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Come tutelarsi dal collega di studio che ruba i clienti

30 Marzo 2022
Come tutelarsi dal collega di studio che ruba i clienti

Concorrenza sleale tra professionisti: chi si accaparra la clientela può pagare la penale. 

Quando si collabora con uno studio professionale – ad esempio uno studio di commercialisti, di consulenti del lavoro, di avvocati, di medici o ingegneri – è naturale entrare in contatto, non solo con le dinamiche interne dello studio, i segreti collegati all’organizzazione del lavoro e alla soluzione dei problemi, ma anche con gli stessi clienti. E il rischio, per chi accetta in studio estranei, è che questi un giorno, voltando le spalle e “mettendosi in proprio”, possano dirottare la clientela presso di sé. Ed allora come tutelarsi dal collega di studio che ruba i clienti? Sul punto è intervenuta una recente ordinanza della Cassazione [1] che ha fornito indirettamente un suggerimento. 

Lo sviamento della clientela

In ogni impresa esistono lavoratori che, per la specifica natura e le particolari caratteristiche dell’attività svolta, per le informazioni di cui possono venire a conoscenza o per la particolare relazione fiduciaria che li lega ai clienti della società, sono in grado di creare un danno al datore di lavoro qualora decidano di “passare alla concorrenza” o di avviare una propria attività commerciale.

In generale, si tratta di un fenomeno del tutto lecito e, anzi, tutelato dall’articolo 41 della Costituzione. Questo comportamento sarebbe illegittimo se, in presenza di un contratto di lavoro dipendente, si svolgesse quando ancora il rapporto è in piedi, atteso che la legge vieta al dipendente di svolgere attività concorrenziali con l’azienda per la quale lavora. Se invece il rapporto di lavoro è cessato la condotta in oggetto diventa lecita, a meno che non si sia firmato un patto di non concorrenza.

Anche con riferimento allo sviamento di clientela, è pacifico in giurisprudenza che tra imprese operanti sullo stesso mercato, l’acquisizione di clienti altrui mediante la proposizione di più efficienti servizi o migliori condizioni economiche contrattuali costituisce situazione concorrenziale fisiologica. Si tratta di condotta che, in sé e per sé considerata, costituisce componente della normale competitività concorrenziale.

La libertà di iniziativa economica (del lavoratore come dell’imprenditore concorrente) non può però sfociare in un atto di concorrenza sleale a danno del concorrente. Pertanto, ai sensi dell’articolo 2598 del Codice civile «compie atti di concorrenza sleale chiunque» ponga in essere atti di confusione o di denigrazione e appropriazione di pregi altrui oppure chi si avvale di «ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda».

Pertanto, in linea di massima, il fatto di convincere i clienti di un collega di passare alla concorrenza non è né un reato, né un illecito civile, per il semplice fatto che il cliente è libero di scegliere tra più offerte. 

Ciò nonostante è possibile tutelarsi dal collega di studio che ruba i clienti. Ecco come.

Concorrenza sleale tra professionisti: come tutelarsi?

Se intendi far entrare nel tuo studio un praticante o un collega che possa aiutarti nel gestire le pratiche ma, nello stesso tempo, vuoi tutelarti dalla possibilità che questi, un giorno, possa andare via portando con sé i tuoi clienti puoi fargli sottoscrivere un patto di non concorrenza. In tal modo, lo obbligherai a non avere rapporti con i tuoi assistiti al di fuori del tuo studio o, in caso contrario, a pagare una penale. 

È però necessario, a tal fine, che nel patto di non concorrenza sia chiara la clausola che inibisca al professionista di sottrarre in qualunque modo la clientela al committente. 

Secondo la Cassazione, il professionista che dirotta la clientela verso il suo nuovo ufficio viola la concorrenza ed è tenuto a pagare la penale allo studio associato. Spetta a quest’ultimo, qualora voglia difendersi, dimostrare di non aver esercitato alcuna coazione nella volontà dei clienti i quali hanno liberamente deciso di risolvere il contratto precedente e affidarsi a lui, presso la nuova struttura, perché il solo in grado di offrire il servizio richiesto. Cosa assai difficile se, magari, le disdette vengono redatte secondo un unico schema, con le stesse anomalie formali e con lo stesso schema redazionale.

Limiti al patto di non concorrenza

Ricordiamo che, per giurisprudenza costante, in tema di concorrenza sleale, è nullo il patto di non concorrenza diretto a precludere ad una parte la possibilità di impiegare la propria capacità professionale nel settore economico di riferimento, o di comprimere eccessivamente la libertà della capacità lavorativa del soggetto obbligato. Il patto di non concorrenza deve, dunque, consentire al soggetto obbligato di espletare un’attività coerente con la propria esperienza e la propria professionalità e deve ritenersi nullo allorché la sua ampiezza sia tale da comprimere l’esplicazione della professionalità acquisita dal soggetto.


note

[1] Cass. ord. n. 9966/22 del 28.03.2022.

Autore immagine: depositphotos.com


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