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Senza biglietto sul treno: quali conseguenze?

28 Marzo 2022 | Autore:
Senza biglietto sul treno: quali conseguenze?

Chi viene sorpreso senza titolo di viaggio e si rifiuta di scendere, bloccando così il convoglio in stazione, commette interruzione di pubblico servizio.

Ci sono cose da non fare troppo alla leggera, perché gli effetti negativi superano il vantaggio del momento e possono provocare una valanga incontrollabile. Uno di questi comportamenti è viaggiare senza biglietto sul treno. Al di là della multa, che è inevitabile se si viene beccati dal controllore, ci sono anche possibili conseguenze penali.

In particolare, si rischia una denuncia per interruzione di pubblico servizio. Questo succede quando il passeggero si rifiuta di fornire le proprie generalità e di scendere dal convoglio. In questi casi, i ferrovieri bloccano il treno in attesa dell’arrivo della Polizia, chiamata per identificare il viaggiatore abusivo. Da questo momento tutti i disguidi e ritardi del viaggio vengono imputati a chi ha ostacolato il funzionamento regolare del servizio di trasporto pubblico.

L’effetto negativo, quindi, è a cascata, perché il blocco di un treno, anche se solo di pochi minuti, può comportare a sua volta la perdita di coincidenze per i viaggiatori, o comunque ritardi e cancellazioni delle partenze successive di altri treni. Questo provoca evidenti danni a tutte le persone coinvolte nella tratta di percorrenza interessata ed anche in quelle che si incrociano con essa. E in ogni caso il malcapitato dovrà difendersi nel processo penale a suo carico, dove rischia la condanna, come ha affermato di recente la Cassazione in una nuova sentenza che esamineremo. Tutto questo, evidentemente, costa molto più del prezzo del biglietto e della eventuale multa che si rischia di ricevere.

Senza biglietto sul treno: la multa

La multa di Trenitalia per mancato biglietto è un mix tra una penale contrattuale e una sanzione amministrativa. La giurisprudenza si è affaticata a lungo per chiarire la distinzione, ma questo non cambia la sostanza delle cose: al di là del nome, si paga comunque una sovrattassa molto salata, stabilita dai regolamenti nazionali [1] o dalle leggi regionali e dalle condizioni di trasporto.

L’importo varia a seconda del tipo del treno (Frecciarossa, Intercity, regionale o locale) e può arrivare a una maggiorazione pari al triplo dell’importo del biglietto base, con un minimo di 200 euro. Se il pagamento è effettuato entro 15 giorni dalla notifica l’importo è ridotto a 100 euro; se il viaggiatore paga immediatamente al personale del treno, la sanzione è ridotta a 50 euro. Tutto ciò, ovviamente, oltre al prezzo del biglietto.

Per evitare queste pesanti conseguenze, è preferibile avvisare il personale ferroviario (prima di arrivare nella stazione successiva) e pagare il prezzo del biglietto a bordo treno, con un sovrapprezzo minimo di 5 euro, che non viene neppure applicato se nella stazione di partenza manca la biglietteria e le macchinette automatiche non ci sono o non sono funzionanti.

Senza biglietto sul treno: ti fanno scendere?

Il controllore non può bloccare il passeggero senza biglietto trattenendolo a bordo, ma può imporgli di scendere alla prima stazione utile; dunque prima del completamento del suo viaggio, che così verrà bruscamente interrotto. Il malcapitato rimasto a piedi dovrà proseguire con altri mezzi autonomi. Si badi, però, che il controllore, come anche il capo treno, può soltanto invitare a voce il viaggiatore a scendere, ma non può usare mezzi di coercizione fisica, altrimenti commetterebbe il reato di violenza privata.

Attenzione: mentire sui propri dati personali e reato. Chi dichiara false generalità al controllore commette il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale. Il controllore riveste tale qualifica. Lo ha affermato di recente anche la Corte di Cassazione [2].

Senza biglietto sul treno: quando è reato?

Una nuova sentenza della Cassazione [3] ha confermato la condanna ad 8 mesi di reclusione per il reato di interruzione di pubblico servizio (art. 340 Cod. pen.) inflitta a un viaggiatore che, sprovvisto di biglietto, si era rifiutato di dare le proprie generalità e di scendere dal treno. A causa di questo comportamento, il convoglio era stato costretto ad un’imprevista sosta, durata 42 minuti. In ciò la Suprema Corte ha ravvisato l’interruzione del pubblico servizio ferroviario. Il Collegio ha ricordato, richiamando i propri precedenti, che l’interruzione di pubblico servizio si configura non soltanto quando c’è un impedimento assoluto, ma anche quando si verifica «una parziale compromissione del regolare svolgimento» del servizio di trasporto ferroviario.

Inutile la difesa del viaggiatore, secondo cui il ritardo non era stato significativo e che l’interruzione del viaggio era stata soltanto «temporanea e breve»: i giudici di piazza Cavour hanno obiettato che il disservizio non si era limitato al ritardo di quel solo treno, ma si era esteso «a cascata sulla tratta con la soppressione di altri treni», compreso il convoglio di ritorno. E ad aggravare le conseguenze c’era il fatto che il treno in questione era stato bloccato «alle ore 08.40 del mattino di un giorno lavorativo», con pesanti disagi per tutti gli altri viaggiatori della tratta interessata.

Conseguenza ulteriore dell’inammissibilità del ricorso in Cassazione: l’imputato è stato condannato, oltre al consueto pagamento delle spese processuali, anche a versare la somma di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende, e ad ulteriori 3.015 euro di rifusione di spese legali alla società ferroviaria, che si era costituita parte civile nel giudizio. In totale, più di 6mila euro (cui forse bisogna aggiungere la parcella dell’avvocato difensore): insomma, il costo della giustizia penale è stato molto più caro di quello del biglietto risparmiato.


note

[1] Art. 23 D.P.R. n. 753/1980 e s.m.i.

[2] Cass. sent. n. 29580 del 22.10.2021.

[3] Cass. sent. n. 10614 del 24.03.2022.

Cass. pen., sez. VI, ud. 3 febbraio 2022 (dep. 24 marzo 2022), n. 10614
Presidente di Stefano – Relatore Calvanese

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe indicata, la Corte di appello di Milano confermava la sentenza del Tribunale di Milano del 22 gennaio 2020, che aveva condannato Z.I. per il reato di cui all’art. 340 c.p., per aver cagionato l’interruzione di un servizio pubblico ferroviario per 42 minuti, rifiutandosi, una volta sorpresa senza il biglietto sul treno della linea […], proveniente da (omissis) e diretto a […], di fornire le proprie generalità e di scendere dal treno alla stazione di […].

2. Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputata, denunciando, a mezzo di difensore, i motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p.

2.1. Vizio di motivazione.

La Corte di appello ha ritenuto la sussistenza del reato, nonostante fosse stata prospettata dalla difesa la temporanea e breve interruzione del pubblico servizio che causava soltanto il ritardo di un treno senza ripercussioni sulla regolarità delle corse ferroviarie sulla tratta interessata.
La Corte di appello in particolare ha insistito – contrariamente alle evidenze processuali e in modo contraddittorio – nel ritenere cagionato rilevanti alterazione o turbamento del regolare servizio pubblico attraverso il ritardo con effetti negativi su altri treni.

3. Disposta la trattazione scritta del procedimento, ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8, convertito dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176 (così come modificato per il termine di vigenza dal D.L. 30 dicembre 2021, n. 228), in mancanza di richiesta nei termini ivi previsti di discussione orale, il Procuratore generale ha depositato conclusioni scritte, come in epigrafe indicate.

La parte civile, […] s.r.l., ha fatto pervenire il 19 gennaio 2021 conclusioni scritte di conferma della sentenza impugnata e nota spese.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile per le ragioni di seguito illustrate.

2. Il ricorso reitera una questione (l’incidenza del ritardo) correttamente affrontata dalla Corte di appello nella motivazione della sentenza impugnata e alla quale la ricorrente finisce per non confrontarsi.

Con l’appello, la difesa aveva dedotto che non si trattasse di un ritardo significativo perché risultava soppresso, oltre al medesimo convoglio, una volta arrivato a […], quello di ritorno per evitare di accumulare ritardi nelle corse successive.

Quindi, come ammesso dalla stessa difesa, il disservizio non si era limitato al “ritardo di un solo treno”.

Invero, la sentenza di primo grado aveva accertato che il ritardo causato dalla condotta della imputata aveva determinato ritardi “a cascata” sulla tratta con la soppressione di altri treni (significativo è l’orario del convoglio bloccato, 8.40 del mattino di un giorno lavorativo).

In questa prospettiva, correttamente la Corte di appello ha ravvisato nella condotta della imputata il reato di cui all’art. 340 c.p., che sussiste quando la condotta, pur non determinando l’interruzione o il turbamento del pubblico servizio inteso nella sua totalità, comporta comunque la compromissione del regolare svolgimento di una parte di esso (Sez. 6, n. 1334 del 12/12/2018, dep. 2019, Rv. 274836).

3. Alla stregua di tali rilievi il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

La ricorrente deve, pertanto, essere condannata, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

Considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, deve, altresì, disporsi che la ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di tremila Euro, in favore della Cassa delle ammende.

Consegue, ancora, la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese a favore della parte civile, liquidate come indicato nel dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000 in favore della Cassa delle Ammende.

Condanna, inoltre, l’imputata alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile, […], che liquida in complessivi Euro 3.015,00, oltre accessori di legge.


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