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Che succede se perdo una causa contro l’Agenzia delle Entrate?

25 Marzo 2022
Che succede se perdo una causa contro l’Agenzia delle Entrate?

Rigetto del ricorso e condanna da parte della Commissione Tributaria: cosa bisogna pagare ed entro quando? 

Un nostro lettore ci chiede: che succede se perdo una causa contro l’Agenzia delle Entrate? La sua preoccupazione è di dover pagare di più di quanto inizialmente richiesto dal fisco. A ciò si aggiunge anche il problema relativo alla condanna alle spese processuali, a dover cioè pagare l’avvocato di controparte. 

Il processo tributario, benché strutturato sulla falsariga di quello civile, segue comunque alcune regole speciali. Vediamo allora, più nel dettaglio, che succede se si perde una causa contro l’Agenzia delle Entrate, tenendo conto che quanto diremo a breve vale anche con riguardo ai ricorsi contro l’agente per la riscossione esattoriale, l’Agenzia delle Dogane e, laddove si impugnino imposte e tributi, contro il Comune e la Regione. 

Pagamento delle imposte e delle sanzioni

La presentazione di un ricorso contro il fisco non sospende l’obbligo di pagare il tributo. Il contribuente deve versare subito un terzo degli importi in contestazione. 

Se però perde il primo grado, indipendentemente dal fatto che intenda fare appello, dovrà versare gli altri due terzi del tributo e delle sanzioni. In questo modo, egli avrà pagato, tra l’inizio e la fine della causa, il 100% degli importi iniziali.

Non è quindi prevista una maggiorazione o un’ulteriore penalizzazione per il semplice fatto che il ricorso è stato rigettato (come invece succede, ad esempio, in tema di sanzioni amministrative, in caso di ricorso al Prefetto).

Se invece la Commissione Tributaria accoglie parzialmente il ricorso, il ricorrente deve versare l’intero ammontare ivi stabilito, se inferiore ai 2/3 del tributo controverso e delle sanzioni irrogate mentre se è superiore, una somma pari ai 2/3 degli importi suddetti.

Pagamento delle spese processuali 

Come nel processo civile, anche nel processo tributario vale il principio secondo cui “chi perde paga” le spese processuali all’avversario (le cosiddette «spese di giudizio»). Pertanto, la Commissione, anche in assenza di espressa domanda, condanna la parte soccombente al rimborso in favore dell’altra parte delle spese processuali che liquida in sentenza in base alla nota spese.

La condanna si intende sempre comprensiva, anche se non le menziona, delle somme versate per contributo unificato e Iva, se dovute.

Eccezionalmente, la Commissione tributaria può disporre la compensazione delle spese di giudizio tra le parti (ciascuno cioè si fa carico delle spese che ha sopportato). Ma ciò può avvenire solo in due casi: 

  • soccombenza reciproca (ossia quando il giudice rigetta in parte le richieste del contribuente e in parte quelle del fisco);
  • gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate in sentenza.

In caso di condanna, l’importo è determinato in base ai parametri individuati per le singole categorie professionali; per gli iscritti negli elenchi tenuti dal MEF, si applicano i parametri previsti per i dottori commercialisti; per l’ente impositore, l’Agente della Riscossione o i soggetti incaricati dell’accertamento o riscossione che stanno in giudizio con i propri funzionari si applicano i parametri previsti per gli avvocati con la riduzione del 20% dell’importo complessivo previsto.

La condanna per lite temeraria e responsabilità aggravata

Al processo tributario si applica l’articolo 96 del Codice di procedura civile relativo al processo civile, in caso di «lite temeraria». Pertanto, se la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede (consistente nella consapevolezza di agire o resistere in giudizio pur sapendo di avere torto) o colpa grave (che ricorre quando la parte soccombente, operando con diligenza e perizia, avrebbe dovuto riconoscere di avere torto), la Commissione, su richiesta dell’altra parte, la può condannare, oltre che alle spese di lite, al risarcimento dei danni che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza.

La Commissione, anche d’ufficio, può poi condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma a titolo di indennizzo.

Che succede se non pago la condanna contenuta nella sentenza?

Come per tutti quanti i debiti con il fisco, anche in questo caso il mancato pagamento viene riscosso con le procedure ordinarie: il credito viene iscritto a ruolo a titolo definitivo dopo che la sentenza è passata in giudicato, ossia è divenuta definitiva (il che avviene quando sono stati esperiti tutti i mezzi di impugnazione o quando sono scaduti i termini per l’impugnazione).

Il contribuente quindi si vedrà recapitare – verosimilmente non prima di alcuni mesi – una cartella esattoriale che gli ingiungerà il pagamento delle somme contenute nella sentenza di condanna. In questo caso, se non adempirà neanche così, potranno partire le azioni esecutive (pignoramenti) o cautelari (fermo e ipoteca).

Quando si prescrive una sentenza di condanna?

La prescrizione delle sentenze di condanna è di 10 anni, a prescindere dal termine di prescrizione del tributo per il quale era stato presentato ricorso. 

 



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