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Dare del nano a qualcuno è reato?

30 Marzo 2022 | Autore:
Dare del nano a qualcuno è reato?

Offese e insulti rivolti a una persona di cui non è fatto il nome ma che è ugualmente identificabile: quando scatta il reato di diffamazione?

Ci sono persone che, di mestiere, dovrebbero fare gli “insultatori seriali”. Questi individui si trovano per lo più in rete; vagano per le bacheche e i profili dei social network alla ricerca di un’immagine, una foto, una frase o anche solo di una parola che possa innescare la loro ingiustificata reazione offensiva. Insomma: basta poco per scatenare l’odio represso. Ci sono però degli insulti che a volte non sono oggettivi, nel senso che potrebbero o meno essere intesi come offensivi. Dare del nano a qualcuno è reato?

Sul punto ha fatto chiarezza una recente sentenza della Suprema Corte, la quale ha chiarito quando c’è diffamazione anche in presenza di un commento oltraggioso rivolto in maniera generica, senza specificare il nominativo del bersaglio. La Cassazione ha anche ricordato quando le denigrazioni rivolte all’aspetto fisico di una persona siano rilevanti. Se l’argomento ti interessa, prenditi cinque minuti di tempo e prosegui nella lettura: vedremo insieme se dare del nano a qualcuno è reato.

Offese e insulti: sono reato?

Le offese e gli insulti non costituiscono reato, in quanto l’ingiuria è stata depenalizzata (o meglio, abrogata) a partire dal 2016. Questo significa che oltraggiare una persona in sua presenza non giustifica più una denuncia penale, neanche quando gli insulti sono davvero pesanti e particolarmente offensivi. In casi del genere, al massimo si potrà chiedere il risarcimento dei danni in sede civile.

Quanto appena detto non significa, però, che gli oltraggi non costituiscano mai reato. Prosegui nella lettura se vuoi saperne di più.

Offendere: quando è reato?

Offendere una persona è reato se ciò viene fatto in sua assenza e in presenza di altre persone. In ipotesi del genere, scatta il reato di diffamazione [1].

Per la precisione, c’è diffamazione ogni volta che viene offesa la reputazione di un soggetto, in assenza di quest’ultima ma in presenza di almeno altre due persone.

Per reputazione si deve intendere la considerazione che gli altri hanno di una persona. Quindi, mentre l’ingiuria offende la considerazione che la vittima ha di sé, la diffamazione lede il giudizio che gli altri hanno della persona offesa.

Diffamazione: quanti tipi?

Ci sono tanti modi di commettere una diffamazione. Il più comune è quello di “sparlare” alle spalle della persona offesa, mettendo in giro voci poco lusinghiere sul suo conto. Da questo punto di vista, anche spettegolare può essere, a volte, sinonimo di diffamare.

I commenti oltraggiosi possono anche corrispondere al vero: ciò non toglie che la diffamazione resti. Non c’è reato però se ci si limita a riportare un fatto senza “ricamarci” sopra.

Ad esempio, se nel condominio si viene a sapere che il figlio di uno dei proprietari è stato arrestato per spaccio di droga, il fatto che la notizia si sia divulgata non costituisce una diffamazione. Al contrario, se la vicenda è utilizzata per gettare fango sulla moralità dell’arrestato e della sua famiglia, allora si potrebbe incorrere in reato.

La diffamazione va molto forte in rete, soprattutto su Facebook, Instagram, sui social e sui blog. In questi casi, basta davvero poco per commettere reato: è sufficiente un commento oltraggioso in una chat di gruppo o sulla propria bacheca per integrarsi diffamazione, per di più aggravata dall’uso di mezzi di pubblicità.

La diffamazione può avvenire anche tramite disegni o immagini: si pensi alla pubblicazione di una fotografia scattata in un momento particolarmente imbarazzante oppure di una caricatura particolarmente volgare, aventi come scopo quello di ridicolizzare la vittima.

Insulto generico: c’è diffamazione?

Secondo la sentenza della Corte di Cassazione citata in apertura [2], la diffamazione può ritenersi sussistente anche nel caso in cui vengano pronunciate o scritte espressioni offensive riferite a soggetti individuati o semplicemente individuabili, sia pure da parte di un numero limitato di persone, attraverso gli elementi della fattispecie concreta, quali la natura e la portata dell’offesa, le circostanze narrate, i riferimenti personali e temporali. Questo significa che commette diffamazione anche chi non fa esplicitamente nomi, ma sia ugualmente chiaro a chi sia rivolto l’insulto.

Ad esempio, se sulla propria bacheca personale ci si esprime oltraggiosamente nei riguardi di una persona facilmente identificabile per via delle proprie caratteristiche fisiche, si commetterà diffamazione anche senza esplicitare il nome della persona a cui ci si riferisce (come meglio vedremo nel prossimo paragrafo).

Un altro esempio. Se nella chat condominiale si fanno allusioni sulla condotta di vita indecorosa di chi abita all’ultimo piano, e qui ci sono solo gli appartamenti di un anziano allettato e di una giovane donna da poco trasferitasi, il riferimento sarà più che chiaro, con tanto di rischio di diffamazione.

Dare del nano: è diffamazione?

Anche gli insulti riguardanti l’aspetto fisico costituiscono diffamazione. Secondo la sentenza della Cassazione sopra citata, dare del nano su Facebook fa scattare il reato, anche se non è fatto espressamente il nome del destinatario dell’insulto ma questo è facilmente identificabile dagli altri.

Nel caso di specie, i giudici hanno ritenuto colpevole l’imputato che, sulla propria bacheca di Facebook, aveva dato del nano a un avvocato il quale, essendo realmente affetto da nanismo, era facilmente identificabile da chiunque leggesse il commento.

Questa sentenza consente quindi di affermare che c’è diffamazione anche quando:

  • la vittima è individuabile da chi ascolta o legge l’insulto;
  • il commento fa riferimento a un fatto o a una situazione reale, utilizzati però in modo dispregiativo, con l’intenzione di offendere.

note

[1] Art. 595 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 10762, udienza 10 dicembre 2021, deposito 25 marzo 2022.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. pen., sez. V, ud. 10 dicembre 2021 (dep. 25 marzo 2022), n. 10762

Presidente Pezzullo – Relatore Guardiano

Fatto e diritto

Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Torino, in parziale riforma della sentenza con cui il tribunale di Verbania, in data 6.4.2016, decidendo in sede di giudizio abbreviato, aveva condannato D.A. e V.M. , ciascuno alla pena ritenuta di giustizia e al risarcimento dei danni derivanti da reato in favore delle costituite parti civili, in relazione al delitto di diffamazione aggravata, ex art. 595 c.p., comma 3, commesso in danno di Z.G. mediante pubblicazione, sul profilo “Facebook” riconducibile al V. , di post contenenti frasi ingiuriose nei confronti della persona offesa, rideterminava in senso più favorevole agli imputati l’entità della pena loro irrogata e riduceva la somma liquidata a titolo di provvisionale, confermando nel resto la sentenza impugnata.

  1. Avverso la sentenza della corte territoriale, di cui chiede l’annullamento, hanno proposto tempestivo ricorso per cassazione entrambi gli imputati, lamentando, con un unico atto di impugnazione sorretto da motivi comuni: 1) violazione di legge penale, in relazione al computo del termine di prescrizione ex artt. 157,159 e 161, c.p.p., in riferimento al D.L. n. 18 del 2020, art. 83 convertito, con modificazioni, nella L. 24 aprile 2020; 2) erronea applicazione della legge penale e vizio di motivazione in ordine alla individuabilità del soggetto offeso quale elemento della fattispecie di cui all’art. 595 c.p.; 3) erronea applicazione dell’art. 442 c.p.p., per “omessa riduzione della diminuente del rito con conseguente violazione del divieto di reformatio in peius ex art. 597 c.p.p., comma 3”.

2.2. Con requisitoria scritta del 17.11.2021, depositata sulla base della previsione del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8, che consente la trattazione orale in udienza pubblica solo dei ricorsi per i quali tale modalità di celebrazione è stata specificamente richiesta da una delle parti, il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione chiede che la sentenza impugnata sia annullata senza rinvio per essere il reato estinto per prescrizione.

2.3. Con conclusioni scritte del 29.11.2021, pervenute a mezzo di posta elettronica certificata, gli avvocati (omissis) e (omissis), difensori di fiducia degli imputati, insistono per l’accoglimento dei ricorsi.

  1. I ricorsi sono parzialmente fondati e vanno accolti nei seguenti termini.
  2. Fondato appare il primo motivo di ricorso.
  3. Ed invero, premesso che secondo un condivisibile orientamento affermatosi nella giurisprudenza di legittimità, è ammissibile il ricorso per cassazione con il quale si deduce, anche con un unico motivo, l’intervenuta estinzione del reato per prescrizione maturata prima della sentenza impugnata ed erroneamente non dichiarata dal giudice di merito, integrando tale doglianza un motivo consentito ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), (cfr. Cass., Sez. U., 17.12.2015, n. 12602, rv. 266819; Cass., sez. IV, 06/11/2012, n. 49817, rv. 254092; Cass., sez. VI, 21/03/2012, n. 11739, M., rv. 252319; Cass., sez. V, 11/07/2011, n. 47024, rv. 251209), va rilevato che nel caso in esame il giudice di secondo grado, in violazione del disposto dell’art. 129 c.p.p., ha omesso di rilevare e dichiarare l’estinzione del reato per cui si procede, verificatasi prima del giudizio di appello.

Ai sensi di quanto previsto dagli artt. 157,160 e 161, c.p., infatti, il termine di prescrizione del reato in questione, nella sua massima estensione, pari a sette anni e sei mesi, in considerazione degli intervenuti atti interruttivi e in mancanza di cause di sospensione del relativo decorso, risulta perento alla data del (omissis), trattandosi di fatti commessi tra il (omissis) e il (omissis), dunque prima della data della pronuncia della sentenza di secondo grado, che risale all’8.1.2021, come del resto riconosciuto dalla stessa corte territoriale.

Il giudice di appello, tuttavia, nel rigettare la relativa eccezione formulata dal ricorrente, ha evidenziato che, “essendo il presente procedimento pendente presso la corte d’appello prima del cd. periodo emergenziale Covid (che in senso lato va dal 9 marzo al 30 giugno 2020), la sua fissazione diretta in data successiva al periodo di congelamento dei termini comporta comunque la sospensione ex lege dei termini di prescrizione, quanto meno con riguardo al cd. periodo di sospensione rigida dal 9 marzo all’11 maggio 2020 (ovvero per 64 giorni)”, calcolando il quale il termine di prescrizione sarebbe perento dopo la data del (omissis).

Si tratta, tuttavia, di un ragionamento erroneo, alla luce della elaborazione cui è pervenuta la giurisprudenza di legittimità nella sua espressione più autorevole, secondo cui, in tema di disciplina della prescrizione a seguito dell’emergenza pandemica da Covid-19, per i procedimenti rinviati con udienza fissata nella “prima fase” dell’emergenza (periodo dal 9 marzo all’11 maggio 2020) si applica per intero la sospensione della prescrizione prevista dal D.L. 17 marzo 2020, n. 18, art. 83, comma 4, pari a sessantaquattro giorni (cfr. Cass., Sez. U, n. 5292 del 26/11/2020) Rv. 280432).

Il citato art. 83, comma 4 prevede la sospensione del corso della prescrizione nei procedimenti penali “per lo stesso periodo” di cui al comma 2, vale a dire dal 9 marzo 2020 al 11 maggio 2020, ma in tale periodo non rientra il procedimento penale a carico dei ricorrenti, posto che, come evidenziato dalla stessa corte territoriale, l’udienza innanzi alla corte di appello è stata fissata direttamente alla data dell’8.1.2021, non rientrante in nessuno dei periodi per i quali è stata prevista la sospensione dei termini di prescrizione.

Per completezza va, infine, ricordato, che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 140 del 25.2.2021, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione dell’art. 25 Cost., comma 2, sotto il profilo della irretroattività della legge penale sfavorevole, il D.L. n. 18 del 2020, art. 83, comma 9, come convertito, relativo alla seconda fase dell’emergenza (periodo dal 12 maggio al 30 giugno 2020), nella parte in cui prevede la sospensione del corso della prescrizione per il tempo in cui i procedimenti penali sono rinviati ai sensi del precedente comma 7, lett. g), e in ogni caso, non oltre il 30 giugno 2020.

Tanto premesso, compete al Collegio rilevare la compiuta prescrizione, posto che il principio della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità, sancito dall’art. 129 c.p.p., comma 2, opera anche con riferimento alle cause estintive del reato, quale è la prescrizione, rilevabili nel giudizio di cassazione (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 3, 01/12/2010, n. 1550, Rv. 249428; Cass., sez. un., 27/02/2002, n. 17179, Rv. 221403; Cass., Sez. 2, n. 63:38 del 18/12/2014, Rv. 262761).

Qualora il contenuto complessivo della sentenza non prospetti, nei limiti e con i caratteri richiesti dall’art. 129 c.p.p., l’esistenza di una causa di non punibilità più favorevole all’imputato deve, infatti, prevalere l’esigenza della definizione immediata del processo (cfr. Cass., sez. IV, 05/11/2009, n. 43958, F.)

Come è stato opportunamente rilevato, in presenza di una causa di estinzione del reato, la formula di proscioglimento nel merito (art. 129 c.p.p., comma 2) può essere adottata solo quando dagli atti risulti “evidente” la prova dell’innocenza dell’imputato, sicché la valutazione che in proposito deve essere compiuta appartiene più al concetto di “constatazione” che di “apprezzamento” (cfr., ex plurimis, Cass., sez. II, 11/03/2009, n. 24495, G.), circostanza che, come risulta dalla stessa articolata esposizione del secondo motivo di ricorso, non può ritenersi sussistente nel caso in esame.

La sentenza impugnata va, pertanto, annullata senza rinvio agli effetti penali, per essere il reato ascritto all’imputato estinto per prescrizione. La fondatezza del motivo di ricorso sulla estinzione del reato per cui si procede, rende del tutto irrilevante il terzo motivo di ricorso, incentrato sulla entità della pena, che necessariamente presuppone l’esistenza di un reato.

  1. Infondato deve ritenersi il secondo motivo di ricorso, che si colloca ai confini della inammissibilità, essendo sostenuto da rilievi di natura prevalentemente fattuale, tali da non intaccare il percorso motivazionale seguito dalla corte territoriale, che non appare nè manifestamente illogico, nè contraddittorio.

Indiscutibile, invero, e non oggetto di specifica doglianza da parte dei ricorrenti, è il dato oggettivo che su di un profilo “Facebook” che appariva riconducibile al V. erano apparse le frasi dal contenuto diffamatorio riportate nel capo d’imputazione, circostanza che integra pacificamente l’elemento oggettivo del reato di cui si discute.

Come affermato, infatti, dall’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimità, la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c.p., comma 3, sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. 5, n. 13979 del 25.1.20121, Rv. 281023).

Tale principio va ovviamente coordinato con l’ulteriore assunto, secondo cui, essendo il reato di diffamazione configurabile in presenza di un’offesa alla reputazione di una persona determinata, esso può ritenersi sussistente nel caso in cui vengano pronunciate o scritte espressioni offensive riferite a soggetti individuati o individuabili (cfr. Cass., Sez. 5, n. 3809 del 28.11.2017, Rv. 272320).

In tale solco interpretativo si inserisce il principio di diritto affermato in una serie di condivisibili arresti di questa Corte di Cassazione, secondo cui non osta all’integrazione del reato di diffamazione l’assenza di indicazione nominativa del soggetto la cui reputazione è lesa, qualora lo stesso sia individuabile, sia pure da parte di un numero limitato di persone, attraverso gli elementi della fattispecie concreta, quali la natura e la portata dell’offesa, le circostanze narrate, oggettive e soggettive, i riferimenti personali e temporali (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. 6, n. 2598 del 06/12/2021; Cass., Sez. 5, n. 23579 del 17/02/2014, Rv. 260213).

Orbene la decisione del giudice di appello deve ritenersi assolutamente in linea con tali principi, in quanto, proprio in ragione del contenuto dei “post” inviati sul profilo “Facebook” in precedenza indicato, la destinataria delle espressioni dal contenuto diffamatorio, a differenza di quanto sostenuto dai ricorrenti, era certamente individuabile nella Z.

Ciò in ragione di una serie di elementi individualizzanti, che la corte territoriale esamina specificamente (il “nanismo” della persona offesa, oggetto di commenti denigratori; il riferimento, sempre in termini sprezzanti, alla zia della Z. , indicata come “spazzina”, in ragione della sua attività di addetta alle pulizie presso l’esercizio commerciale dove lavoravano all’epoca dei fatti i due imputati; l’ulteriore riferimento alla lettera inviata dalla destinataria delle offese, “essendo pacifico che, nel mese di (omissis) , l’avv. Z. nella sua veste professionale aveva indirizzato ai due imputati una lettera nella vertenza che li contrapponeva alla sua assistita C. “; infine, il riferimento “alla mancata possibilità di parlare ed alla delusione manifestata dalla destinataria delle offese”, attraverso frasi sempre offensive, riconducibili “all’incontro tenutosi sempre nel mese di (omissis) presso (omissis) con i dirigenti/responsabili di tale esercizio commerciale ed i dipendenti coinvolti nella ricordata querelle, incontro cui l’avv. Z. non aveva avuto la facoltà di partecipare, come avrebbe voluto”), in relazione ai quali i rilievi difensivi appaiono versati in fatto. Sicché appare dotata di intrinseca coerenza logica la conclusione cui giunge la corte territoriale nell’affermare, che, anche in considerazione dello specifico contesto territoriale in cui operavano gli imputati e la persona offesa, (omissis), un centro urbano certo non di grandi dimensioni, la combinazione degli elementi innanzi evidenziati consentisse “di individuare nell’avv. Z.G. la destinataria delle offese, quantomeno da parte di coloro che in qualità di dipendenti/collaboratori dell’esercizio […] fossero stati coinvolti a vario titolo nella controversia indicata, oltre che di coloro che come amici o conoscenti o familiari della persona offesa”, fossero in grado di riconoscerla.

Come, del resto, puntualmente verificatosi, avendo un amico della persona offesa, Cl.Em., completamente estraneo alla controversia innanzi indicata, subito immaginato che la destinataria delle espressioni offensive fosse proprio la Z., per il semplice fatto di averle lette sulla bacheca di “Facebook” riconducibile al V. (cfr. pp. 10-11 della sentenza oggetto di ricorso).

La non completa soccombenza dei ricorrenti implica che gli stessi non siano condannati al pagamento delle spese processuali di questo grado di giudizio.

Va, infine, disposta l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento, ai sensi del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52, comma 5.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali perché il reato è estinto per prescrizione. Rigetta il ricorso agli effetti civili.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


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