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Chi non può essere testimone?

22 Marzo 2022
Chi non può essere testimone?

Chi non può mai testimoniare: l’età, gli interessi, i rapporti con le parti in causa e tutte le altre incompatibilità indicate dalla legge. 

Affinché si possa essere testimoni in una causa è necessario innanzitutto aver conoscenza diretta dei fatti su cui si viene interrogati e, soprattutto, non avere contrapposti interessi. A stabilire chi non può essere testimone è, caso per caso, il giudice che tiene a tal fine conto della legge e, più in particolare, delle regole di procedura civile o di procedura penale (a seconda del tipo di processo). Cerchiamo allora di capire chi non può essere testimone tenendo appunto conto di questa importante differenza. Ma procediamo con ordine.

Chi non può mai essere testimone: l’assente

Innanzitutto non può mai essere testimone chi non è a conoscenza dei fatti o ne è a conoscenza per interposta persona, ossia per “averne sentito dire da altri”. Il testimone deve essere “oculare”, deve cioè aver assistito ai fatti su cui viene interrogato.

Chi non può mai testimoniare: l’incapace

Se anche il minorenne può testimoniare in un processo, dovendo tuttavia il giudice rispettare le dovute cautele relative alla sua particolare condizione, l’idoneità a testimoniare anche in un maggiorenne richiede un vaglio sulla capacità d’intendere e di volere. Secondo la Cassazione [1], l’idoneità a rendere testimonianza, in una persona maggiorenne, implica la capacità di comprensione delle domande e di adeguamento delle risposte «in uno ad una sufficiente memoria circa i fatti oggetti di deposizione ed alla piena coscienza di riferirne con verità e completezza

Non ogni comportamento contraddittorio, però, obbliga il giudice a disporre gli accertamenti sulla sua idoneità a testimoniare; tale obbligo sussiste qualora vi sia una situazione di mancanza e/o grave deficit conseguente a patologie in colui che deve rendere la testimonianza. Il giudice, quindi, è tenuto ad accertare in concreto la credibilità del testimone anche in relazione alle eventuali condizioni psichiche, ma non è «obbligato a disporre accertamenti per verificare, sempre e in ogni caso, l’idoneità fisica e mentale del testimone, specie allorché non vi siano seri elementi perturbatori per giustificare la pretesa incapacità del teste».

Chi non può mai testimoniare: le parti e i loro avvocati

Nel processo civile, vi è il divieto di testimonianza per entrambe le parti in processo. Nel penale, invece, la vittima può testimoniare: questo perché molti reati si consumano al riparo da occhi indiscreti sicché, diversamente, non potrebbero mai essere puniti (si pensi al racket o alla violenza sessuale).

Nel processo civile così come in quello penale possono invece testimoniare i parenti, il coniuge ed anche i figli della parte in giudizio o dell’imputato. 

Anche il difensore della parte non può testimoniare. Pertanto, sarà opportuno scegliere l’avvocato tenendo conto di tale limitazione che potrebbe subire nella prova.

Chi non può testimoniare: chi ha un interesse personale 

Nel processo civile non può testimoniare chi può astrattamente intervenire nel processo, perché ha un interesse processuale e la legge glielo consentirebbe. L’articolo 246 del codice di procedura civile stabilisce che «Non possono essere assunte come testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio». Ad esempio si può trattare del legale rappresentante di una società ossia l’amministratore (il socio può invece testimoniare).  Il soggetto fallito non può testimoniare nelle cause relative ai rapporti patrimoniali compresi nel fallimento.

Il dipendente di una delle parti in causa può testimoniare. Così anche il funzionario di banca e l’assistente di polizia. Non può testimoniare il condomino in una causa che concerne il proprio condominio.

Quanto ai coniugi in comunione legale, la Cassazione ritiene che essi possano testimoniare salvo che la causa riguardi beni inclusi nella comunione.

Nel processo penale, invece, non possono testimoniare i coimputati del medesimo reato o le persone imputate in un procedimento connesso, salvo che nei loro confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento o di condanna.

Divieto di testimonianza per il segreto professionale

non possono testimoniare, essendovi un divieto assoluto, coloro che sono vincolati dal segreto d’ufficio o dal segreto di Stato.

Inoltre, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione della loro professione (segreto professionale) le seguenti categorie:

  • i ministri di confessioni religiose;
  • gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai;
  • i medici, i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria;
  • tutti gli esercenti altre professioni ai quali la legge riconosce la facoltà di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale.

note

[1] Cass. sent. n. 9244/2022. Quindi, se la mancata realizzazione della perizia in ordine alla capacità a testimoniare «non determina l’incapacità a testimoniare e l’attendibilità della testimonianza della persona offesa, ove non emergano elementi patologici che possano far dubitare della predetta capacità (Cass. n. 25800/2015), a contrario, ove questi emergano, la valutazione da parte del giudice sia della capacità a testimoniare, che non richiede necessariamente l’espletamento di un accertamento tecnico, che dell’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, deve essere maggiormente stringente dovendo soffermarsi, il giudice, su tutti gli aspetti della vicenda sottoposta a scrutinio di modo che possa apprezzarsi la congruità della motivazione sui requisiti di capacità e attendibilità della persona offesa».

[2] Cass. sent. n. 6969/2017

Cass. pen., sez. III, ud. 3 marzo 2022 (dep. 18 marzo 2022), n. 9244

Presidente Andreazza – Relatore Gal

Ritenuto in fatto

1. Con l’impugnata sentenza, la Corte d’appello di Catania ha confermato la sentenza del Tribunale di Catania – quanto all’affermazione di responsabilità penale dell’imputato – riducendo la pena inflitta, nella misura di anni otto di reclusione, in relazione al reato di cui all’art. 81 c.p., comma 2, art. 609 bis, art. 609 ter c.p., comma 1, n. 5, perché, abusando delle condizioni di inferiorità fisica e psichica del figlio minore (n. il (omissis)) affetto da deficit cognitivo, e con violenza consistita nel bloccargli le mani con una corda, costringeva il minore a subire atti sessuali, tra cui penetrazioni anali, con l’aggravante di avere commesso il fatto in danno del figlio minore degli anni diciotto. In (omissis) .

2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso il difensore dell’imputato e ne ha chiesto l’annullamento per i seguenti motivi enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:

2.1. Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c) ed e), in relazione all’art. 194 c.p.p., comma 3, vizio di motivazione in relazione alla ritenuta capacità a testimoniare del minore e alla sua credibilità.

Deduce, il ricorrente, il mancato espletamento tecnico volto ad accertare la capacità del minore a rendere testimonianza, il vizio di motivazione in relazione alla credibilità dello stesso e alla assenza di riscontri e all’omessa valutazione di elementi difensivi.

Sotto il primo profilo, la corte territoriale, investita della richiesta della difesa di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in appello volta all’espletamento di una perizia per stabilire la capacità a testimoniare della vittima della violenza sessuale, avrebbe illogicamente respinta la richiesta sul rilievo che la persona offesa era stata sentita quando era già maggiorenne e che i testimoni dell’accusa avevano dichiarato che il deficit cognitivo non aveva inciso sulle facoltà mnemoniche e di comprensione degli eventi. Al contrario) dalla lettura delle dichiarazioni rese nel corso dell’incidente probatorio emergerebbero circostanze che contraddicono la ritenuta capacità a testimoniare, mentre con riguardo alle dichiarazioni rese dai testimoni Dott.sse C. e G. verserebbe in una violazione di legge ai sensi dell’art. 194 c.p.p., comma 3 e art. 191 c.p.p., avendo costoro reso apprezzamenti personali, sicché le loro dichiarazioni sarebbero inutilizzabili.

Sotto il secondo profilo, la motivazione della attendibilità della persona offesa sarebbe del tutto carente così come carente sarebbe la motivazione sulla credibilità del suo racconto. Non avrebbe esplicitato, la corte territoriale, i criteri in base ai quali avrebbe ritenuto attendibile il minore e credibile il suo racconto affidando tale giudizio alla testimonianza della Dott.ssa G. che avrebbe escluso dubbi circa l’attendibilità del minore, testimone fortemente condizionata dal fatto che aveva assistito la sorella del minore anch’ella vittima di abusi sessuali da parte del padre.

Sotto il terzo profilo, la corte territoriale non avrebbe individuato gli elementi di riscontro alle dichiarazioni del minore, non assumendo tale veste nè il riferimento alla pistola nè alle corde. Nè potrebbe ritenersi valido riscontro la valorizzazione dei comportamenti sessualizzanti essendo manifestamente illogico ritenere che i sintomi siano la prova dell’abuso e che quest’ultimo sia la spiegazione dei sintomi, non essendo possibile trarre da un fatto equivoco la prova dell’evento da dimostrare.

Infine, mancherebbe la motivazione in relazione ai rilievi difensivi svolti in punto attendibilità del minore.

2.2. Con il secondo motivo si deduce la violazione di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), in relazione all’art. 132 c.p. e art. 609 bis c.p. e art. 609 ter c.p..

La corte territoriale, nella determinazione del trattamento sanzionatorio, sarebbe incorsa in una violazione di legge là dove avrebbe applicato l’aumento di un terzo per effetto dell’applicazione della circostanza aggravante di cui all’art. 609 ter c.p., comma 1, n. 5, come modificata a seguito della L. n. 69 del 2019, sulla pena base individuata avendo riguardo ai limiti edittali di pena anteriori alla modifica ad opera della L. n. 69 del 2019.

La corte territoriale sarebbe, dunque, pervenuta ad una erronea applicazione della legge penale poiché, al momento del fatto, l’art. 609 ter c.p., comma 1 costituiva una circostanza indipendente dalla pena base di cui all’art. 609 bis c.p. e, pertanto, la corte territoriale avrebbe dovuto determinare la pena entro i limiti edittali di tale norma (da sei a dodici anni di reclusione) senza operare alcun aumento per la circostanza aggravante. La corte territoriale sarebbe incorsa nella citata violazione di legge là dove sulla fattispecie base di cui all’art. 609 bis c.p. ha operato l’aumento per la circostanza aggravante comune di cui all’art. 609 ter c.p., comma 1, n. 5, introdotta a seguito della modifica legislativa successiva al fatto compiuto.

La parte civile ha depositato memoria scritta con cui ha chiesto la conferma della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è fondato con riguardo al primo e assorbente motivo di ricorso, essendo la motivazione della sentenza impugnata viziata e carente sotto diversi aspetti.

Innanzitutto, occorre evidenziare che la sentenza impugnata dà atto che la persona offesa era stata sentita nel corso dell’incidente probatorio all’età di ventiquattro anni, sebbene i fatti di abuso sessuale fossero stati compiuti allorché era minore e, per tale ragione, essendo persona maggiorenne, aveva respinto la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per l’espletamento di una perizia sulla capacità a testimoniare.

Fatta questa premessa, un primo vizio della motivazione si rinviene là dove la corte territoriale ha respinto, con la indicata motivazione, la richiesta di accertamento della capacità di testimoniare.

L’idoneità a rendere testimonianza, in persona maggiorenne, implica la capacità di comprensione delle domande e di adeguamento delle risposte, in uno ad una sufficiente memoria circa i fatti oggetto di deposizione ed alla piena coscienza di riferirne con verità e completezza.

In tale ambito si è chiarito che non ogni comportamento contraddittorio, ma soltanto una situazione di mancanza e/o grave deficit conseguente a patologie in colui che deve rendere testimonianza di ogni consapevolezza in relazione all’ufficio ricoperto determina l’obbligo per il giudice di disporre accertamenti sulla sua idoneità a testimoniare, nè questi devono necessariamente avere natura tecnica, ben potendo essere effettuati da parte di soggetti “qualificati” (Sez. 1, n. 6969 del 12/09/2017, S., Rv. 272605; Sez., 3, n. 11096 del 10/12/2013, P., Rv. 258891; Sez. 2, n. 3161 del 11/12/2012, F., Rv. 254537).

Il giudice è tenuto ad accertare, in concreto, la credibilità del testimone anche in relazione alle eventuali condizioni psichiche, ma non è obbligato a disporre accertamenti per verificare, sempre e in ogni caso, l’idoneità fisica e mentale del testimone, specie allorché non vi siano seri elementi perturbatori per giustificare la pretesa incapacità del teste.

La sentenza impugnata mostra di non aver fatto corretta applicazione dei principi qui enunciati là dove ha respinto la richiesta di accertamenti sulla capacità a testimoniare rilevando che la persona offesa è stata sentita allorché era maggiorenne e che il “ritardo mentale lieve con disturbi del comportamento” non interferiva con la capacità a testimoniare come “testimoniato anche dalle psicologhe sopra citate”.

Si tratta all’evidenza di una motivazione carente nella misura in cui, fermo il principio secondo il quale non è necessario l’espletamento di una perizia per l’accertamento della capacità a testimoniare, respinge la richiesta di accertamento tecnico sul rilievo che la persona offesa è stata sentita allorché era maggiorenne, tacendo il fatto che era affetto a da deficit cognitivo medio (tant’è che soggiornava in una comunità), e formula il relativo giudizio di capacità a testimoniare mediante generico richiamo alle dichiarazioni delle due psicologhe sentite nel giudizio di primo grado.

La valutazione della corte non è in linea con gli arresti sopra citati, avendo respinto la richiesta di accertamento tecnico rilevando che la persona offesa non era più minorenne allorché aveva testimoniato, ed è sbrigativa e, dunque, carente là dove, senza neppure richiamare per relationem la sentenza di primo grado, fa un generico riferimento alla testimonianza delle due psicologhe (C. e G. ) per fondare il giudizio di piena capacità a testimoniare della persona offesa.

Se il mancato espletamento della perizia in ordine alla capacità a testimoniare non determina l’incapacità a testimoniare e l’attendibilità della testimonianza della persona offesa, ove non emergano elementi patologici che possano far dubitare della predetta capacità (Sez. 3, n. 25800 del 01/07/2015, C., Rv. 267323), a contrario, ove questi emergano, la valutazione da parte del giudice sia della capacità a testimoniare, che non richiede necessariamente l’espletamento di un accertamento tecnico, che dell’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, deve essere maggiormente stringente dovendo soffermarsi, il giudice, su tutti gli aspetti della vicenda sottoposta a scrutinio di modo che possa apprezzarsi la congruità della motivazione sui requisiti di capacità e attendibilità della persona offesa.

Il rilevato vizio di motivazione sulla capacità a testimoniare della persona offesa, che ridonda anche sul giudizio di attendibilità. ha natura assorbente, e la sentenza va annullata sul punto, con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Catania.

Al giudice del rinvio, in conseguenza della sua decisione, spetterà, in caso di affermazione della responsabilità per i reati contestati, il rilievo della causa estintiva della prescrizione maturata nel corso del giudizio, e il regolamento delle spese in favore della parte civile costituita.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Catania.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


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