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Articolo 119 Costituzione: spiegazione e commento

26 Marzo 2022
Articolo 119 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 119 sull’autonomia finanziaria degli enti locali e sulla possibilità di applicare tributi e di ricevere soldi dallo Stato.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i princìpi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.

Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio.

La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.

Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite.

Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i princìpi generali determinati dalla legge dello Stato.

Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento, con la contestuale definizione di piani di ammortamento e a condizione che per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l’equilibrio di bilancio.

È esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti.

Chi paga enti locali e Regioni

Che un ente pubblico stia in piedi con i soldi dei cittadini è cosa risaputa. Le tasse ed i tributi locali che i contribuenti versano servono ad avere i servizi più essenziali, a pagare gli stipendi dei dipendenti statali, a mantenere attiva la macchina della Pubblica Amministrazione. Se il cittadino non paga, non può pretendere sanità, istruzione, sicurezza. Ma nemmeno marciapiedi, strade asfaltate, illuminazione pubblica, raccolta dei rifiuti, certificati o documenti. I soldi, quindi, servono allo Stato ma anche ad enti locali e Regioni affinché tutti possano svolgere le loro funzioni. E questi ultimi, come si finanziano?

Lo stabilisce l’articolo 119 della Costituzione, che riconosce a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni l’autonomia finanziaria e, di conseguenza, il potere di imporre ai cittadini dei tributi in cambio dei servizi che poi questi enti dovranno garantire alle loro popolazioni. Tuttavia, non sono solo i tributi incassati direttamente a tenere in piedi Comuni, Regioni e via dicendo: la Costituzione prevede in questo articolo che le amministrazioni locali e territoriali possano anche partecipare alla ricchezza di tutti, avendo diritto quindi ad una parte delle tasse che finiscono nelle casse dello Stato. Che poi sono sempre soldi pagati dai cittadini, solo che arrivano per via «indiretta».

In altre parole: l’autonomia finanziaria consente agli enti locali e regionali di procurarsi delle risorse economiche proprie, mentre la compartecipazione al gettito dei tributi erariali consente loro di avere una parte di ciò che incassa lo Stato.

In più, l’articolo 119 della Costituzione delega lo Stato ad istituire, con apposita legge, un fondo di perequazione. Che significa? Si tratta di una sorta di contenitore nazionale in cui confluiscono delle quote di entrate tributarie che poi vengono distribuite ai territori più svantaggiati a causa di carenze strutturali dal punto di vista economico. Insomma, un fondo destinato ad evitare che ci sia troppo squilibrio tra le varie zone del Paese e che non ci siano delle Regioni in cui non si possano offrire determinati servizi ai cittadini per mancanza di risorse.

Autonomia finanziaria e federalismo fiscale

La legge costituzionale n. 3 del 2001 ha ritoccato, in un certo qual modo, l’articolo 119 della Costituzione nella parte che riguarda la cosiddetta «finanza derivata» dal monopolio statale sulla riscossione dei tributi, consentendo piena autonomia finanziaria (di incasso e di spesa) ad enti locali e Regionali.

In questo modo, la Costituzione saluta con favore il principio del federalismo fiscale, più volte tirato in ballo dai partiti anche a scopo di strumentalizzazione politica. Un principio che rinnova la finanza degli enti pubblici attraverso:

  • l’ampia autonomia impositiva locale;
  • il corretto rapporto tra costi e fabbisogni standard in relazione ai costi sostenibili e ai parametri di efficienza rispetto ai servizi resi ai cittadini;
  • il criterio della perequazione, per permettere a tutti gli enti locali di svolgere in modo corretto e uniforme le loro funzioni;
  • meccanismi premiali e sanzionatori a seconda della capacità degli enti locali di essere parsimoniosi nella spesa rispetto alle entrate e di offrire i servizi essenziali con le risorse a disposizione.

Va ricordato, a questo proposito, che la legge impone a enti locali e Regioni il vincolo del pareggio di bilancio: non si può arrivare a fine anno avendo speso più soldi di quelli che si avevano a disposizione.

La Costituzione di nuovo attenta ai diritti delle persone

Nell’articolo 119, la Costituzione riporta ancora una volta al centro dell’attenzione il cittadino e i suoi diritti fondamentali, quelli a cui non può rinunciare per avere una vita dignitosa. La Carta costituzionale diventa nuovamente l’esempio che tutte le leggi (e chi le deve attuare) sarebbero chiamate a seguire: evitare che possano essere negati i diritti che, scorrendo la Costituzione stessa, appartengono al popolo.

La norma contiene un passaggio in cui impegna lo Stato a garantire agli enti locali e regionali maggiormente in difficoltà delle risorse ulteriori e degli interventi speciali (a parte quelle del fondo perequativo) al fine di «promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, rimuovere gli squilibri economici e sociali, favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona».

Poche parole che contengono un mondo di valori richiamati dalla Costituzione e da essa pretesi dallo Stato: sviluppo, coesione, solidarietà sociale, equilibrio, diritti della persona. Si dimostra di nuovo, dunque, come il costituente voglia porre l’accento non solo sul benessere economico ma su quello sociale, obiettivo che non va mai trascurato. Si pensi, ad esempio, allo sforzo finanziario che deve fare un Comune colpito da un’alluvione o da un terremoto per ricostruire ciò che viene distrutto, per garantire ai bambini di poter andare a scuola e alle aziende di ripartire, di dare lavoro: in situazioni come questa, che richiedono degli impegni troppo onerosi, enti locali e regionali devono poter contare sul contributo dello Stato, attraverso prelievi dal bilancio, e dell’Unione europea, tramite dei finanziamenti strutturali ed altri interventi previsti dalla politica comunitaria di coesione.

In questo modo, viene rispettato quanto la Costituzione stessa prevede all’articolo 2, dove viene sancito il principio di solidarietà politica, economica e sociale.



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