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Rubare la spesa per necessità è reato?

24 Marzo 2022
Rubare la spesa per necessità è reato?

Stato di necessità: ecco quando la povertà giustifica il furto.

Anche la povertà ha diversi gradi. Ci sono i “poveri relativi”, quelli cioè con uno stipendio o una pensione di poche centinaia di euro, che però non riescono ad arrivare a fine mese, e che spesso sono indebitati. E ci sono i “poveri assoluti”, quelli cioè che devono far ricorso alle mense e alla Caritas per mangiare e dormire. La legge però non contempla la povertà come causa di giustificazione per la commissione di reati. C’è lo stato di incapacità, la forza maggiore, la legittima difesa, lo stato di necessità, ma la povertà non è una valida motivazione. Se ciò è vero, è anche vero che si potrebbe processare chi ruba una mela. Ma è proprio così? Rubare la spesa per necessità è reato? Vediamo come si orienterebbe un giudice in un’ipotesi del genere, dinanzi cioè a un imputato sorpreso a rubare qualche genere alimentare in un supermercato e che riesca a dimostrare di non avere i soldi per pagare. 

Furto per necessità: è ammesso?

«Ho famiglia», è una frase che si sente spesso dire a chi chiede l’elemosina o è costretto a rubare pur di mangiare. In realtà, tutta l’Italia ha famiglia, se la vogliamo mettere su questo piano. Ma c’è chi ha la famiglia affamata e perciò ritiene moralmente accettabile far di tutto pur di non vedere i propri figli piangere di fame. Si agisce per necessità. E qui interviene una norma, l’articolo 54 del Codice penale, rubricato appunto «stato di necessità». Secondo tale disposizione non può essere punito chi pone un comportamento per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal «pericolo attuale di un danno grave alla persona», pericolo che non deve essere stato da lui volontariamente causato e che non deve essere altrimenti evitabile. 

Ecco che allora si potrebbe invocare tale causa di giustificazione – che consente di evitare la condanna penale – tutte le volte in cui si ruba la spesa per necessità. Ma non è sempre così. Secondo la Cassazione [1], infatti, lo stato di necessità ricorre solo se c’è un bisogno impellente, quello cioè di chi si trova in fin di vita o comunque a rischio di un grave danno alla propria salute. 

Praticamente, la Suprema Corte afferma che potrebbe essere ammesso rubare una mela o qualsiasi altro cibo per quella minima parte che serve per non morire di fame nello specifico momento in cui si compie il gesto. Il che significa innanzitutto che chi ha già la pancia piena o dimostra di avere delle riserve di grasso da cui attingere non si trova in pericolo di vita e quindi non può essere giustificato. In ogni caso, non è ammesso “fare la spesa” (ossia riempire il carrello per una settimana), bensì prelevare solo lo stretto necessario per riempire lo stomaco e salvare la pelle. 

Non è tanto il valore economico del cibo rubato a giustificare il reato ma solo l’impellenza del bisogno. Il che significa che si potrebbe essere perdonati anche se si ruba del caviale quando si è affamati, ma si potrebbe essere condannati se si ruba un pezzo di pane se il bisogno impellente non c’è. 

La povertà giustifica il furto?

Come detto in apertura, lo stato di povertà non è, di per sé, uno stato di necessità e quindi non giustifica il furto, salvo quando si è in pericolo di vita. Secondo la Cassazione [2], lo stato di necessità non può applicarsi a reati causati dallo stato di bisogno economico cui possa ovviarsi con comportamenti leciti. Si pensi a chi potrebbe guadagnarsi il pane lavando i vetri delle auto o comunque, essendo ancora giovane e forte, prestare il braccio in un cantiere o qualsiasi altra attività. 

Lo stato d’indigenza non è di per sé idoneo a configurare lo stato di necessità mancando l’attualità e l’inevitabilità del pericolo. Peraltro, alle persone che si trovano in tale stato è consentito di provvedere al soddisfacimento dei propri bisogni essenziali per mezzo degli istituti di assistenza sociale (si pensi ai vari sussidi statali e locali per i poveri).

Quindi, chi entra in un supermercato e ruba qualcosa dallo scaffale per poi giustificarsi dicendo di non avere i soldi per pagare sarà processato per furto a prescindere dal valore della merce rubata, a meno che non sia mosso da un’esigenza vitale che non consente altre scappatoie legali (si pensi a chi è invalido e non può camminare o lavorare). 

L’imputato per il furto della spesa potrà comunque contare sull’attenuante generica della «lieve entità» del valore della merce rubata (si pensi al furto di una mela, di un pezzo di pane, ecc.). La concessione della riduzione di pena per il ricorrere della circostanza attenuante del danno di lieve entità presuppone necessariamente che il pregiudizio cagionato sia lievissimo, ossia di valore economico pressoché irrisorio, avendo riguardo non solo al valore in sé della cosa sottratta, ma anche agli ulteriori effetti pregiudizievoli che la persona offesa abbia subìto in conseguenza della sottrazione della cosa, senza che rilevi, invece, la capacità del soggetto passivo di sopportare il danno economico derivante dal reato.

C’è un’ultima buona notizia per chi viene colto con le mani nel sacco. Il furto è un reato per il quale si può ottenere l’archiviazione del procedimento penale e la non applicazione della pena, se il reo non è un delinquente abituale. La norma che consente ciò è l’articolo 131-bis del Codice penale a norma del quale tutte le volte in cui il fatto commesso è giudicato tenue, ed è punito con una pena detentiva di non più di cinque anni e/o con la pena pecuniaria, è possibile ottenere l’assoluzione per particolare tenuità del fatto. La fedina penale però resta macchiata. 

Approfondimenti

Per maggiori approfondimenti leggi:


note

[1] Cassazione penale , sez. V , 23/09/2019 , n. 11289.

[2] Cassazione penale sez. IV, 18/01/2019, n.18329

Autore immagine: depositphotos.com


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