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Licenziamento per giusta causa: quanti episodi sono necessari?

27 Marzo 2022
Licenziamento per giusta causa: quanti episodi sono necessari?

Condotte necessarie per poter risolvere il rapporto di lavoro in tronco: il licenziamento e la prova della reiterazione del comportamento. La gravità di una singola condotta è sufficiente?

Quanti episodi sono necessari per giustificare un licenziamento per giusta causa? La legge si limita a dire che il licenziamento può scattare solo nei casi più gravi, ossia quando viene irrimediabilmente leso il rapporto di fiducia che deve sempre sussistere tra datore e dipendente, sicché qualsiasi altra sanzione disciplinare risulterebbe insufficiente a sanzionare la condotta incriminata. Insomma, non è tanto una questione di “numero” di comportamenti illegittimi quanto di “gravità” degli stessi. 

Sul punto si è espressa, proprio di recente, la Cassazione fornendo un interessante chiarimento [1].

Ipotizziamo il caso di un dipendente a cui l’azienda contesti una serie di comportamenti di tale rilevanza da giustificare il licenziamento in tronco. A seguito del procedimento disciplinare e delle difese addotte dall’interessato, giudicate insufficienti, il rapporto lavorativo viene definitivamente risolto. Il lavoratore si oppone e presenta ricorso in tribunale. Nel corso della causa l’azienda riesce a dimostrare solo una delle condotte incriminate; le altre restano sfornite di prova. Cosa succede in un’ipotesi del genere? Ai fini del licenziamento per giusta causa, quanti episodi sono necessari?

Secondo la Cassazione, ben può il giudice ritenere legittimo il licenziamento se quell’unica condotta che risulti dimostrata sia talmente grave da giustificare il recesso immediato dal rapporto lavorativo. Così, ad esempio, se ad un cassiere viene contestata la mancata emissione di una serie di scontrini (ciò che giustificherebbe il fondato sospetto che questi abbia incassato per sé i corrispettivi in nero), anche laddove dovesse essere provato un solo episodio di questi il licenziamento sarebbe comunque valido.

Laddove invece la gravità non è collegata al comportamento in sé quanto alla sua reiterazione, allora in assenza di prove sui vari episodi il licenziamento verrebbe ritenuto sproporzionato. Si pensi a una persona accusata di aver lasciato la propria postazione, per più minuti, in svariate occasioni.

C’è tuttavia da dire che, laddove il licenziamento risulti fondato su fatti inesistenti, il lavoratore – a prescindere dal numero di dipendenti occupati dall’azienda – ha sempre diritto alla reintegra sul posto. Invece, quando il licenziamento è semplicemente sproporzionato rispetto all’illecito commesso, illecito comunque acclarato, al dipendente è dovuto solo il risarcimento del danno. 

Nel caso di specie, la Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento irrogato ad un dipendente addetto ad una stazione autostradale che aveva apposto della carta sulla barriera ottica della sbarra di cadenzamento, onde paralizzare il sistema di rilevamento dei veicoli in transito e di lucrare, in prima persona, sul ricavato dei pedaggi.

Secondo i giudici, il licenziamento per giusta causa può ritenersi legittimo anche laddove venga provata una sola delle circostanze contestate, purché sufficientemente idonea ad integrare un grave inadempimento degli obblighi negoziali e tale quindi da incrinare, irreversibilmente, il rapporto di fiducia con il datore di lavoro.

Resta comunque essenziale leggere le previsioni contenute nel contratto collettivo nazionale (il cosiddetto Ccnl). Succede spesso infatti che proprio nella contrattazione collettiva siano tipizzati i comportamenti che possono determinare il licenziamento. E, laddove in essa, risulti necessario il raggiungimento di un numero minimo di contestazioni per procedere al licenziamento disciplinare, il datore di lavoro non potrebbe mai applicare una sanzione più severa. Invece, laddove il Ccnl non stabilisca nulla, spetta al datore – e, in caso di contestazione, al giudice – valutare la gravità della singola condotta, optando se del caso per il licenziamento o per una sanzione meno afflittiva. 

Il principio affermato dalla Cassazione nella sentenza in commento è dunque il seguente: «in tema di licenziamento per giusta causa, quando vengano contestati al dipendente diversi episodi rilevanti sul piano disciplinare, non occorre che l’esistenza della “causa” idonea a non consentire la prosecuzione del rapporto sia ravvisabile esclusivamente nel complesso dei fatti ascritti, ben potendo il giudice – nell’ambito degli addebiti posti a fondamento del licenziamento dal datore di lavoro individuare anche solo in alcuni o in uno di essi il comportamento che giustifica la sanzione espulsiva, se lo stesso presenti il carattere di grave inadempimento»


note

[1] Cass. Sez. Lav., 7 febbraio 2022, n. 3820

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione Sezione L Civile Ordinanza 7 febbraio 2022 n. 3820

Data udienza 1 dicembre 2021

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13030-2019 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS);

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), che la rappresentano e difendono;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1385/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 26/02/2019 R.G.N. 2360/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del 01/12/2021 dal Consigliere Dott. PONTERIO CARLA.

RILEVATO

che:

1. (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno convenuto in giudizio, dinanzi al Tribunale di Torre Annunziata, (OMISSIS) s.p.a., chiedendo che fosse dichiarata l’illegittimita’ del licenziamento per giusta causa intimato il 27.10.2016 per avere “il 26 settembre 2016, durante lo svolgimento della prestazione lavorativa (ndr. (OMISSIS) quale addetto alla stazione autostradale e il (OMISSIS) in concorso col predetto) presso la stazione di Castellammare di Stabia, mediante l’artificio consistente nel porre della carta sulla barriera ottica della sbarra di cadenzamento dei veicoli…fatto si’ che la sbarra rimanesse alzata rendendo inefficiente il sistema di rilevamento dei veicoli in transito… al fine di poter trattenere a suo e/o altrui vantaggio ed in danno della societa’ l’importo dei pedaggi pagati dai clienti” e posto in essere la medesima condotta anche negli altri casi elencati nell’allegato B).

2. Il Tribunale, nel giudizio in fase sommaria di cui alla L. n. 92 del 2012, articolo 1, comma 49, ha respinto il ricorso che, invece, e’ stato accolto nella fase di opposizione, con declaratoria di illegittimita’ del licenziamento e condanna di (OMISSIS) s.p.a. a reintegrare i lavoratori e a risarcire loro i danni.

3. La Corte d’appello di Napoli ha accolto il reclamo proposto dalla societa’ e, in riforma della sentenza di primo grado, ha respinto l’originaria domanda dei lavoratori di impugnativa del licenziamento.

4. La Corte territoriale ha esaminato le deposizioni testimoniali rese dagli investigatori, incaricati dalla societa’, unitamente alla relazione investigativa e alla documentazione prodotta dalle parti ed ha ritenuto raggiunta la prova dell’addebito contestato ai dipendenti e risalente al 26.9.2016. Ha ritenuto, conformemente al Tribunale, che mancasse la prova in ordine agli altri addebiti relativi alla medesima attivita’ posta in essere nel periodo dall’1.1.2016 al 31.7.2016. Ha valutato il licenziamento intimato a ciascuno dei dipendenti come misura disciplinare proporzionata rispetto alla condotta tenuta, in ragione: del particolare grado di fiducia richiesto dalla specifica posizione lavorativa dei predetti, non suscettibile di controllo continuo; del fatto che gli stessi avessero rapporti con l’utenza nei cui confronti rappresentavano l’azienda; della responsabilita’ connessa al maneggio di denaro; risultando irrilevante rispetto a tali elementi il dato della esiguita’ della somma sottratta e dell’episodio isolato in cui cio’ si sarebbe verificato, in quanto la circostanza che i dipendenti avessero posto in essere specifici artifici e raggiri per appropriarsi di denaro in danno del datore di lavoro rivestiva un elevato disvalore giuridico e sociale, tale da ledere in modo irrimediabile il vincolo fiduciario e rendere proporzionata la sanzione espulsiva.

5. Avverso tale sentenza (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, illustrati da memoria. (OMISSIS) s.p.a., ha resistito con controricorso.

CONSIDERATO

che:

6. Con il primo motivo di ricorso e’ dedotta, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, violazione della L. n. 300 del 1970, articoli 7 e 18, per avere la sentenza impugnata giudicato legittimo il licenziamento sebbene la contestazione disciplinare contenesse due addebiti, di cui uno soltanto e’ stato provato; inoltre, per non avere la Corte di merito rilevato il difetto di specificita’ della contestazione disciplinare che, rivolta ad entrambi i dipendenti “in concorso” tra loro, non specifica nella loro materialita’ le condotte ascrivibili a ciascuno di essi, con conseguenti riflessi negativi sull’esercizio del diritto di difesa. Sotto altro profilo, si assume che la societa’ abbia violato il dovere di correttezza e buona fede poiche’ non ha consentito ai dipendenti, che ne avevano fatto tempestiva richiesta, di prendere visione, nel corso del procedimento disciplinare, della relazione investigativa e dei relativi allegati.

7. Il motivo e’ inammissibile poiche’ gli attuali ricorrenti, vittoriosi in fase di opposizione, non hanno allegato e dimostrato di avere riproposto, nel giudizio di reclamo, l’eccezione del difetto di specificita’ della contestazione disciplinare, come era necessario, dato che la sentenza impugnata non contiene alcuna argomentazione sul punto (v. Cass. n. 23675 del 2013; n. 20703 del 2015; n. 18795 del 2015; n. 11166 del 2018).

8. Infondata e’ anche la censura sulla mancata possibilita’ di esame della relazione investigativa nel corso del procedimento disciplinare.

9. Questa Corte ha chiarito che, in tema di esercizio del potere disciplinare, la contestazione dell’addebito ha la funzione di indicare il fatto contestato al fine di consentire la difesa del lavoratore, mentre non ha per oggetto le relative prove, soprattutto per i fatti che, svolgendosi fuori dall’azienda, sfuggono alla diretta cognizione del datore di lavoro; conseguentemente e’ sufficiente che il datore di lavoro indichi la fonte della sua conoscenza (v. Cass. 22236 del 2007).

10. Quanto alla valutazione di legittimita’ del recesso in relazione ad uno solo degli addebiti contestati, deve ribadirsi che, in tema di licenziamento per giusta causa, quando vengano contestati al dipendente diversi episodi rilevanti sul piano disciplinare, non occorre che l’esistenza della “causa” idonea a non consentire la prosecuzione del rapporto sia ravvisabile esclusivamente nel complesso dei fatti ascritti, ben potendo il giudice – nell’ambito degli addebiti posti a fondamento del licenziamento dal datore di lavoro individuare anche solo in alcuni o in uno di essi il comportamento che giustifica la sanzione espulsiva, se lo stesso presenti il carattere di grave inadempimento richiesto dall’articolo 2119 c.c. (v. Cass. n. 12195 del 2014; n. 24574 del 2013).

11. Con il secondo motivo e’ dedotta, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, violazione o falsa applicazione dell’articolo 2119 c.c. e della L. n. 604 del 1966, articolo 5, in relazione agli articoli 115 e 116 c.p.c., nonche’ violazione dell’articolo 132 c.p.c., n. 4, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

12. Si afferma che la relazione investigativa e la lettera di contestazione non indicavano l’autore materiale della disattivazione del lettore ottico, ma solo che il (OMISSIS) aveva rimosso la carta che ostruiva il sistema; che unicamente nel corso del giudizio i due investigatori, sentiti come testimoni, avevano dichiarato di aver visto il (OMISSIS) posizionare la carta davanti al lettore ottico; che la Corte d’appello ha omesso di prendere in esame tutte le prove emerse nel giudizio di merito ed ha travisato le prove utilizzate, avendo posto a base della decisione risultanze istruttorie in contrasto tra loro nonche’ omesso di esaminare fatti decisivi per il giudizio; inoltre, non ha reso alcuna motivazione sulle ragioni per cui ha ritenuto convergenti ed attendibili le dichiarazioni degli investigatori privati.

13. Sulla prima parte del motivo, la’ dove ripete la censura di mancata specificita’ della contestazione disciplinare, si richiamano gli argomenti esposti a proposito del primo motivo di ricorso.

14. Le residue censure risultano complessivamente inammissibili. Esse ruotano attorno all’assunto per cui le prove raccolte dimostrerebbero unicamente che il (OMISSIS) ha rimosso la carta che ostruiva il lettore ottico ed altri elementi di prova, non valorizzati dai giudici di secondo grado, comproverebbero che il blocco del sistema si verificava spesso a causa di eventi climatici (pioggia o vento) oppure a causa del passaggio di pedoni o per la presenza di oggetti lasciati sulla strada.

15. Esclusa la configurabilita’ di un vizio di violazione di legge, in quanto dedotto sulla base di una ricostruzione fattuale diversa da quella fatta propria dalla Corte di merito (v. Cass. n. 3340 del 2019; n. 640 del 2019; n. 10320 del 2018; n. 24155 del 2017; n. 195 del 2016), neppure sono integrati gli estremi di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5. I ricorrenti, infatti, non denunciano l’omesso esame di un fatto storico determinato e idoneo a condurre ad un esito diverso della lite (v. Cass., S.U. n. 8053 del 2014), ma prospettano una differente selezione del materiale probatorio rilevante ai fini della decisione, nonche’ una lettura alternativa delle risultanze istruttorie, quindi, in sostanza, la completa revisione del ragionamento decisorio seguito in sede di merito, che e’ estranea al perimetro segnato dal citato articolo 360 c.p.c., n. 5, e non puo’ trovare ingresso nel giudizio di legittimita’.

16. Non sussiste il dedotto vizio di motivazione, risultando ampiamente rispettato il requisito del “minimo costituzionale” delineato dalle Sezioni Unite di questa Corte (sentenza n. 8053 del 2014 cit.), anche quanto alle ragioni di attendibilita’ e convergenza delle dichiarazioni rese dai testimoni investigatori privati nelle varie fasi del procedimento di primo grado, rispetto al contenuto della relazione investigativa (v. sentenza impugnata, pagg. 9-13) e alla residua documentazione prodotta (da cui risultava l’oscuramento della pista di esazione a cui era addetto l’ (OMISSIS) il 26.9.2016 nell’orario indicato nella relazione investigativa, pag. 15 della sentenza impugnata).

17. La pendenza di un procedimento penale nei confronti degli investigatori privati per il reato di falsa testimonianza, desumibile dalla richiesta di rinvio a giudizio depositata dalla difesa dei ricorrenti, non incide sulle considerazioni svolte in quanto il giudizio di attendibilita’ dei testimoni integra un apprezzamento discrezionale non censurabile in sede di legittimita’, potendo la falsita’ della prova, ove dichiarata con sentenza passata in giudicato, rilevare ai sensi dell’articolo 395 c.p.c., n. 2 (v. Cass. n. 28653 del 2017; n. 1590 del 2020).

18. Con il terzo motivo di ricorso si addebita alla sentenza impugnata la violazione o falsa applicazione dell’articolo 2729 c.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere fondato il ragionamento presuntivo su indizi privi delle caratteristiche di gravita’, precisione e concordanza e per avere fondato la corresponsabilita’ dell’ (OMISSIS) sull’assunto, che i ricorrenti ritengono non dimostrato, dell’intenzionale intervento del (OMISSIS) sul lettore ottico, senza tener conto di quanto emerso dalle deposizioni dei testi (OMISSIS) e (OMISSIS) e cioe’ che il sistema di cadenzamento dei veicoli era soggetto a frequenti guasti per cause “naturali”, estranee alla condotta degli esattori.

19. Il motivo e’ inammissibile per le stesse ragioni esposte a proposito del secondo motivo, in quanto le censure si traducono nella critica al ragionamento decisorio dei giudici del reclamo, attraverso la maggiore valorizzazione di alcuni elementi probatori rispetto ad altri e al di fuori dei limiti segnati dall’articolo 360 c.p.c., n. 5 cit.

20. Con il quarto motivo si addebita alla sentenza impugnata, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione o falsa applicazione del principio di proporzionalita’ della sanzione disciplinare di cui all’articolo 2106 c.c., in combinato disposto con la L. n. 300 del 1970, articolo 7.

21. Si censura la valutazione di gravita’ della condotta dei lavoratori come eseguita dalla Corte d’appello, che non avrebbe adeguatamente considerato la mancanza di prova sia dell’entita’ del denaro che si assume sottratto (e che non supererebbe comunque i 10 Euro) e sia del carattere doloso della condotta dei ricorrenti, nonche’ la lunga anzianita’ di servizio dei medesimi in assenza di precedenti disciplinari, la prova di uno solo degli addebiti contestati, la prassi aziendale di recupero mediante trattenute in busta paga di somme non corrisposte dai dipendenti; elementi che se esaminati dalla Corte di merito avrebbero condotto ad una valutazione di non proporzionalita’ della misura espulsiva.

22. Anche questo motivo e’ inammissibile.

23. Questa Corte ha piu’ volte ribadito che il giudizio di proporzionalita’ o adeguatezza della sanzione dell’illecito commesso – istituzionalmente rimesso al giudice di merito si sostanzia nella valutazione di gravita’ dell’inadempimento imputato al lavoratore in relazione al concreto rapporto e a tutte le circostanze del caso, dovendo tenersi al riguardo in considerazione la circostanza che tale inadempimento deve essere valutato in senso accentuativo rispetto alla regola generale della “non scarsa importanza” di cui all’articolo 1455 c.c., sicche’ l’irrogazione della massima sanzione disciplinare risulta giustificata soltanto in presenza di un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali (L. n. 604 del 1966, articolo 3) ovvero addirittura tale da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto (articolo 2119 c.c.), (cfr. Cass. 18715 del 2016; Cass. n. 21965 del 2007, Cass., n. 25743 del 2007).

24. La sentenza impugnata si e’ attenuta ai principi sopra richiamati ed ha motivatamente valutato la gravita’ dell’infrazione, in particolare sottolineando la irrimediabile lesione della buona fede connessa all’impiego, da parte dei dipendenti, di artifici e raggiri allo scopo di sottrarre denaro in danno della societa’ datoriale.

25. Le critiche mosse dai ricorrenti non investono i parametri normativi su cui deve fondarsi il giudizio di proporzionalita’, bensi’ il peso in concreto attribuito dai giudici di appello ai singoli elementi probatori e la valutazione comparativa degli stessi. Esse si risolvono nella proposta di un diverso apprezzamento dei dati fattuali e di una valutazione alternativa degli stessi, che mostri un livello di gravita’ della condotta inferiore a quello ravvisato dai giudici di appello, e rimangono quindi confinate nell’ambito della valutazione merito e della deduzione di un generico vizio motivazionale, inammissibili in questa sede di legittimita’.

26. Per le ragioni esposte il ricorso deve essere respinto.

27. Le spese del giudizio di legittimita’ sono regolate secondo il criterio di soccombenza, e liquidate come in dispositivo.

28. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, si da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna i ricorrenti alla rifusione delle spese di lite che liquida in Euro 4.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, della da’ atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1-bis, se dovuto.


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