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I donatori di seme hanno diritti di potestà?

28 Marzo 2022
I donatori di seme hanno diritti di potestà?

Fecondazione eterologa: i diritti e i doveri del donatore nei confronti della madre e del successivo figlio. 

A volte, chi si appresta a donare il seme si pone alcune domande di carattere legale: l’identità del donatore resta segreta? Semmai la madre o il figlio dovessero un giorno venire a conoscenza dell’identità del donatore di seme potrebbero da questi ottenere il riconoscimento e il mantenimento? I donatori di seme hanno diritti di potestà?

Tutte queste domande trovano una risposta chiara e significativa nella legge n. 40 del 2004 che regola appunto le tecniche di procreazione assistita eterologa. Ecco cosa dice a riguardo la normativa.

Cos’è la fecondazione eterologa?

La fecondazione eterologa è una tecnica di procreazione medicalmente assistita (PMA) nella quale il seme maschile o l’ovulo femminile non appartiene a uno dei due membri della coppia ma ad un donatore esterno. Così la donna può farsi impiantare l’ovulo di un’altra donna o utilizzare il seme di un uomo diverso dal proprio partner. 

La fecondazione eterologa è legale in Italia?

Inizialmente, l’articolo 4 della legge n. 40 del 2004 vietava la fecondazione eterologa. Senonché la Corte Costituzionale, con sentenza n. 162 del 2014, ha dichiarato illegittima tale norma [1] sancendo quindi la perfetta legalità della fecondazione assistita con ricorso al seme o all’ovulo di un donatore/donatrice esterno.

Quando è possibile la fecondazione assistita?

Ai sensi dell’articolo 4 della legge n. 40 del 2004, la fecondazione assistita – anche eterologa – è ammessa solo quando il medico certifica l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause che impediscono la procreazione naturale. Deve sussistere un caso di sterilità o di infertilità inspiegate o da causa accertata e certificata.

Il donatore di seme è anonimo?

Chi dona il seme resta anonimo. Né la madre, né un giorno il figlio possono venire a conoscenza della sua identità. La stessa clinica che esegue il prelievo e la conservazione del seme è tenuta a garantire il massimo riserbo sull’identità del donatore, diversamente rispondendone personalmente.

Il donatore di seme può conoscere un giorno il figlio?

Il principio dell’anonimato vale in entrambi i sensi: anche il donatore di seme non può conoscere l’identità della donna che si sottoporrà all’inseminazione eteronoma. Di conseguenza, non potrà mai conoscere il proprio figlio.

Il donatore di seme ha diritto di potestà sul figlio?

Ai sensi dell’art. 9 della legge n. 40/2004 qualora si ricorra a tecniche di procreazione medicalmente assistita di natura eterologa, il donatore di seme non acquisisce alcuna relazione giuridica parentale rispetto al nato e non è titolare, nei confronti di questi, né di diritti né di obblighi. In pratica, un donatore di gameti non sarà mai considerato il padre legale del bambino nato grazie al proprio seme. Non ha quindi nessun diritto di potestà ma neanche alcun obbligo. 

Con la conseguenza che la madre o il figlio non potranno mai chiedere al donatore il riconoscimento del figlio stesso, né questi potrà essere costretto a pagare il mantenimento per il bambino.  

Quanto pagano per la donazione di seme?

La legge stabilisce che la donazione del seme è un atto altruistico e quindi gratuito. Viene tuttavia elargito una sorta di rimborso spese per l’attività di screening cui il donatore si sottopone volontariamente. In genere il compenso per tale attività è pari a circa 50 euro per singola donazione. 

Non tutti gli aspiranti donatori peraltro vengono poi accettati. C’è prima una rigida selezione sulle qualità fisiche e mentali del donante. 


note

[1] Corte Costituzionale, 10/06/2014, n.162: «l divieto di fecondazione eterologa, “impedendo alla coppia destinataria della l. n. 40 del 2004, ma assolutamente sterile o infertile, di utilizzare la tecnica di PMA eterologa, è privo di adeguato fondamento costituzionale. Deve anzitutto essere ribadito che la scelta di tale coppia di diventare genitori e di formare una famiglia che abbia anche dei figli costituisce espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi, libertà che, come questa Corte ha affermato, sia pure ad altri fini ed in un ambito diverso, è riconducibile agli art. 2, 3 e 31 cost., poiché concerne la sfera privata e familiare. Conseguentemente, le limitazioni di tale libertà, ed in particolare un divieto assoluto imposto al suo esercizio, devono essere ragionevolmente e congruamente giustificate dall’impossibilità di tutelare altrimenti interessi di pari rango (sentenza n. 332 del 2000). La determinazione di avere o meno un figlio, anche per la coppia assolutamente sterile o infertile, concernendo la sfera più intima ed intangibile della persona umana, non può che essere incoercibile, qualora non vulneri altri valori costituzionali, e ciò anche quando sia esercitata mediante la scelta di ricorrere a questo scopo alla tecnica di PMA di tipo eterologo, perché anch’essa attiene a questa sfera. In tal senso va ricordato che la giurisprudenza costituzionale ha sottolineato come la l. n. 40 del 2004 sia appunto preordinata alla “tutela delle esigenze di procreazione », da contemperare con ulteriori valori costituzionali, senza peraltro che sia stata riconosciuta a nessuno di essi una tutela assoluta, imponendosi un ragionevole bilanciamento tra gli stessi (sentenza n. 151 del 2009). Va anche osservato che la Costituzione non pone una nozione di famiglia inscindibilmente correlata alla presenza di figli (come è deducibile dalle sentenze n. 189 del 1991 e n. 123 del 1990). Nondimeno, il progetto di formazione di una famiglia caratterizzata dalla presenza di figli, anche indipendentemente dal dato genetico, è favorevolmente considerata dall’ordinamento giuridico, in applicazione di principi costituzionali, come dimostra la regolamentazione dell’istituto dell’adozione. La considerazione che quest’ultimo mira prevalentemente a garantire una famiglia ai minori (come affermato da questa Corte sin dalla sentenza n. 11 del 1981) rende, comunque, evidente che il dato della provenienza genetica non costituisce un imprescindibile requisito della famiglia stessa. La libertà e volontarietà dell’atto che consente di diventare genitori e di formare una famiglia, nel senso sopra precisato, di sicuro non implica che la libertà in esame possa esplicarsi senza limiti. Tuttavia, questi limiti, anche se ispirati da considerazioni e convincimenti di ordine etico, pur meritevoli di attenzione in un ambito così delicato, non possono consistere in un divieto assoluto, come già sottolineato, a meno che lo stesso non sia l’unico mezzo per tutelare altri interessi di rango costituzionale”».


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