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Negazionismo ebrei: è reato?

22 Marzo 2022
Negazionismo ebrei: è reato?

Tesi negazioniste e libertà di espressione: quando è reato la fake news. 

Il diritto di critica è tutelato dalla Costituzione ed in esso è incluso anche il “revisionismo storico”, ossia la possibilità di raccontare la storia sotto una diversa angolatura rispetto a quella generalmente accolta. Ma ciò non può spingersi sino a negare la realtà di fatti ormai documentati e su cui pende uno dei più severi giudizi di tutti i tempi: la shoah e il genocidio degli ebrei. Non si può etichettare come una montatura o un’esagerazione il massacro perpetrato dai nazisti e le leggi razziali approvate dal regime fascista. 

Al di là però della figura di ignorante che fa chi si azzarda ad affermare tesi di tale tipo, quali potrebbero essere le conseguenze giuridiche di un comportamento del genere? È reato il negazionismo sugli ebrei?

Sul punto si è espressa la Cassazione [1]. Il tema va a braccetto con la disciplina sulle fake news. A riguardo è bene sapere che non esiste una legge che punisca le bufale. In realtà, l’articolo 656 del codice penale sanziona con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309, la pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, ma solo se possono turbare l’ordine pubblico. Questo significa che le fake news, anche se sono il frutto delle più inaudite ed improbabili tesi “complottistiche”, non possono essere punite se non sono tali da pregiudicare l’ordine pubblico. Del resto, l’articolo 656 è una delle norme del codice penale meno applicate: il timore che da ciò possa derivare una compromissione della libertà di parola ha fatto sì che il ricorso ad esso sia avvenuto con il contagocce. Basta dare uno sguardo a qualsiasi archivio di giurisprudenza per convincersene. 

Da ciò deriva che, in generale, il negazionismo non è reato. Ma con una sola eccezione, frutto di una specifica normativa [2] introdotta nell’articolo 604bis del codice penale: chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, o istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, negando o minimizzando in modo grave la Shoah, o addirittura osannandola, viene punito con la reclusione da due a sei anni.

La nostra normativa ha quindi previsto un’apposita disciplina in favore degli ebrei e dell’Olocausto.

Come chiarito dalla Cassazione nella pronuncia in commento, il revisionismo dell’Olocausto ebraico – a sostegno della liceità del “negazionismo” in quanto espressione della libera manifestazione del pensiero posta in essere per mezzo della critica storica dei fatti – si basa sulla riproposizione di argomentazioni ampiamente smentite da documenti ufficiali della Comunità Internazionale e delle autorità giudiziarie internazionali. Da ciò deriva che non può presumersi alcuna buona fede in chi commette reato di negazione della Shoah e divulga idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico. Infatti è “indubbio” che ormai chiunque può giovarsi degli strumenti scolastici e culturali messi a sua disposizione dallo Stato «affinché simili eventi non possano mai più accadere».

La Suprema Corte ha evidenziato che esiste un legame di continuità tra la politica nazista di occultamento delle prove del genocidio, come accertata dalle truppe alleate alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e le attività di alcuni autori (che si definiscono “storici”) che tentano di convincere il mondo che la Shoah sia una «grande impostura del ventesimo secolo». Secondo costoro, Auschwitz e le camere a gas naziste non sarebbero altro che un’invenzione della propaganda alleata, di matrice sionista; ovvero i morti sarebbero molti di meno. Tuttavia mentre ogni storico che si rispetti è revisionista, nel senso che è disposto a rimettere costantemente in gioco le proprie conoscenze qualora l’evidenza documentaria lo induca a rivedere le sue posizioni, il negazionista è colui che nega l’evidenza storica stessa, come accade in questo caso per l’Olocausto ebraico.

Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo non c’è alcuna limitazione di libertà di espressione nella previsione del reato di revisionismo, posto a tutela della memoria e dell’identità dei sopravvissuti dell’Olocausto. 

I giudici di Strasburgo hanno individuato una categoria di «fatti storici chiaramente stabiliti» – come l’Olocausto – e una categoria di fatti rispetto ai quali è tuttora in corso un dibattito tra gli storici su come sono avvenuti e su come vanno interpretati. 

Lo scopo di queste tesi negazioniste – secondo la Corte – non sarebbe la ricerca della verità, quanto piuttosto quello (inaccettabile) di riabilitare il regime nazionalsocialista e, di conseguenza, accusare di falsificazione storica le stesse vittime di questo regime. Affermazioni di questo genere, secondo la Corte, mettono in discussione i valori che fondano la lotta contro il razzismo e l’antisemitismo e sono tali da turbare gravemente l’ordine pubblico. Offendendo i diritti altrui, questi comportamenti sono incompatibili con la democrazia e con i diritti umani. Per cui i loro autori perseguono obiettivi proibiti e si deve concludere che le affermazioni negazioniste non rientrano nella tutela della libertà di espressione.

Secondo la Cassazione, la Storia ha già “giudicato”. Per cui le tesi negazioniste nulla hanno a che vedere con la critica e l’analisi storica di un fenomeno che, lungi dall’essere oggetto di controversie storiografiche, deve piuttosto considerarsi storicamente avvenuto e addebitabile ai regimi nazisti e fascisti che hanno governato l’Europa tra la terza e la quinta decade dello scorso secolo.  

Anche chi ha frequentato la sola scuola dell’obbligo e diffonde idee fondate sulla superiorità o sull’odio raziale o etnico e sulla negazione della Shoah evidentemente “sceglie” di rifiutare ostinatamente quanto gli è stato insegnato sulla base di documenti storici. Senza contare che la legge celebra il Giorno della Memoria, in modo da ricordare a tutti la realtà storica. 


note

[1] Cass. sent. n. 3808/2022.

[2] Art. 10 della Convenzione EDU e L. n. 654 del 1975, articolo 3, comma 1, lettera a), 3-bis.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IASILLO Adriano – Presidente

Dott. LIUNI Teresa – Consigliere

Dott. BINENTI Roberto – Consigliere

Dott. CENTOFANTI Francesco – Consigliere

Dott. APRILE Stefano – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 15/09/2020 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

fissata la trattazione con il rito scritto;

udita la relazione svolta dal Consigliere APRILE STEFANO;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ZACCO FRANCA, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso;

lette le conclusioni scritte dell’avv. (OMISSIS), difensore di (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con il provvedimento impugnato, la Corte d’appello di Milano, parzialmente riformando la sentenza pronunciata all’esito del giudizio abbreviato dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Milano in data 9 maggio 2018, confermava la declaratoria di responsabilita’ di (OMISSIS) per il reato di concorso con ignoti nella diffusione di idee fondate sulla superiorita’ o sull’odio razionale o etnico e di negazione della Shoah (articolo 110 c.p., L. n. 654 del 1975, articolo 3, comma 1, lettera a), articolo 3 bis), nonche’ il trattamento sanzionatorio irrogato dal primo giudice nella misura di mesi sei di reclusione, concedendo il beneficio della sospensione condizionale della pena.

1.1. Con concorde valutazione di entrambi i giudici di merito, sulla base di una ricostruzione di fatto che non viene avversata dal ricorrente, e’ stata affermata la responsabilita’ dell’imputato, aderente al movimento (OMISSIS) per avere, in concorso con altri individui rimasti ignoti, diffuso idee fondate sulla superiorita’ o sull’odio raziale o etnico e sulla negazione della Shoah; in particolare, durante la celebrazione del Giorno della Memoria avvenuta del 27 gennaio (OMISSIS), svolgevano attivita’ di propaganda, diffondendo col mezzo della stampa, in alcune vie del centro milanese, volantini, affiggevano striscioni e realizzavano scritte che s’ispiravano al Nazional Socialismo, inneggiando alla superiorita’ della razza bianca contro ogni presenza di giudaismo in Europa, negando l’Olocausto ebraico.

Secondo la non contestata ricostruzione in fatto, i volantini rinvenuti affissi nelle vie del centro di Milano erano di due tipologie:

– il primo riportava la scritta “siamo sempre stati perseguitati pur non avendo mai dato fastidio a nessuno. La “soluzione finale” era un piano per la nostra eliminazione fisica. Dai campi di concentramento non si usciva vivi. Venivamo trasformati in paralumi, bottoni e saponette. I 6 milioni di morti sono ufficialmente documentati da testimoni oculari e da libri in vendita, tra una caciotta e un culatello, nelle aree di servizio autostradali”, poi a seguire l’immagine di Pinocchio recante la scritta sul naso “Made in Israel” e di seguito la scritta “credi ancora a quel che insinua Pinocchio- Perche’ tutta questa paura degli studi revisionisti se non c’e’ nulla da nascondere-“;

– il secondo riportava il seguente testo: “27 gennaio (OMISSIS) nella giornata della memoria vogliamo ricordare gli olocausti degli ultimi secoli”, proseguendo con una serie di eventi, corredati da supposte statistiche, relative a genocidi registrati nel corso degli ultimi secoli.

L’attivita’ di perquisizione dell’abitazione dell’indagato e delle pertinenze di essa portava anche al rinvenimento di numerosi altri volantini, sempre riconducibili al movimento, inneggianti “la superiorita’ della razza bianca”, ovvero a contenuto discriminatorio, per i quali, a differenza di quelli affissi sulla pubblica via, i giudici di merito escludevano la rilevanza penale per difetto della pubblica diffusione.

2. Ricorre (OMISSIS), a mezzo del difensore avv. (OMISSIS), che chiede l’annullamento della sentenza impugnata, sviluppando due motivi con i quali denuncia:

2.1. – la violazione di legge, in riferimento all’articolo 10 della Convenzione EDU e alla L. n. 654 del 1975, articolo 3, comma 1, lettera a), 3-bis (ora articolo 604-bis c.p.), e il vizio della motivazione con riguardo alla presunzione assoluta di illegalita’ di ogni pensiero di “natura revisionista sull’olocausto ebraico (Shoah)”, sia perche’ la sussistenza della Shoah e’ criticata da numerosi studiosi, sia perche’ e’ illegittimo considerare, ammesso che esista, il genocidio ebraico come l’unico genocidio del quale non si possa neppure parlare, facendone una critica ragionata, a differenza dei genocidi che hanno colpito altre popolazioni, come incomprensibilmente afferma la sentenza della CEDU nella causa Perincek c/o Svizzera, in cio’ ingiustamente seguita dai giudici di merito che riconoscono una sorta di “statuto speciale” della Shoah.

Il ricorso, sottoscritto dal difensore, si diffonde nell’invitare la Corte di legittimita’ a “verificare quali siano le tesi revisionistiche e i fatti storici su cui si basano le idee propalate dal (OMISSIS)” cui il ricorrente aderisce; in particolare il difensore richiama quanto gia’ evidenziato nell’atto di appello: ” I) “siamo sempre stati perseguitati pur non avendo mai dato fastidio a nessuno”, fa riferimento a fatti storici pacifici: gli attacchi politici del giornale (OMISSIS) contro il Partito tedesco dei lavoratori nel 1919; dichiarazione della seconda guerra mondiale della WJA (World Jewis Agency, organismo di governo del proto-stato ebraico) del 29/8/1939; i boicottaggi ebraici al commercio internazionale di prodotti tedeschi; II) “la soluzione finale era un piano per la nostra eliminazione fisica”. “Soluzione finale” e’ il risultato di una traduzione inesatta della frase (soluzione totale ebraica) che riguardava il piano di espulsione degli Ebrei dal territorio del Reich che seguiva a quello gia’ tentato da Francia e Gran Bretagna e che si era concretizzato in un tentativo di deportazione. Sostanzialmente l’idea era di trasferire gli Ebrei in Madagascar (rientra tra gli ordini ricevuti da Eichmann). La giustificazione era che essi erano, a causa della loro dichiarazione di guerra del 29 agosto 1939, formalmente un popolo nemico della Germania. La soluzione finale prospettata da Goering non era, quindi, l’eliminazione fisica degli internati, ma piuttosto il loro allontanamento fuori dal Reich, in territori sempre sotto il controllo tedesco. Tesi forse non condivisibili ma basate su fatti storici acclarati e documenti in possesso di tutti gli storici; III) “dai campi di concentramento non si usciva vivi” si basa sulla circostanza che vi siano stati dei sopravvissuti e che, comunque, la media dei decessi si avvicinasse a quella dei soldati al fronte. Si riferisce, altresi’, al fatto che il numero di 6 milioni di morti nel lager non sia cifra certa in quanto molta documentazione e’ andata distrutta; IV) l’immagine di Pinocchio e la scritta “made in Israel”, “fa riferimento al fatto che la favola di “Pinocchio” in realta’ e’ stata adattata da Collodi da un’antica novella ebraica (Pinocchio e Mastro Geppetto sono diminutivi di Giuseppe ossia Joset nome ebraico molto usato per il primogenito; Geppetto potrebbe essere il diminutivo di Giona (Yonah) vissuto nel ventre della balena;

Lucignolo e’ il diminutivo di Lucifero, Lucipher; il gatto e la volpe sono in realta’ Mau e Anubi derivanti dalla non amata cultura egizia; Mangiafuoco riprende la figura di Baulum, personaggio citato in antichi testi ebraici che mangia bambini arrostiti salvandone ogni tanto qualcuno quando si impietosisce”.

2.2. – la violazione di legge, in riferimento all’articolo 43 c.p., e il vizio della motivazione con riguardo all’elemento soggettivo.

Il ricorso, sottoscritto dal difensore, afferma, tra l’altro, che: “In atti non vi e’ prova, se non la presunzione operata dalla Corte di Appello, che l’imputato, nel suo momento rappresentativo, abbia avuto la volonta’ di diffondere un’idea che negasse l’Olocausto e non quella di criticare la ricostruzione storica ufficiale. E’ di tutta evidenza che, anche ove la condotta fosse chiaramente e materialmente “negazionista”, non si potrebbe addivenire alla condanna del soggetto che, pur ponendola in essere, sia convinto di veicolare a terzi una richiesta di revisione critica dello sterminio (per modalita’, origini ed effetti) senza volerne negare l’esistenza. Nel poderoso fascicolo a disposizione della Corte si possono trovare tutti documenti del NSABC e cio’ consente di verificare, oltre ogni ragionevole dubbio, che il (OMISSIS) sia interiormente convinto della bonta’ degli elementi che segnala come necessari per la revisione storica della Shoah e per ristabilire la verita’”.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e’ inammissibile.

1.1. La L. 13 ottobre 1975, n. 654, articolo 3 (cd. Legge Mancino), portante “Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966”, prevedeva, nel testo vigente all’epoca del fatto (dal 13 marzo 2016 al 11 dicembre 2017), che: “1. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione, e’ punito: a) con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 Euro chi propaganda idee fondate sulla superiorita’ o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. 2. (comma soppresso dalla L. 25 giugno 1993, n. 205 che ha convertito il Decreto Legge 26 aprile 1993, n. 122). 3. E’ vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attivita’, e’ punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per cio’ solo, con la reclusione da uno a sei anni. 3-bis. Si applica la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l’istigazione e l’incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanita’ e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della L. 12 luglio 1999, n. 232”.

La disposizione, emendata dopo la commissione del fatto per cui si procede dalla L. n. 167 del 2016 (in vigore dal 12 dicembre 2017) che ha esteso le condotte punibili anche alla “minimizzazione in modo grave o sull’apologia della Shoah”, e’ ora trasfusa nell’articolo 604-bis c.p., in forza del Decreto Legislativo 1 marzo 2018, n. 21.

2. Il ricorso non sviluppa alcuna specifica critica sulla ritenuta idoneita’ delle pubblicazioni sequestrate a propagandare idee basate sulla discriminazione o odio razziale e sulla negazione della Shoah, cosi’ non confrontandosi con l’ampia motivazione fornita da entrambi i giudici di merito in proposito.

La specifica idoneita’ della condotta a costituire propaganda di idee discriminatorie e di negazione della Shoah e’ stata ampiamente illustrata dai giudici di merito, con riferimento: al contenuto aberrante dei volantini che il ricorrente contribuiva a distribuire ed affiggere nelle vie cittadine; alla stretta interrelazione tra il fatto e il Giorno della Memoria (istituito con L. 20 luglio 2000, n. 211); all’accertata (e non contestata) adesione del ricorrente alle idee discriminatorie (superiorita’ e difesa della razza ariana) e negazioniste dell’Olocausto ebraico, proprie del movimento Nazional Socialista sotto la cui egida si e’ svolta l’azione (i volantini riportano il logo del (OMISSIS)).

2.1. Il ricorso si propone, piuttosto, di fornire una, gia’ giudicata tardiva e infondata da entrambi i giudici di merito, ricostruzione della natura e del senso delle frasi che e’ pero’ incentrata sul “revisionismo” dell’Olocausto ebraico.

A tale proposito e’ utile chiarire che e’ indubitabile che esiste un legame di continuita’ tra la politica nazista di occultamento delle prove del genocidio, come accertata dalle truppe alleate alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e le attivita’ di alcuni autori (che si definiscono storici) che tentano di convincere il mondo che la Shoah sia la “grande impostura del ventesimo secolo”; secondo costoro, Auschwitz e le camere a gas naziste non sarebbero altro che un’invenzione della propaganda alleata, di matrice sionista, ovvero i morti sarebbero molti di meno.

Il ricorso si riferisce a tali autori con l’etichetta di “revisionisti” (appellativo con cui essi stessi, in effetti, amano autodefinirsi), ma la storiografia ufficiale preferisce chiamarli “negazionisti”.

Il motivo di tale netta scelta di campo e’ semplice: mentre ogni storico che si rispetti e’ revisionista, nel senso che e’ disposto a rimettere costantemente in gioco le proprie conoscenze qualora l’evidenza documentaria lo induca a rivedere le sue posizioni, il negazionista e’ colui che nega l’evidenza storica stessa, come accade in questo caso per l’Olocausto ebraico.

2.2. E’ bene considerare che l’espresso riferimento al negazionismo e’ stato inserito nella fattispecie incriminatrice dalla L. 16 giugno 2016, n. 115 in adempimento di precise indicazioni del Consiglio d’Europa.

Del resto, la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo ha individuato alcune questioni centrali nell’ambito della riflessione sul reato di negazionismo, come ipotesi in cui si ammette una limitazione della liberta’ di espressione tutelata dall’articolo 10 della Convenzione.

Vi sono, infatti, numerosi e autorevoli precedenti giurisprudenziali che hanno ritenuto non in contrasto con l’articolo 10 della CEDU la sanzione imposta dagli ordinamenti degli Stati membri del Consiglio d’Europa all’espressione di opinioni offensive della memoria e dell’identita’ dei sopravvissuti dell’Olocausto.

2.2.1. Si consideri, per esempio, la sentenza sul caso Peta Deutschland contro Germania dell’8 novembre 2012, in cui la Corte EDU ha ritenuto che una campagna d’opinione – lanciata da un’associazione per la tutela dei diritti degli animali, nella quale si equiparava la tortura e la strage di animali a quella di persone umane e nella quale entrambe venivano definite “olocausto” – non fosse tutelata dall’articolo 10 della CEDU.

2.2.2. Con riferimento diretto alla questione del negazionismo, e’ di particolare rilievo la sentenza Garaudy contro Francia del 1998, in cui la Corte ha dichiarato irricevibile la richiesta presentata dal ricorrente (autore di un libro in cui propugnava tesi negazioniste), ritenendo possibile per gli Stati, in presenza di certe condizioni, una limitazione della libera manifestazione del pensiero.

La Corte, nella sentenza Garaudy, di fronte alle affermazioni rispetto alle quali i ricorrenti lamentavano, in particolare, una violazione della libera manifestazione del pensiero, ha effettuato una distinzione che merita di essere ricordata perche’ citata come precedente in altre sentenze sul negazionismo.

I giudici di Strasburgo hanno individuato una categoria di “fatti storici chiaramente stabiliti” – come l’Olocausto – e una categoria di fatti rispetto ai quali “e’ tuttora in corso un dibattito tra gli storici circa come sono avvenuti e come possono essere interpretati”.

La Corte EDU affronta la questione dei limiti al dibattito storico sugli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale e, pur considerando necessario per qualsiasi paese il dibattito aperto e sereno sulla propria storia, afferma l’esclusione della garanzia dell’articolo 10 CEDU per il discorso revisionista o negazionista sull’esistenza dell’Olocausto.

Secondo tale interpretazione spetta alla Corte, a partire dall’obiettivo perseguito, dal metodo utilizzato e dal contenuto delle affermazioni, valutare se vengono o meno rimessi in discussione dei “fatti storici”.

Ed e’ in base a tale ragionamento che la Corte EDU ha dichiarato irricevibile la richiesta del ricorrente, ritenendo che il libro pubblicato da Garaudy avesse come obiettivo di rimettere in discussione l’Olocausto, visto che propugnava tesi negazioniste.

Lo scopo – secondo la Corte – non sarebbe dunque la ricerca della verita’, ma piuttosto quello (inaccettabile) di riabilitare il regime nazionalsocialista e, di conseguenza, accusare di falsificazione storica le stesse vittime di questo regime.

Affermazioni di questo genere, secondo la Corte, “mettono in discussione i valori che fondano la lotta contro il razzismo e l’antisemitismo e sono tali da turbare gravemente l’ordine pubblico. Offendendo i diritti altrui, questi comportamenti sono incompatibili con la democrazia e con i diritti umani e i loro autori perseguono obiettivi, quali quelli vietati dall’articolo 17 CEDU”.

Se ne deve concludere, percio’, che queste affermazioni negazioniste non rientrano nella tutela dell’articolo 10 CEDU e contrastano con i valori fondamentali della Convenzione di giustizia e pace che sono espressi nel Preambolo.

2.2.3. Del pari rilevante e’ la vicenda che ha formato oggetto della piu’ recente sentenza della CEDU nel caso Peringek c. Svizzera del 17 dicembre 2013: il ricorrente Dob Peringek era stato condannato dal Tribunale federale svizzero per le sue affermazioni a proposito dei crimini commessi nel 1915 dall’Impero ottomano contro il popolo armeno (il ricorrente non aveva negato tali crimini, ma aveva sostenuto che non si trattasse di genocidio e che si trattasse di uno sterminio giustificato da ragioni belliche).

Il codice penale svizzero prevede espressamente come reato (articolo 261-bis, 4 alinea) la condotta di chiunque, pubblicamente, mediante parole, scritti, immagini, gesti, vie di fatto o in modo comunque lesivo della dignita’ umana, discredita o discrimina una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione o, per le medesime ragioni, disconosce, minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l’umanita’.

La Corte EDU ha, in questo caso, adottato una decisione favorevole al ricorrente, sostenendo che la condanna subita dal Peringek per contestazione di crimini di genocidio o contro l’umanita’ e’ in contrasto con la liberta’ di espressione.

Sul caso si e’ poi pronunciata, il 15 ottobre 2016, la Grande Chambre che ha confermato la violazione della liberta’ di espressione, di cui all’articolo 10 CEDU, sul presupposto, che rileva nel caso in esame, secondo il quale l’Olocausto ebraico e’ storicamente accertato e non discutibile.

2.3. Per concludere: la prospettiva del revisionismo dell’Olocausto ebraico, che viene propugnata dal ricorso a sostegno della liceita’ del fatto compiuto dall’imputato in quanto espressione della libera manifestazione del pensiero posta in essere per mezzo della critica storica di fatti incerti, oltre a non essere mai stata neppure affacciata dall’imputato e di certo non desumibile dalle icastiche e violente frasi che lo stesso ha contribuito a diffondere, si basa su semplici asserzioni e sulla pedissequa riproposizione di argomentazioni ampiamente smentite da documenti ufficiali della Comunita’ Internazionale e delle autorita’ giudiziarie internazionali, a cominciare, per citare solo la questione della “soluzione finale”, dai risultati del processo di Norimberga.

Il ricorso sollecita, in proposito, direttamente la Corte di legittimita’ a valutare il merito del giudizio, proponendo quelle questioni, gia’ esaminate nei gradi di merito, a fronte delle quali sono state fornite ampie e logiche risposte che il ricorso omette di considerare, ostinatamente riproponendo argomentazioni espressive di ideologie che gia’ la storia ha giudicato e che nulla hanno a che vedere con la critica e l’analisi storica di un fenomeno che, lungi dall’essere oggetto di controversie storiografiche, deve piuttosto considerarsi storicamente avvenuto e addebitabile ai regimi nazisti e fascisti che hanno governato l’Europa tra la terza e la quinta decade dello scorso secolo.

3. E’, del pari, inammissibile perche’ manifestamente infondata e intrinsecamente illogica, la denunciata mancanza di dolo, a tacer del fatto che il ricorso non si confronta, cosi’ palesando anche la genericita’ dell’impugnazione, con l’ampia e specifica motivazione offerta sul punto dai giudici di merito.

3.1. La giurisprudenza di legittimita’ ha da tempo chiarito che le condotte di cui al L. n. 654 del 1975, articolo 3, comma 1, lettera a), consistenti nel propagandare idee fondate sulla superiorita’ o sull’odio razziale o etnico ovvero nell’istigare a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi configurano ipotesi di reato a dolo generico (Sez. 3, n. 37581 del 07/05/2008, Mereu, Rv. 241074).

I giudici di merito hanno evidenziato la piena consapevolezza e volonta’ di porre in essere la condotta vietata, non potendosi opporre, per le ragioni dianzi esposte, la dedotta “buonafede” dell’imputato circa la veridicita’ delle ideologie propagandate e la negazione dell’Olocausto ebraico.

3.2. Premesso che, in questo caso, la presunta buonafede coincide con l’ignoranza del precetto, poiche’ la legge frappone un ostacolo formale e specifico alla propaganda di ideologie di tal fatta, sicche’ essa non rileva ex articolo 5 c.p., vi e’ piuttosto da evidenziare che l’esistenza dell’elemento psicologico si desume anche dalla scelta di compiere le condotte di cui si discute in coincidenza con il Giorno della Memoria e dunque in pieno e sordo contrasto con una specifica previsione normativa che ha istituito tale momento di ricordo.

La L. 20 luglio 2000, n. 211, articolo 1, portante “Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”, stabilisce: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonche’ coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Il successivo articolo 2, comma 1, prevede: “In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto e’ accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinche’ simili eventi non possano mai piu’ accadere”.

La previsione normativa e’ cristallina nel precetto, maieutica nel metodo e didattica nei mezzi, sicche’ e’ indubbio, anche in ragione dell’eta’ dell’imputato (cl. 1992) – che alla data di promulgazione della L. n. 211 del 2000 frequentava dunque la scuola primaria di primo grado -, che egli non solo ben conoscesse, al di la’ della presunzione legale ex articolo 5 c.p., il senso e lo scopo del Giorno della Memoria, ma che, anzi, avesse potuto giovarsi dei necessari strumenti di approfondimento scolastico e culturali messi a sua disposizione dallo Stato “affinche’ simili eventi non possano mai piu’ accadere”.

Egli, di contro, ha preferito rifiutare ostinatamente quanto gli era stato insegnato, deliberatamente disponendosi a negare l’Olocausto ebraico.

3.3. La L. n. 211 del 2000, del resto, si inquadra in una prospettiva mondiale che vede l’intera Comunita’ Internazionale impegnata a contrastare il negazionismo dell’Olocausto ebraico.

Il Giorno della Memoria e’, infatti, una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto.

E’ stato cosi’ designato dalla Risoluzione n. 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1 novembre 2005, durante la 42a riunione plenaria.

Non deve essere sottovalutato che la risoluzione fu preceduta da una Sessione speciale tenuta il 24 gennaio 2005 durante la quale l’Assemblea generale delle Nazioni Unite celebro’ il sessantesimo Anniversario della Liberazione dei campi di concentramento nazisti e la fine dell’Olocausto.

Non puo’ fare a meno di ricordarsi che si e’ stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perche’ in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz e documentarono, in modo definitivo e percio’ incontrovertibile, l’orrore e la follia omicida che erano stati scientificamente e metodicamente attuati in quegli anni per sterminare un popolo e gli oppositori del regime nazista.

Anche sotto questo profilo, dunque, non puo’ aversi alcun dubbio, cosi’ come inappuntabilmente affermato dai giudici di merito, della esistenza dell’elemento psicologico del dolo in capo al ricorrente.

4. All’inammissibilita’ del ricorso consegue, ai sensi dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti a escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilita’ (Corte Cost., sentenza n. 186 del 2000), anche la condanna al versamento di una somma in favore della Cassa delle ammende nella misura che si stima equo determinare in Euro 3.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.


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1 Commento

  1. Non vedo il nome dell’Autore dell’articolo: GENIALE, sic!, LUI e l’ARTICOLO!!! Non fa una piega. Una sola constatazione: la legge contro i negazionisti c’è, ne abbiamo preso atto, ma purtroppo NON è applicata con la dovuta severità o, peggio ancora, spesso disattesa, come magistralmente fatto notare dall’estensore, là dove non bisognerebbe avere il benché minimo riguardo nei confronti di tale feccia umana (o dis-umana). Non è nemmeno più ammissibile che tali atteggiamenti in senso lato antisemiti vengano cavalcati da dei “minus habens” anche in àmbito scolastico e familiare. Come giustamente fate notare non viviamo più in un’epoca in cui i bambini “li portava la cicogna”. I mezzi d’informazione sono alla portata e alla comprensione di chi voglia documentarsi (genitori e figli) fin dalla più tenera età. Quindi la società NON PUò NON SAPERE… Questo è almeno il mio parere dopo una costante “osservazione dell’argomento” che dura da oltre settant’anni… Grazie alla Redazione (???) per averlo scritto COSì INEQUIVOCABILMENTE e pubblicato!!!

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