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Quando posso dimettermi per giusta causa?

27 Marzo 2022
Quando posso dimettermi per giusta causa?

Cosa spetta al lavoratore che si licenzia senza preavviso: i casi in cui è possibile ottenere l’assegno di disoccupazione. 

Le dimissioni per giusta causa sono quelle rese necessarie da una grave inadempienza da parte del datore di lavoro. Stabilire quando ci si può dimettere per giusta causa è di fondamentale importanza perché solo in tali casi il dipendente dimissionario può recedere in tronco (ossia con effetto immediato) e, per di più, ricevendo l’indennità per il mancato preavviso dall’azienda e l’assegno di disoccupazione da parte dell’Inps. 

Per stabilire, in concreto, quali sono i casi di dimissioni per giusta causa bisogna dare uno sguardo alle sentenze della Cassazione. La giurisprudenza infatti ritiene legittime le dimissioni per giusta causa solo in presenza di un grave inadempimento da parte del datore di lavoro, tale cioè da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro neanche per un solo giorno. Del resto, è la stessa cosa che succede, sul versante opposto, in caso di licenziamento disciplinare determinato da «giusta causa».

Qui di seguito forniremo alcuni tipici esempi di dimissioni per giusta causa in modo da orientare il dipendente che non voglia commettere errori in questo delicato passaggio. 

Mancato o ritardato pagamento della retribuzione

In giurisprudenza, si è molto discusso sulla possibilità di dimettersi per giusta causa non appena il datore ritardi il pagamento dello stipendio. E siccome si è detto che solo l’inadempimento «grave» giustifica le dimissioni per giusta causa, è necessario che vi sia un ritardo di almeno due mesi. Il che significa che il datore deve aver “saltato” almeno due mensilità [1].

Sul punto, la Cassazione ha detto: «Il reiterato mancato pagamento di voci retributive legittima il lavoratore al recesso per giusta causa esonerandolo dall’obbligo di preavviso». Sussiste ugualmente la giusta causa se il lavoratore, rassegnando le dimissioni, ne abbia però posticipato l’effetto, così dimostrando la “possibilità” di prosecuzione del rapporto, ove ciò avvenga per rispetto dei principi di correttezza e buona fede, in considerazione della particolare posizione rivestita dal lavoratore nell’organizzazione aziendale e perciò dalle negative conseguenze di una immediata cessazione delle sue prestazioni.

Sempre la Suprema Corte ha detto che «Sebbene la mancata corresponsione della retribuzione per un periodo significativo possa costituire giusta causa di dimissioni, tuttavia la stessa è da escludere nel caso in cui il lavoratore, manifestando la volontà di dimettersi, abbia consentito a continuare l’attività per tutto o per parte del periodo di preavviso. In tal caso, infatti, è lo stesso comportamento concludente del lavoratore ad escludere la ravvisabilità di circostanze tali da impedire la prosecuzione anche soltanto temporanea del rapporto» [2].

Omesso versamento dei contributi

Collegati agli stipendi mensili sono i contributi: anche in questo caso, in presenza di un grave ritardo o inadempimento, il dipendente può recedere dal rapporto di lavoro e, comunicando l’inadempienza all’Inps, non perdere la propria posizione previdenziale. In ogni caso, tale inadempimento non costituisce giusta causa di dimissioni se il fatto è stato a lungo accettato dal lavoratore [3]. 

Sul punto, la Cassazione ha detto che «L’omessa regolarizzazione della posizione del lavoratore, tollerata per lungo tempo e priva di effetti pregiudizievoli, non costituisce una causa che non consenta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto di lavoro e, pertanto, non integra per il lavoratore, una giusta causa di recesso in tronco senza preavviso».

Ingiurie e maltrattamenti

In presenza di un grave comportamento ingiurioso del superiore gerarchico o del datore di lavoro è ammessa la dimissione per giusta causa [4]. La Cassazione in passato ha ritenuto insussistente la giusta causa di dimissione in presenza di semplici richiami verbali. Questi infatti rientrano nel potere disciplinare del datore. Non devono però eccedere nell’ingiuria, ossia nell’offesa alla moralità o alla professionalità del dipendente. 

Come noto, l’ingiuria non è più reato ma semplice illecito civile che darà comunque al dipendente la possibilità di chiedere il risarcimento. Resta invece penalmente rilevante il reato di maltrattamenti che però si può verificare solo nei piccoli ambienti aziendali, dove il datore è a stretto contatto con i dipendenti. 

Mobbing

Il mobbing è uno dei comportamenti più deprecabili nell’ambito del rapporto di lavoro. Ma affinché questo possa essere dimostrato bisogna raggiungere la prova di una serie di condotte vessatorie, reiterate e tutte accomunate dalla volontà di emarginare il lavoratore. 

Molestie sessuali

Anche le molestie sessuali possono dar luogo all’immediata dimissione per giusta causa. Anche un singolo episodio, o il semplice tentativo, può giustificare il recesso, essendo considerato di per sé sufficientemente grave [5].

Demansionamento

Altro tipico illecito negli ambienti di lavoro è il demansionamento: si verifica quando il dipendente viene significativamente svuotato del numero del contenuto delle proprie mansioni, tale da pregiudicarne il bagaglio professionale. 


note

[1] Trib. Milano 10 maggio 2013; Cass. 23 maggio 1998 n. 5146; Cass. 26 gennaio 1988 n. 648; Cass. 22 dicembre 1987 n. 9589.

[2] Cass. sent. n. 7711/2019.

[3] Cass. 23 febbraio 1983 n. 1339; Cass. 5 maggio 1980 n. 2956.

[4] Cass. 11 febbraio 2000 n. 1542; Cass. 29 novembre 1985 n. 5977.

[5] Trib. Milano 16 giugno 1999


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