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Che cos’è una sentenza di merito?

3 Aprile 2022
Che cos’è una sentenza di merito?

Le differenze tra le pronunce sul merito e quelle sul rito: il merito della causa e l’applicazione del diritto sostanziale. La differenza tra i mezzi di impugnazione sul merito e sulla legittimità. 

Spesso, si sente parlare di «sentenze di merito» (o anche di «cause di merito»), per contrapporle alle «sentenze di rito». Ma cos’è una sentenza di merito e cosa significa questa parola? Per comprendere tale terminologia, tipicamente legale ma di facile spiegazione, bisogna entrare in alcune dinamiche del processo, sia esso civile o penale. Il concetto di «sentenza di merito» infatti viene utilizzato per contrapporlo alle «sentenze di rito» e ai «giudizi di legittimità». Ma procediamo con ordine.

Cosa significa “merito della causa”

Come noto, il sistema giudiziario italiano è composto da tre gradi di giudizio: il primo grado, l’appello (o secondo grado) e il ricorso in Cassazione.

Primo e secondo grado sono caratterizzati dal fatto che il giudice analizza il “merito” della controversia, ossia l’insieme dei fatti e delle ragioni addotte dalle parti. In buona sostanza, il merito della causa è la valutazione relativa a “chi ha ragione” e “chi ha torto” alla luce delle prove presentate in processo, dei ragionamenti fatti dai rispettivi avvocati, delle norme di legge invocate a proprio sostengo e dell’interpretazione delle stesse.

Tanto per fare un esempio, in una controversia relativa a un incidente stradale, il merito della causa è costituito dalla valutazione delle responsabilità dei relativi conducenti e delle prove a sostegno di essi: come il rispetto della segnaletica stradale, l’accertamento della velocità, il divieto di transito e così via. Il «merito della causa» è quindi l’accertamento del fatto e dei diritti ad esso collegati.

Ma il giudizio non è fatto solo di questo. Ci sono una serie di procedure da rispettare, rivolte soprattutto a garantire il diritto alla difesa di ciascuna parte nel giudizio e la parità di queste dinanzi al giudice. Si pensi alle regole sulle notifiche dell’atto di citazione, al rispetto dei termini processuali per presentare memorie difensive, alle modalità per escutere i testimoni e così via. Tutte queste regole, contenute nei codici di procedura civile e penale, rappresentano il «rito» ossia, appunto, la procedura.

Per questioni di economia processuale, per evitare cioè che il giudice perda inutilmente tempo nell’analisi delle prove, prima di analizzare il merito della causa – ossia prima di verificare l’esistenza dei diritti controversi – il giudice valuta il rispetto delle regole di procedura. Perché, se una delle parti ha instaurato il giudizio violando la procedura, la sentenza che decide il merito sarebbe illegittima. 

Per sintetizzare, possiamo dire che in un processo viene prima analizzato il rispetto delle «norme di procedura» (quelle cioè che definiscono l’iter e le cadenze del processo) e poi quelle di «diritto sostanziale» (quelle cioè che stabiliscono l’esistenza o meno dei diritti controversi nel merito).

Cos’è una sentenza di merito?

La sentenza è la decisione finale con cui il giudice chiude il processo. La sentenza può essere di merito se si pronuncia sulla fondatezza o meno della domanda fatta valere, accogliendola o rigettandola. In pratica, la sentenza di merito è quella che analizza il diritto sostanziale: le norme ad esempio sulla responsabilità in tema di sinistri stradali, infortuni sul lavoro, licenziamenti illegittimi, violazioni della privacy, adempimento dei doveri coniugali e così via.

La sentenza invece si dice di rito se si limita a valutare il rispetto delle regole processuali ossia le norme di procedura civile o penale.

Come anticipato, il giudice, prima di entrare nel merito della controversia, valuta che la procedura sia stata rispettata dalle parti. Se così non fosse emetterà solo una sentenza di rito, senza decidere il merito: sarebbe del resto inutile farlo atteso che il processo, in violazione delle regole di procedura, sarebbe comunque illegittimo. È quindi ininfluente stabilire chi ha torto o ragione per il diritto sostanziale se il processo si è instaurato in modo illegittimo (ad esempio senza la corretta notifica a tutte le parti interessate o senza il rispetto dei termini per la difesa).

Se invece il giudice ritiene che le regole di procedura sono state rispettate, entra nel merito della controversia, ossia verifica la sussistenza dei diritti controversi, le prove, le difese e, alla fine di tutto ciò, emette una sentenza di merito. 

La differenza tra sentenze di rito e sentenze di merito

La sentenza di rito non preclude la possibilità di ripresentare una nuova richiesta al giudice sulla medesima questione, sempre che i termini di prescrizione o di decadenza non siano scaduti. 

Invece, se il giudice entra nel merito e quindi emette una sentenza di merito, vige il principio del “giudicato” che impedisce di rimettere in gioco la questione in un momento successivo: chi è insoddisfatto della decisione può solo fare appello.

I giudizi di merito e di legittimità

In primo grado e in appello, il giudice ha il potere di analizzare il merito della controversia, nonché chiaramente il rito. Può cioè accertare i fatti e le prove oltre alle regole di procedura. 

Invece in Cassazione, il giudice valuta solo che siano state rispettate le norme di procedura (il rito) e che la legge sia stata interpretata nel modo corretto dai giudici di primo e secondo grado. Ecco perché le pronunce della Cassazione non si definiscono «giudizi di merito» ma «giudizi di legittimità»: esse cioè non possono rimettere in discussione l’accertamento dei fatti.

Tanto per fare un esempio, se una persona viene multata perché ha fumato nell’atrio di un ufficio pubblico, in primo grado e in appello, il giudice può verificare se il fatto è vero, se ci sono le prove, ecc. In Cassazione, si può mettere solo in discussione l’interpretazione della norma e chiarire, ad esempio, se l’atrio dell’ufficio è da considerare luogo chiuso o aperto, e quindi se in esso vige o meno il divieto di fumo. Ma il fatto – ossia l’accertamento della condotta di chi ha fumato nell’atrio – non può più essere messo in discussione per come accertato nei primi due gradi di giudizio.   

Proprio per questo l’appello si distingue dal ricorso per Cassazione. Il primo è un mezzo di impugnazione “a critica libera”: si può cioè censurare qualsiasi parte della decisione di primo grado, dal merito al rito, dall’interpretazione delle norme alla valutazione delle prove. Invece il ricorso per Cassazione è un mezzo di impugnazione “a critica vincolata”: può cioè essere proposto solo per specifici vizi indicati dalla legge (il più delle volte, collegati alla errata interpretazione della norma). In Cassazione, non si può rientrare nel merito della controversia.

Per questo l’appello è detto un mezzo di impugnazione che può entrare nel merito della controversia mentre il ricorso in Cassazione solo sulla legittimità. 



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