affinché si possa procedere con l’incriminazione del reato di favoreggiamento è pertanto necessario che il possessore di droga sia sentito come “persona informata sui fatti” nell’ambito delle successive indagini preliminari; inoltre per essere incriminato, deve «rifiutarsi» di fornire agli agenti informazioni circa il venditore della droga. 

Si può tacere dinanzi alla richiesta di indicazione del nome del venditore?

Resta tuttavia ferma, in tale ipotesi, la possibilità di tacere dinanzi alle domande dei poliziotti se da un’eventuale risposta potrebbe derivare un grave danno o pericolo per la propria persona. Lo prevede l’articolo 384 del codice penale che elenca, tra le cause di non punibilità del reato, l’ipotesi in cui le informazioni richieste determinino un «grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore» del soggetto indagato. Si pensi a una persona che teme una ritorsione dello spacciatore e che, sentendosi a rischio, taccia sulla sua identità.

L’imputato però che, a seguito dell’accusa di favoreggiamento, richieda l’applicazione in proprio favore dell’esimente in questione, deve dare prova concreta delle ragioni da cui si possa desumere la sussistenza del suddetto grave e inevitabile danno che potrebbe derivare per lui nel momento in cui riveli il nome del venditore della droga.  

Ci si è chiesto se il danno in questione possa consistere nel semplice fatto di poter subire l’applicazione dell’articolo 75 del Testo Unico sugli stupefacenti [3], quello cioè inerente alle sanzioni amministrative. La Suprema Corte ha dato risposta positiva, escludendo però da tale novero il tossico abituale. Ecco le parole fornite dai giudici in merito a tale aspetto: «In tema di favoreggiamento non è applicabile l’esimente prevista dall’art. 384 del codice penale quando la conclamata condizione di tossicodipendenza dell’acquirente di modiche quantità di sostanza stupefacente per uso personale lo esponga inevitabilmente all’applicazione delle misure previste dal D.P.R. n. 309 del 1990, art. 75, dovendosi ritenere irrilevanti le ulteriori conseguenze derivanti dalla pubblicità della situazione di tossicodipendenza per effetto delle informazioni richieste dagli organi di P.G. in merito all’acquisto dello stupefacente [4].


note

[1] Cass. sent. n. 1176/2021.

[2] Cass. S.U. sent. n. 21832 del 05.06.2007

[3] D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309

[4] Cass. sent. n. 3092/2012.

Cassazione penale sez. VI, 06/12/2021, (ud. 06/12/2021, dep. 13/01/2022), n.1176

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Brescia ha confermato la affermazione di condanna pronunciata dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Brescia il 19 novembre 2018 nei confronti di S.R. in ordine al favoreggiamento (art. 378 c.p.) di B.C., commesso nel corso delle indagini relative alla cessione di sostanze stupefacenti e al decesso del minore G.E., conseguente quest’ultimo all’ingerimento di sostanze presenti su di un francobollo allucinogeno.

Dall’accusa di detenzione e cessione di sostanze stupefacenti (D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 1), il B. veniva successivamente assolto, poiché le sostanze individuate, appartenenti al gruppo – 25 NBOME, al momento del fatto non n ora inserite nelle Tabelle allegate al citato Decreto, mentre veniva condannato in primo grado e prosciolto in grado di appello da quella di omicidio colposo (art. 589 c.p.), non essendosi raggiunta piena prova della cessione al minore della sostanza allucinogena.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del difensore di fiducia, deducendo due motivi di censura.

2.1. Erronea applicazione dell’art. 378 c.p. e manifesta carenza della motivazione in relazione alla censura difensiva proposta con l’atto di appello circa l’assenza di prova di un fatto di reato idoneo a giustificare la sussistenza della condotta agevolatrice, censura da ritenersi fondata già all’epoca del giudizio di primo grado, quando era ancora in corso il processo a carico del soggetto favorito B. ed ancor più dopo il suo proscioglimento da tutti gli addebiti.

2.2. Erronea applicazione dell’art. 384 c.p. e della causa di non punibilità ivi prevista e vizi congiunti di motivazione sul punto.

I giudici di appello hanno giustificato la non applicabilità dell’esimente con la mancata allegazione da parte dell’imputato di un concreto e grave nocumento conseguente all’ammissione di avere ricevuto dal B. uno dei francobolli allucinogeni dello stesso tipo di quello ceduto al minore poi deceduto.

La Corte di merito avrebbe, invece, dovuto svolgere specifiche argomentazioni circa l’assenza non solo di dichiarazioni provenienti dall’imputato ma anche di elementi sintomatici della gravità del nocumento potenzialmente derivante dalla condotta che gli era stata richiesta.

La pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di cassazione n. 21832 del 2007, Morea non ha, infatti, mai richiesto ai fini dell’applicazione dell’esimente, una necessaria e preliminare allegazione da parte dell’interessato volta a specificare dinanzi all’autorità giudiziaria il pregiudizio conseguente alla propria ammissione di responsabilità.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. La sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio per sopravvenuta prescrizione del reato.

2. Il ricorso non può, infatti, essere ritenuto inammissibile con riferimento al secondo motivo di censura.

Al fine di negare l’applicazione dell’art. 384 c.p., la Corte di appello ha allegato a sostegno la pronuncia delle Sezioni Unite n. 21832 del 05/06/2007, Morea, Rv. 236370 secondo cui “L’acquirente di modiche quantità di sostanze stupefacenti, nei cui confronti non siano emersi elementi indizianti di uso non personale, deve essere sentito nel corso delle indagini preliminari come persona informata sui fatti, essendo irrilevante, a tal fine, che egli possa essere soggetto a sanzione amministrativa per l’uso personale: ne consegue anche l’utilizzabilità delle dichiarazioni rese in tale veste”.

In particolare, i giudici di appello hanno affermato che con tale decisione era stata rimarcata “la necessità di comprovare il pericolo concreto di grave compromissione della situazione personale e lavorativa, circostanza che nel caso in esame non risulta in alcun modo delineata o delineabile”.

Senonché correttamente la difesa del ricorrente evidenzia non solo che tale onere di allegazione non era affatto presente nella decisione delle Sezioni Unite, ma soprattutto che la stessa è stata superata dalla giurisprudenza sedimentatasi successivamente.

E’ stato, infatti, affermato il principio che, pur essendo configurabile il delitto di favoreggiamento nei confronti dell’acquirente di modiche quantità di sostanza stupefacente per uso personale che, sentito come persona informata dei fatti, si rifiuti di fornire alla P.G. informazioni sulle persone da cui ha ricevuto la droga, resta ferma, tuttavia, in tale ipotesi l’applicabilità dell’esimente prevista dall’art. 384 c.p., comma 1, se, in concreto, le informazioni richieste possano determinare un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore, che può consistere anche nell’applicazione delle misure previste dal D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 75 (Sez. 6, n. 12934 del 11/03/2015, Ambrosini Nobili, Rv. 262910; Sez. 6, n. 23324 del 08/03/2013, Pedemonte, Rv. 256624).

Il principio ha, poi, trovato un contemperamento nel corollario secondo cui in tema di favoreggiamento, non è applicabile l’esimente prevista dall’art. 384 c.p., comma 1, quando la conclamata condizione di tossicodipendenza dell’acquirente di modiche quantità di sostanza stupefacente per uso personale lo esponga inevitabilmente all’applicazione delle misure previste dal D.P.R. n. 309 del 1990, art. 75, dovendosi ritenere irrilevanti le ulteriori conseguenze derivanti dalla pubblicità della situazione di tossicodipendenza per effetto delle informazioni richieste dagli organi di P.G. in merito all’acquisto dello stupefacente (Sez. 6, n. 3092 del 06/12/2012, dep. 2013, Rampon, Rv. 254181).

Tanto premesso, è vero che dalla sentenza emerge che il ricorrente era un abituale spacciatore e non era certo la possibilità di essere segnalato all’autorità amministrativa come assuntore di sostanze stupefacenti a costituire grave pregiudizio alla sua libertà ed al suo onore, ma resta il dato che la Corte territoriale ha male argomentato la denegata applicazione dell’esimente, così da rendere la doglianza non manifestamene infondata.

La più recente delle condotte di favoreggiamento in addebito è stata commessa in data 17 gennaio 2014 ed il corrispondente reato risulta, pertanto, prescritto il 21 settembre 2021, già computato il periodo di sospensione da normativa emergenziale Covid-19.

P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il reato è estinto per prescrizione.

Così deciso in Roma, il 6 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 gennaio 2022


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