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Cosa rischia chi scappa senza pagare il conto

23 Marzo 2022
Cosa rischia chi scappa senza pagare il conto

Mangiare e scappare dal ristorante o dalla pizzeria: è reato? Il ristoratore può trattenere il cliente e chiedergli i documenti?

L’immaginario collettivo collega, a chi mangia e scappa dal ristorante, il rischio di dover poi lavare i piatti per pagare il conto. Ma non è così. Secondo la nostra costituzione, a nessun cittadino può essere imposta una prestazione se non è prevista dalla legge. E tantomeno può farlo un privato. Che peraltro, se trattenesse il cliente nel locale in attesa che arrivi la polizia, commetterebbe un reato. Ma allora cosa rischia chi scappa senza pagare il conto?

Le conseguenze possono essere civili o penali, a seconda dell’intento perseguito dal “cliente a sbafo”. Detto in parole povere, e salvo quanto qui di seguito andremo ad approfondire, chi agisce sin dal principio in malafede può essere querelato; chi invece si accorge solo all’ultimo di non aver portato i soldi con sé non commette reato, ma resta comunque debitore. Tuttavia, a dover dimostrare l’intento fraudolento è il titolare del locale, cosa tutt’altro che facile. 

Cerchiamo di fare il punto della situazione e vediamo cosa si rischia se si mangia e si scappa dal ristorante.

Si può obbligare il cliente a lavare i piatti?

I latini la chiamavano «datio in solutum» ossia una attività al posto del pagamento in denaro. La potremmo tradurre con il termine “baratto”. Di certo, le parti possono accordarsi per una prestazione in natura che sostituisca quella pecuniaria. Ma deve essere un accordo esplicito, meglio se formalizzato per iscritto.

Di certo, il ristoratore non potrebbe assolutamente imporre al cliente un’attività del genere se questi non vi acconsente. 

Si possono chiedere i documenti d’identità al cliente?

Il ristoratore non è un pubblico ufficiale: non può quindi chiedere al cliente un documento d’identità per identificarlo e poi agire contro di lui dinanzi al  giudice o alle autorità. Potrebbe tutt’al più chiamare la polizia affinché lo faccia (affinché cioè chieda nome e cognome dell’avventore) ma ciò incontra due ostacoli. 

Innanzitutto la polizia interviene solo in presenza di un reato. E, nel caso di specie, come si avrà modo di vedere meglio a breve, il reato è tutt’altro che scontato.

In secondo luogo, finché non arrivano gli agenti, il ristoratore non potrebbe mai trattenere il cliente, pena la commissione del reato di «sequestro di persona» o di «violenza privata», a seconda della durata della costrizione fisica.

Le cose si aggravano se il titolare del locale dovesse minacciare, anche solo verbalmente, il cliente che non ha i soldi per pagare il conto: dirgli «ti faccio causa, ti denuncio» è lecito perché si tratta dell’esercizio di diritti costituzionali, quelli alla difesa giudiziaria; dire invece «ti uccido, ti ammazzo di botte» è invece reato di minaccia per cui si può essere querelati.

Cliente mangia e scappa: commette reato?

Chi entra in un locale sapendo di non poter pagare e nascondendo ciò al ristoratore commette il reato di insolvenza fraudolenta. Se poi compie degli artifici e dei raggiri, magari mostrando il portafogli pieno di carta straccia al solo fine di far credere di essere solvibile, commette il reato di truffa. 

Chi invece entra in un locale e solo al momento del pagamento del conto si accorge di essere uscito senza soldi non commette alcun reato, neanche se scappa per evitare la brutta figura. 

Il reato, come visto, presuppone la malafede, il dolo. La semplice «incapacità economica» è invece solo un illecito civile, ciò che tecnicamente si chiama «inadempimento contrattuale». Dinanzi a quest’ultimo il ristoratore può solo avviare un’azione di recupero del credito. Azione che – dispiace dirlo per l’amore che nutriamo per la giustizia – non è affatto conveniente da un punto di vista economico: i costi legali sono superiori all’importo che si va a recuperare. Ed è quindi inverosimile che si faccia una causa per un conto di 50/100 euro, a meno che non si agisca per “principio” o per evitare che altre persone si comportino allo stesso modo.

Peraltro, qualora il ristoratore volesse agire con la querela – che rispetto all’azione civile presenta il vantaggio di essere gratuita – dovrebbe comunque dimostrare l’intento doloso del cliente e quindi la sua malafede. Cosa affatto semplice. Il comportamento potrebbe essere una spia: come detto, il fatto di aver assicurato il cameriere di poter pagare, il mostrare un blocchetto degli assegni, il fatto di chiedere se il locale accetta carte di credito (quando non se ne ha il possesso) e così via. Anche il semplice fatto di darsela a gambe potrebbe essere considerato un elemento da cui desumere la volontà di frodare il ristorante. Si tratta però di semplici indizi che, di per sé, potrebbero essere ritenuti insufficienti da un eventuale giudice per giungere a una condanna penale. E ciò perché, come detto, la fuga potrebbe essere giustificata dal semplice imbarazzo e non da una dolosa e premeditata macchinazione ai danni del titolare del locale. 

Insomma, a conti fatti, chi mangia e scappa potrebbe – con il sistema giudiziario che abbiamo – non rischiare nulla. O quasi. 



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