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Educare con gli schiaffi: si può in Italia?

24 Marzo 2022
Educare con gli schiaffi: si può in Italia?

Abuso dei mezzi di correzione: quando è reato per un genitore o un insegnante punire figli ed alunni con pacche, tirate di capelli e schiaffi. 

Rispetto a due generazioni fa, si ricorre sempre meno agli schiaffi per educare i bambini. E forse i segni di ciò, se non si vedono più sul volto e sulle mani, si notano sul comportamento: i giovani sono spesso impudenti, non temono genitori e insegnanti e, alla fine, deragliano volentieri nella maleducazione. 

Se un tempo si temevano la cinghia paterna e le bacchettate in classe, c’è chi oggi, per un rimprovero verbale del professore, ricorre subito all’avvocato e dall’altro lato ci sono genitori che invece si lasciano maltrattare dai propri figli. Da un eccesso siamo passati a un altro. La via di mezzo è sempre la soluzione migliore. Ma cosa dice a riguardo la legge, quella stessa legge che probabilmente i nonni dei nostri nonni non temevano? Educare con gli schiaffi si può in Italia?

A spulciare il Codice penale ci si accorge che, in ambito familiare, le punizioni eccessive possono essere punite in due modi diversi: in un primo modo, più lieve, attraverso il reato di abuso dei mezzi di correzione, e in un secondo, più grave, con il reato di maltrattamenti. La differenza tra i due sta nel tipo di condotta: nel primo caso, basta anche un singolo episodio per sporgere denuncia; nel secondo invece è necessaria una condotta reiterata nel tempo. Inoltre, se l’abuso è una violenza che nasce per uno scopo lecito – l’educazione – ma che poi, nella concreta attuazione, trasborda dai propri limiti, i maltrattamenti costituiscono già in partenza un uso illecito della violenza. 

Detto ciò, non c’è dubbio che un padre o una madre che giornalmente picchia, punisce ed umilia il proprio figlio commette il reato più grave. E che, in un’ipotesi del genere, basterebbe una segnalazione dei vicini di casa per far scattare un procedimento penale, trattandosi di un reato procedibile d’ufficio (del resto, come potrebbe difendersi autonomamente il minore se è ancora incapace?).

Il punto su cui vogliamo soffermarci in questa sede è se gli schiaffi, inferti per fini educativi, possono essere penalmente puniti: parliamo quindi di condotte che, se anche frutto di una vocazione violenta del genitore, non sono comunque completamente immotivati ma traggono sempre spunto da una più o meno grave marachella del bambino. Schiaffi a fin di bene, direbbe qualcuno dinanzi a un giudice per difendersi. 

Con la premessa che i genitori potrebbero punire solo il figlio minorenne, su cui hanno ancora la potestà e il potere/dovere educativo, mentre quello maggiorenne risponde personalmente delle proprie condotte, vediamo allora se educare con gli schiaffi è legale.

Per farlo, partiamo proprio dal dato testuale della norma: l’articolo 571 del Codice penale che sanziona, appunto, l’abuso dei mezzi di correzione. La definizione del comportamento incriminato è piuttosto generica e lascia ampio spazio al giudice di definire concretamente cosa si ritiene illegale e cosa no. Si legge infatti che «Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, oppure per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi». Sono previste poi delle pene più gravi se dal fatto deriva una lesione personale.

Il termine «correzione» usato dalla norma è sinonimo di «educazione». 

Fortunatamente, la Cassazione ha saputo salomonicamente trovare quella via di mezzo che molti genitori ancora non conoscono. Il singolo schiaffo, quello cioè frutto della reazione a una birbanteria del minore, è legale. Ma a condizione che non sia vibrato con tale violenza da cagionare un danno fisico al minore. 

Due sono le ipotesi pertanto in cui scatta il reato di abuso dei mezzi di correzione: il ricorso continuo e smodato agli schiaffi – che peraltro, inflazionando la punizione, la svuoterebbero di significato non giungendo all’obiettivo educativo – e anche il singolo schiaffo se tale da fare seriamente male. Questo per quanto riguarda i genitori, dinanzi al cui compito educativo è bene lasciare una certo margine di autonomia. 

Discorso completamente diverso quando si tratta di un insegnante a cui, seppur la legge affida un potere educativo e, anzi, attribuisce una vera e propria responsabilità personale per eventuali danni causati dal minore, non è ammesso avere la mano pesante. Sono numerose infatti le sentenze che incriminano i docenti che colpiscono gli alunni seppur per redarguirli. In più di un caso è bastato un solo schiaffo al volto e qualche pacca sulle mani o anche una tirata di capelli per arrivare alla condanna penale. 

Per concludere, in Italia si può ancora educare con gli schiaffi, purché non diventi un comportamento abituale e la forza che si imprime sulla mano sia appena sufficiente a far comprendere al figlio che ha sbagliato: non deve cioè essere diretta a fargli male. Perché, anzi, da violenza nasce violenza. E allora non ci si potrà poi meravigliare se anche il figlio, da adulto, si comporterà nello stesso modo. 

Abuso dei mezzi di correzione: ultime sentenze



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