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Anche la madre divorziata deve mantenere il figlio?

29 Marzo 2022
Anche la madre divorziata deve mantenere il figlio?

A chi spetta versare gli alimenti per i figli? La somma va divisa tra entrambi i genitori. 

Spesso, quando i genitori si separano e il padre, costretto ad allontanarsi dai figli, viene condannato dal giudice a pagare il mantenimento per questi ultimi, si ode l’insoddisfatta lamentela della donna: «Come posso far campare i bambini con così poco?». Di qui il tentativo di appellare la sentenza e, nel caso, arrivare sino in Cassazione, per ottenere “qualcosa in più”. Ma quante possibilità di accoglimento potrebbe avere il tentativo di addossare, sull’uomo, ogni spesa necessaria ai bisogni della prole? Non è forse vero che anche la madre divorziata deve mantenere il figlio? Sul punto, si forma spesso un clamoroso equivoco. Per uscire dall’impasse è necessario comprendere come funziona la determinazione dell’assegno di mantenimento e a quale genitore spetta l’obbligo di pagare gli alimenti per i figli.

All’indomani della separazione o del divorzio, in assenza di un accordo tra ex coniugi che definisca tutte le condizioni economiche e personali del distacco, il giudice è chiamato a stabilire l’importo che il genitore non convivente con i figli dovrà versare all’ex per il mantenimento di questi ultimi. Si tratta però di un contributo proporzionale alle sue ricchezze. E difatti l’articolo 147 del Codice civile stabilisce che «il matrimonio (ma, in realtà, anche la convivenza, ndr) impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni». Padre e madre sono dunque entrambi chiamati – finché sono sposati – a concorrere, ciascuno in proporzione alle proprie capacità economiche, ai bisogni della prole: non solo quelli alimentari e abitativi, relativi all’istruzione o alla salute, ma anche a tutto ciò che attiene alla sfera della crescita personale e relazionale. Quindi, sono comprese le spese per il trasporto, per le gite scolastiche, per lo sport, per il computer e così via. 

Quest’obbligo alimentare non viene meno neanche in caso di separazione e di divorzio: esso infatti deriva dal rapporti di filiazione e non da quello di matrimonio. Finché il figlio quindi non è autonomo economicamente (e comunque, secondo la più recente giurisprudenza, non oltre 30/35 anni), tanto il padre quanto la madre, siano essi sposati, conviventi, separati o divorziati, dovranno provvedere alle esigenze dei figli. 

Di recente, la Cassazione ha ricordato [1] che, in caso di genitori separati, anche il più «povero» deve mantenere il figlio non autosufficiente dal punto di vista economico.

L’obbligo di mantenimento grava sia sul padre, sia sulla madre, a prescindere dal gap economico tra i due, in proporzione alle rispettive capacità economiche. La disparità tra le rispettive risorse, pertanto, peserà solo sulla misura del contributo che ciascuno sarà tenuto a versare.  

Ecco perché, quando il giudice fissa l’importo degli alimenti che il genitore non convivente dovrà versare all’altro, quest’ultimo non deve cadere nell’equivoco di ritenere che tale somma debba bastare per tutte le spese relative alla prole: un’altra parte degli sforzi economici dovrà dipendere dal genitore convivente il quale non può limitarsi solo alla gestione materiale dei figli (ad esempio accompagnarli a scuola, cucinare, ecc.), ma dovrà anch’egli tentare – nei limiti del possibile – di lavorare per procurare la residua parte del mantenimento. 

La Cassazione, nel caso di specie, ha accolto il ricorso formulato dal marito. L’obbligo di mantenimento, ricorda, grava su ambedue i genitori. E ciò, aggiunge, anche quando si discuta di figli maggiorenni che non abbiano ancora raggiunto l’autosufficienza economica [2]. È chiaro, tuttavia, che la quantificazione specifica dei singoli apporti di denaro che il padre e la madre dovranno corrispondere richiede un secondo step, ossia una valutazione comparata dei redditi di entrambi. Il tutto esaminato alla luce dei fabbisogni attuali del figlio e del tenore di vita goduto in precedenza, cioè prima della crisi familiare [3]. 

È chiaro che, laddove il genitore convivente non abbia la possibilità di lavorare, perché anziano o disabile o perché, avendo svolto nel corso della convivenza matrimoniale attività di casalinga, tutte le spese per i figli graveranno sull’ex. Ma di ciò, il richiedente dovrà fornire una valida prova.


note

[1] Cass. ord. n. 3426/22 del 3.02.2022.

[2] Cass. sent. n. 19299/2020.

[3] Cass. sent. n. 32529/2018.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione Ordinanza 3 febbraio 2022 n. 3426

Data udienza 14 gennaio 2022

Integrale

Separazione e divorzio – Mantenimento coniuge – Mantenimento figlio maggiorenne non autosufficiente – Addebito – Onere della prova – Grava sulla parte che lo richiede – Abbandono del domicilio familiare – Violazione del dovere di convivenza – Sufficiente a giustificare l’addebito – Salvo prova che sia giustificato dal comportamento dell’altro coniuge

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere

Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3054-2021 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1552/2020 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 19/06/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 14/01/2022 dal Consigliere Relatore Dott. LAURA TRICOMI.

RITENUTO

che:

Nel giudizio di separazione personale tra (OMISSIS) e (OMISSIS), la Corte di appello di Venezia, con la sentenza in epigrafe indicata, ha respinto i contrapposti appelli di (OMISSIS) e (OMISSIS) ed ha confermato la decisione di primo grado che, per quanto interessa, aveva respinto le reciproche domande di addebito, aveva posto a carico di (OMISSIS) il pagamento dell’assegno di mantenimento in favore della moglie per l’importo di Euro 300,00 = mensili, oltre ISTAT; aveva posto a carico di (OMISSIS) il mantenimento diretto – sia ordinario che straordinario. – della figlia (OMISSIS), maggiorenne non economicamente autosufficiente e convivente con il padre, senza prevedere alcun contributo a carico della madre, in ragione delle maggiori disponibilita’ economiche del padre.

(OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione con quattro mezzi, seguito da memoria; (OMISSIS) ha replicato con controricorso.

Sono stati ritenuti sussistenti i presupposti per la trattazione camerale ex articolo 380 bis c.p.c..

CONSIDERATO

che:

1. Il ricorso e’ articolato nei seguenti quattro motivi:

I) Con il primo motivo, concernente la mancata dichiarazione di addebito nei confronti della moglie, il ricorrente deduce la violazione degli articoli 143, 151 e 2697 c.c., nonche’ degli articoli 115 e 116 c.p.c.; deduce anche l’erronea valutazione, interpretazione e omesso esame di fatti decisivi per il giudizio.

II) Con il secondo motivo, concernente l’attribuzione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie, il ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 156 c.c..

III) Con il terzo motivo, concernente l’esclusione dell’onere della madre (OMISSIS) a contribuire al mantenimento della figlia, maggiorenne e non economicamente autosufficiente, il ricorrente lamenta la violazione dell’articolo 2697 c.c., in tema di onere della prova e dell’articolo 115 c.p.c., in tema di disponibilita’ delle prove e sostiene che la moglie non ha provato il raggiungimento dell’autosufficienza economica da parte della figlia.

IV) Con il quarto motivo il ricorrente denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio e la violazione e/o falsa applicazione degli articoli 183, 184 e 221 c.p.c., dolendosi della mancata ammissione dei mezzi istruttori – che tuttavia non illustra e non trascrive – volti a dimostrare la responsabilita’ della moglie nel causare la rottura del matrimonio.

2. Va dichiarata irricevibile la documentazione prodotta per la prima volta da (OMISSIS) con la memoria.

Il primo motivo e’ inammissibile.

In tema di addebito della separazione questa Corte ha precisato che “… grava sulla parte che richieda l’addebito l’onere di provare sia la contrarieta’ del comportamento del coniuge ai doveri che derivano dal matrimonio, sia l’efficacia causale di questi comportamenti nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza.” (Cass. n. 16691 del 05/08/2020) e che “Il volontario abbandono del domicilio familiare da parte di uno dei coniugi, costituendo violazione del dovere di convivenza, e’ di per se’ sufficiente a giustificare l’addebito della separazione personale, a meno che non risulti provato che esso e’ stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge o sia intervenuto in un momento in cui la prosecuzione della convivenza era gia’ divenuta intollerabile ed in conseguenza di tale fatto.” (Cass. n. 648 del 15/01/2020; cfr. Cass. n. 25966 del 15/12/2016; Cass. n. 19328 del 29/09/2015; Cass. n. 10719 del 8/05/2013).

La Corte di appello, nell’escludere l’addebitabilita’ della separazione alla (OMISSIS), ha rettamente applicato quest’ultimo principio.

Invero, pur dando atto dell’abbandono della casa familiare da parte della moglie, ha posto in risalto una serie di circostanze rimaste incontestate, ritenute idonee dal giudice del gravame a dimostrare che l’interruzione della convivenza aveva in realta’ rappresentato l’esito di una crisi familiare gia’ in atto da tempo, in quanto attestanti l’intervenuto deterioramento dei rapporti tra i coniugi, in epoca anteriore al gia’ menzionato allontanamento.

In quest’ottica, la sentenza impugnata ha evidenziato: il tentativo dei coniugi di procedere con un percorso assistito di mediazione e, se possibile, di riconciliazione coniugale avviato senza successo; l’invio della comunicazione al (OMISSIS) in data 19/1/2015, da parte del legale della moglie, per informarlo della decisione di quest’ultima di allontanarsi definitivamente dal domicilio coniugale; nonche’ l’esistenza di una forte e persistente tensione tra i coniugi e di un clima di progressiva reciproca disaffezione.

Ai sensi dell’articolo 115 c.p.c., comma 1, dette circostanze ben potevano essere utilizzate dalla Corte di merito per la formazione del proprio convincimento, in quanto, pur non avendo costituito oggetto di specifica dimostrazione da parte della moglie, tenuta a provare la giusta causa del proprio allontanamento dalla casa familiare, erano rimaste incontestate o non efficacemente contestate, con la conseguenza che la relativa prova doveva ritenersi ormai acquisita agli atti; segnatamente va osservato che il ricorrente assume di avere contestato nella memoria ex articolo 183 c.p.c., comma 6, il contenuto della missiva del 19/12/2015, nella quale erano state esplicitate le ragioni dell’allontanamento, ma non di avere contestato la mancanza di ricezione e/o di prova della ricezione dello stesso di cui si duole in sede di legittimita’ (fol. 14 del ric.), questione che non risulta essere stata tempestivamente sottoposta al giudice di merito; inoltre, la contestazione circa la effettiva ricorrenza della circostanza che i coniugi avessero tentato un percorso di mediazione assistita puo’ integrare al piu’ un vizio revocatorio per erronea percezione di un fatto e non gia’ un vizio motivazionale.

Va aggiunto che, nel censurare le conclusioni cui e’ pervenuta la sentenza impugnata, il ricorrente non e’ in grado di contestare l’accertamento in merito alla esistenza di una forte e persistente tensione tra i coniugi e di un clima di progressiva reciproca disaffezione, posto che le stesse circostanze poste a sostegno della propria domanda danno conto di una situazione familiare gia’ da tempo irrimediabilmente compromessa, come accertato dalla Corte di merito, senza considerare che, al di fuori dei casi tassativamente previsti dalla legge, spetta al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove e di controllarne l’attendibilita’ e la concludenza, nonche’ di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicita’ dei fatti ad esse sottesi, dando cosi’ liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (cfr. tra le piu’ recenti, Cass. n. 19547 del 4/08/2017; Cass. n. 19011 del 31/07/2017; Cass. n. 16056 del 2/08/2016). In tal modo, il ricorrente dimostra di voler sollecitare, attraverso l’apparente deduzione del difetto di motivazione, una nuova valutazione del materiale probatorio, non consentito a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di controllare la correttezza giuridica delle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, nonche’ la coerenza logica delle stesse, nei limiti in cui le relative anomalie possono ancora essere fatte valere con il ricorso per cassazione, a seguito della modificazione dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ad opera del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, comma 1, lettera b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (cfr. Cass. n. 29404 del 7/12/2017; Cass. n. 19547 del 4/08/2017).

3. Il secondo motivo e’ inammissibile perche’ sollecita il riesame del merito, senza indicare alcun fatto decisivo di cui sia stato omesso l’esame e non si confronta integralmente con la statuizione in tema di assegno di mantenimento, connotata da approfondita disamina e confronto degli elementi reddituali e patrimoniali contrapposti.

4. Il terzo motivo e’ fondato perche’ l’obbligo di mantenimento grava su entrambi i genitori, anche per il figlio maggiorenne, quando questi non abbia raggiunto la autosufficienza economica (Cass. n. 4811/2018; Cass. n. 19299/2020) – come accertato dalla Corte di appello nel presente caso con statuizione non impugnata – anche se la quantificazione richiede la valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori, oltre alla considerazione delle esigenze attuali del figlio e del tenore di vita da lui goduto (Cass. n. 9698/2001; Cass. n. 32529/2018).

5. Il quarto motivo e’ inammissibile per la sua aspecificita’, quanto alle richieste istruttorie che non sarebbero state accolte.

Invero “Il ricorrente che, in sede di legittimita’, denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di esso, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire il controllo della decisivita’ dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, il giudice di legittimita’ deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non e’ consentito sopperire con indagini integrative” (Cass. 19985/2017) e cio’, nel caso in esame, non e’ accaduto.

6. In conclusione, inammissibili i motivi primo, secondo e quarto, va accolto il terzo motivo del ricorso; la sentenza impugnata va cassata nei limiti dell’accoglimento con rinvio alla Corte di appello di Venezia per il riesame e la statuizione anche sulle spese.

Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalita’ delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del Decreto Legislativo 30 giugno 2003 n. 196, articolo 52.

P.Q.M.

– Inammissibili i motivi primo, secondo e quarto, accoglie il terzo motivo di ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione anche per le spese;

– Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalita’ delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del Decreto Legislativo 30 giugno 2003 n. 196, articolo 52.


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