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Chi vince un concorso pubblico non ha diritto all’assunzione

10 Settembre 2014 | Autore:
Chi vince un concorso pubblico non ha diritto all’assunzione

L’assunzione per i candidati vincitori di concorsi pubblici non è automatica: infatti l’amministrazione ha il potere di rivalutare le sue scelte.

È semplice rendere le cose complicate, ma è complicato renderle semplici”. Lo è ancor di più quando ci si mette in mezzo la giurisprudenza, chiamata a interpretare norme in apparenza chiare ma in realtà particolarmente complesse. Ne è testimonianza la soluzione adottata dai giudici sull’esatta individuazione dei diritti ed obblighi scaturenti dalla conclusione delle procedure concorsuali.

A dispetto del comune sentire, il vincitore di un concorso a pubblici impieghi non ha il diritto a ricoprire il posto di lavoro messo a bando poiché, anche in seguito all’approvazione della graduatoria definitiva, permane in capo all’amministrazione il potere di non proseguire con la nomina in presenza di valide e motivate ragioni di interesse pubblico [1]. Ciò si spiega perché le procedure di selezione del miglior candidato sono sempre e comunque finalizzate a garantire una piena efficienza ed efficacia dell’azione pubblica per il soddisfacimento dei bisogni della collettività [2].

Pertanto, qualora durante o immediatamente dopo la conclusione di un concorso, sia venuta meno l’esigenza o l’opportunità della copertura dei posti vacanti, l’ente pubblico ha facoltà di mutare le proprie scelte in nome di effettive e comprovate logiche attinenti ad un sicuro risparmio ed ottimizzazione delle risorse, anche a costo di pregiudicare gli interessi del candidato risultato vincitore.

La vicenda

In tal senso, di recente il Giudice amministrativo [3] ha legittimato l’operato di un istituto professionale molisano che nel rimodulare la pianta organica dei dipendenti ha ritenuto adeguata la soppressione di due posti come assistente tecnico, nonostante pochi giorni prima si fosse conclusa la procedura per la selezione del personale destinato alla copertura degli stessi. In tale ipotesi, l’amministrazione è riuscita a dimostrare che la soppressione delle figure professionali in oggetto ha consentito il raggiungimento di vantaggi per le casse pubbliche, dato che il personale in servizio era pienamente in grado di erogare i servizi richiesti. Dunque, l’aggiunta di ulteriore forza lavoro, oltre che di scarsa utilità, avrebbe compromesso l’efficienza dell’apparato amministrativo.

Sebbene al momento questa sia l’interpretazione prevalente, in passato non sono mancate sentenze diametralmente opposte: da qui il senso dell’adagio inserito in apertura dell’articolo. Fermo restando che a fondamento e soluzione di ogni caso concreto incidono una lunga serie di variabili e che dunque ogni forma di generalizzazione deve essere intesa come tale, la Cassazione [4], qualche anno addietro, ha statuito che con l’approvazione della graduatoria definitiva, oltre alla conclusione del concorso, si determinava in capo al vincitore l’acquisizione di un vero e proprio diritto a lavorare alle condizioni e presso la sede offerta nel bando pubblico. Dunque l’Ente doveva essere equiparato ad un vero e proprio datore privato, con tutto ciò che ne conseguiva in termini di diritti e obblighi per ambo le parti coinvolte [5].

Come difendersi

La domanda sorge spontanea: che fare dunque? Qual è la via consigliata per ottenere adeguata tutela? In sintesi, al rifiuto dell’amministrazione di procedere all’assunzione è necessario valutare la ragionevolezza delle motivazioni rilasciate della stessa a fondamento delle proprie scelte. Qualora quest’ultime dovessero difettare di coerenza – perché magari contrarie all’interesse pubblico che la stessa dichiara di voler perseguire – è possibile ottenere il lavoro ambito proponendo ricorso al giudice amministrativo, affinché annulli la revoca del concorso e ristabilisca gli effetti dallo stesso generati.

Diversamente, qualora le scelte dell’ente fossero congrue, l’interessato ha comunque facoltà di adire l’autorità giudiziaria per richiedere il risarcimento dei danni provocati dalla decisione dell’amministrazione. Infatti, l’indizione, svolgimento e conclusione di una selezione pubblica, ingenera negli aspiranti una aspettativa che, se violata, comporta una responsabilità per l’ente pubblico [6].

Di conseguenza, la legge riconosce comunque il diritto al vincitore di ottenere un ristoro economico per i disagi ed i costi sostenuti in nome ed in vista delle prospettive causate dal comportamento della PA. Il risarcimento dovrà quindi coprire gli investimenti in tempo e danaro, nonché gli ulteriori danni ingenerati come, a titolo esemplificativo, i pregiudizi scaturiti dalla rinuncia all’attuale posto di lavoro in vista della futura nomina.


note

[1] Cons. Stato, sent. n. 1632 del 19.03.2001; Tar. Abruzzo – Pescara, sent. n. 779 del 28.08.2003.

[2] In ottemperanza alle prescrizioni di imparzialità e buon andamento sanciti dall’art. 97 della Costituzione.

[3] Cons. Stato, sent. n. 3359 del 4.07.2014.

[4] Cass. SS.UU., sent. n. 14529 del 29.11.2003; Cass. SS.UU., sent. n. 16728 del 2.10.2012.

[5] Il bando di concorso è stato considerato come offerta al pubblico irrevocabile e quindi rientrante nel regime di cui  alla disciplina dell’art. 1336 cod. civ. e di conseguenza per l’amministrazione si è ritenuta applicabile anche il disposto di cui all’art. 1218 e ss del cod. civ.

[6] Cass., sent. n. 6577 dell’08.05.2002.

Autore immagine: 123rf com


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