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Principio di non contestazione: cos’è e come funziona

27 Marzo 2022
Principio di non contestazione: cos’è e come funziona

Processo civile: le affermazioni non contestate dall’avversario si considerano da questi ammesse e non necessitano più di essere provate. 

Nel processo civile, per una regola di economia e celerità, tutti i fatti dedotti da una parte che non vengono contestati dall’avversario, si considerano da quest’ultimo ammessi e, pertanto, non necessitano di essere provati. Questa regola va sotto il nome di principio di non contestazione. Ma attenzione: non basta semplicemente dire – come nei film hollywoodiani – «Vostro onore, mi oppongo!» per obbligare la controparte ad adempiere all’onere della prova. Serve qualcosa in più. Ed a chiarire di cosa si tratta è stata più di una volta la Cassazione. 

Ma procediamo con ordine e vediamo cos’è e come funziona il principio di non contestazione nel processo civile. 

Principio di non contestazione: quale norma lo prevede?

Il principio di non contestazione è contenuto nel primo comma dell’articolo 115 del Codice di procedura civile. Questa disposizione dapprima dice che il giudice deve fondare la propria decisione solo sulle prove presentate dalle parti, ma poi stabilisce che può anche basarsi su quei fatti che, benché non provati, non sono stati specificamente contestati dalla parte costituita nel giudizio. 

Ciò significa che tutto ciò che non è contestato si considera ammesso. La «non contestazione» è una sorta di riconoscimento delle affermazioni formulate dall’avversario che dispensano quest’ultimo dal dover dimostrare la verità di ciò che dice. Si tratta di una regola dettata dall’esigenza di semplificare il processo e renderlo più celere. 

Il principio di non contestazione va a braccetto con un altro principio: quello dell’onere della prova in base al quale chi chiede il riconoscimento di un diritto deve dimostrare i fatti che ne sono a fondamento. Tuttavia, in caso di non contestazione da parte dell’avversario, viene meno l’esigenza di provare il fatto non contestato, velocizzando così l’iter del processo. Del resto, perché mai dover fornire le prove su ciò che l’avversario ha ammesso? Non ce ne sarebbe bisogno. Ma è chiaro che a volte la non contestazione potrebbe essere frutto di una semplice svista o dimenticanza dell’avvocato difensore, il che ovviamente pone dei problemi in merito alla responsabilità professionale di quest’ultimo: di certo, il processo non può tornare indietro e, una volta non contestato, un fatto si considera ormai irrevocabilmente ammesso. La non contestazione del fatto ad opera della parte che ne abbia l’onere è infatti irreversibile; tuttavia, sussiste soltanto per i fatti a lei noti, non per quelli a lei ignoti [1]. La parte è cioè tenuta a contestare specificatamente i fatti che rientrano nella sua sfera di conoscibilità.

Principio di non contestazione e contumacia

Può succedere che una delle due parti in lite non si costituisca in giudizio, ossia preferisca non incaricare un avvocato affinché la difenda, rimettendo così le sorti del giudizio alla valutazione del giudice. Tale situazione viene chiamata contumacia.

Ci si è chiesto se la contumacia possa essere considerata una sorta di ammissione delle affermazioni avversarie. La risposta è stata negativa: la mancata costituzione non realizza quella “non contestazione” di cui si è parlato sinora, pertanto non esonera l’avversario che agisce in giudizio dall’onere della prova dei fatti dedotti. Sicché, se quest’ultimo non dovesse ottemperare a tale prova, il giudice rigetterebbe la sua domanda benché l’avversario non si sia costituito.

Come deve essere la contestazione?

Dicevamo in apertura che non basta dire, come nei film «Vostro onore mi oppongo» per evitare l’applicazione del principio di non contestazione. Secondo la Cassazione [2], infatti, le semplici clausole di stile non hanno alcun valore. 

Pertanto, si devono ritenere ammessi i fatti dedotti dall’attore se il convenuto li contesta con semplici formule retoriche, prive di alcun contenuto. Di fronte a una domanda chiara e articolata bisogna prendere posizione in modo analitico rispetto alle circostanze di fatto che secondo lui non sono vere: altrimenti scatta il principio di non contestazione.  

Come affermato dalla Suprema Corte, «ogni eccezione deve esporre il fatto costitutivo, affinché sia valida». Ad esempio, non ha effetti, in quanto generica, la contestazione con cui il convenuto eccepisce tout court «l’inammissibilità della domanda per mancanza di legittimazione attiva» senza alcuna altra precisazione.  

 


note

[1] Cass. 1° febbraio 2021 n. 2174, Cass. 18 luglio 2016 n. 14652, Cass. 13 febbraio 2013 n. 3576

[2] Cass. sent. n. 9439/22 del 23.03.2022.

Autore immagine: depositphotos.com


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