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Parlare ad alta voce al ristorante è reato?

25 Marzo 2022 | Autore:
Parlare ad alta voce al ristorante è reato?

Cosa rischia chi ha un atteggiamento chiassoso a tavola e dà fastidio agli altri commensali? La risposta, in una recente sentenza della Cassazione.

Metti una serata in famiglia al ristorante. Siete arrivati a casa stanchi e più tardi del solito dal lavoro e avete detto: prendiamo i bambini e ce ne andiamo a mangiare una pizza, così evitiamo di preparare la cena e di sistemare la cucina e ci rilassiamo un po’. Sante parole «ci rilassiamo un po’»: appena il tempo di ordinare e arriva un gruppetto di amici che, nonostante si sia accomodato tre tavoli più in là, riesce a far sentire conversazione e risate a tutti i presenti. Non manca, ovviamente, qualche espressione talmente colorita a mettere in imbarazzo chi come voi ha dei bambini piccoli. Il loro diritto di divertirsi in maniera spensierata non è compatibile con il vostro diritto di mangiare una pizza in santa pace. Di andarvene via non se ne parla proprio: piuttosto, dovranno essere i chiassosi giovanotti ad abbassare il tono di voce e a moderare il linguaggio. Ma i ripetuti richiami dei camerieri si rivelano inutili. Cosa si può fare in casi come questo? Parlare ad alta voce al ristorante cosa si rischia?

In molti conoscono – ma non tutti applicano – la famosa frase che dice: «La tua libertà finisce dove comincia la mia». Che qui si potrebbe adattare così: «Il tuo diritto di divertirti finisce dove comincia il mio di stare tranquillo». Fossimo in una discoteca, saprei che cosa mi aspetta. Ma parlare ad alta voce in un ristorante e dare fastidio agli altri commensali, costringendoli a loro volta a urlare per scambiare quattro parole, deve avere un limite. E ce l’ha, infatti. Lo ha ricordato la Cassazione con una recente sentenza (riportata in fondo a questo articolo) in cui, addirittura, parla di «reato di molestie». Vediamo.

Reato di molestie: quando scatta?

Per capire come fa la Cassazione a dire che a parlare ad alta voce al ristorante si rischia perfino il carcere, occorre capire che cosa intende la legge per reato di molestie. Secondo il Codice penale [1], viene commesso da «chiunque in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con il mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo».

Ora, lasciando da parte il mezzo del telefono perché non è questo il caso, si può dire che chi alza troppo la voce a sproposito al ristorante, ride a squarciagola e utilizza delle frasi offensive o un linguaggio poco educato, il tutto ripetutamente e per un tempo notevole, può decisamente creare molestia o disturbo agli altri avventori. Specialmente se viene chiesto inutilmente una o più volte di moderare i toni.

La norma del Codice penale, come ricordato in passato dalla Cassazione [2], tutela l’ordine pubblico inteso come pubblica tranquillità. La calma e la serenità generali, insomma, tenendo come riferimento il modo di sentire e di vivere comune. Il reato di molestie è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro.

Parlare ad alta voce al ristorante è reato di molestie?

Come accennato all’inizio, la Cassazione [3] ha recentemente ritenuto che parlare ad alta voce al ristorante, utilizzando espressioni offensive e infastidendo il resto dei clienti, equivale a commettere reato di molestie.

La vicenda parla da sé e spiega perché la Suprema Corte ha deciso di applicare una sanzione penale e di non limitarsi ad una censura morale. Protagonisti di questa rocambolesca storia, due uomini e una donna, entrati in un ristorante cinese all’ora di cena. Il volume della conversazione è apparso fin da subito piuttosto elevato. All’invito ad abbassare i toni, il terzetto ha rivolto alla titolare delle frasi offensive ed ha infastidito più volte anche gli altri clienti del locale. La situazione è poi degenerata: sedie e bottiglie di vino sono finite contro il tavolo di due persone che erano intervenuti in difesa della proprietaria. Inevitabile la denuncia.

La sentenza della Cassazione, però, non si riferisce alle sedie e alle bottiglie volate via ma all’atteggiamento fastidioso tenuto dai tre avventori all’interno del ristorante da quando hanno cominciato a parlare ad alta voce e a dare fastidio agli altri commensali. Questo, legato alle frasi offensive con cui hanno condito la serata, è quanto basta, secondo i giudici di legittimità, per far scattare il reato di molestie. Il comportamento degli imputati, secondo la Suprema Corte, è consistito nel «far cagnara con voce molto alta, disturbando tutta la sala, insultando anche con parole poco carine e rivolgendosi alla cameriera con espressioni ingiuriose».


note

[1] Art. 660 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 22055/2013.

[3] Cass. sent. n. 10259/2022 del 07.02.2022 depositata il 23.03.2022.

Cass. pen., sez. I, ud. 7 febbraio 2022 (dep. 23 marzo 2022), n. 10259

Presidente Zaza – Relatore Renoldi

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza del Tribunale di Imperia in data 3/11/2020, A.R. , B.B. e L.R. furono condannati alla pena di 516,00 Euro di ammenda ciascuno inflitta, all’esito del giudizio di opposizione a decreto penale di condanna, in quanto riconosciuti colpevoli del reato previsto dall’art. 660 c.p., perché, in concorso tra di loro e quali avventori del ristorante (omissis) , di proprietà di Y.N. , per petulanza o per altro biasimevole motivo, recavano molestia o disturbo alla titolare del locale, durante l’orario di apertura serale del medesimo, rivolgendo alla stessa Y. e al personale in servizio frasi offensive e infastidendo, più volte, gli altri clienti del locale, tra cui R.F. e S.F. , intervenuti in difesa della proprietaria del locale, nonché brandendo delle sedie e delle bottiglie verso il tavolo dei predetti; fatto commesso in (omissis) in data (omissis).
  1. Tutti gli imputati, con unico atto, hanno proposto ricorso per cassazione avverso la menzionata sentenza per mezzo del difensore di fiducia, avv. E.M., deducendo, con un unico motivo di impugnazione, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. c.p.p., la inosservanza o erronea applicazione dell’art. 660 c.p., nonché la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione. Nel dettaglio, il ricorso denuncia, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), che la sentenza abbia dato per provati i fatti nonostante che le dichiarazioni dei testi presentassero evidenti differenze e benché il racconto dibattimentale non corrispondesse a quanto dagli stessi riferito in sede di denunzia/querela; e nonostante le versioni difensive offerte dagli imputati. Sotto altro profilo, la sentenza non avrebbe spiegato perché i fatti ascritti all’imputato potessero integrare l’art. 660 c.p., nessuna azione di continuativa petulanza essendo stata descritta e non essendo stato indicato perché condotte astrattamente ascrivibili ad altre fattispecie possano, invece, integrare il reato contestato.

Considerato in diritto

  1. I ricorsi sono infondati e, pertanto, devono essere respinti.
  1. Quanto al profilo, denunciato dal ricorso, relativo alla motivazione della sentenza in ordine all’accertamento dei fatti, la sentenza impugnata ha riportato, in maniera del tutto puntuale, quanto riferito sia dalla persona offesa Y.N. in relazione al comportamento molesto e fastidioso tenuto, all’interno del locale dalla stessa gestito, dalla “tavolata” della quale facevano parte gli imputati, sia da uno dei clienti presenti nel ristorante, tale R.F. , che ha evidenziato come gli stessi, durante la cena, avessero molestato tutti i presenti, compresa la titolare del locale e la cameriera. E ha sottolineato la attendibilità dei loro racconti, definiti come “lineari, credibili e non contraddittori”.

A fronte di tale puntuale apprezzamento del materiale dichiarativo, il ricorso si è limitato a prospettare il travisamento della prova, solo genericamente evocato, orientando la critica difensiva verso la nuova valutazione delle dichiarazioni dei testi compiuta dal primo Giudice, pacificamente preclusa in sede di legittimità.

  1. Quanto, poi, al profilo della qualificazione giuridica dei fatti, i testi hanno descritto, con molta precisione, il tenore delle intemperanze degli imputati, evidenziando come gli stessi avessero fatto “cagnara… con voce molto alta”, disturbando “tutta la sala… insultando anche con parole poco carine…” (così la testimonianza della persona offesa), rivolgendosi alla cameriera con espressioni ingiuriose e hanno, altresì precisato, che tale contegno era percepito dai presenti come molesto (così le dichiarazioni del teste R. ); donde la correttezza della sussunzione di tali condotte nello schema delineato dall’art. 660 c.p., che deve ritenersi integrato in presenza di un atteggiamento di insistenza eccessiva e fastidiosa ovvero di arrogante invadenza e di intromissione, continua e inopportuna, nell’altrui sfera personale (ex plurimis Sez. 1, n. 7044 del 13/2/1998, Vittorio, Rv. 210723-01), il quale può essere realizzato anche con una sola azione, non avendo il reato di molestia o disturbo alle persone natura di reato necessariamente abituale (Sez. 1, n. 29933 del 8/7/2010, Arena, Rv. 247960-01).
  1. Alla luce delle considerazioni che precedono, i ricorsi devono essere rigettati, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
  1. La natura non particolarmente complessa della questione e l’applicazione di principi giurisprudenziali consolidati consente di redigere la motivazione della decisione in forma semplificata.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.


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