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Quando non è falsa testimonianza

30 Marzo 2022
Quando non è falsa testimonianza

Quando dire una bugia in buona o in malafede dinanzi al giudice non è reato: la ritrattazione, la reticenza, il timore di ritorsioni. 

Chi viene chiamato per testimoniare in un processo ha l’obbligo di dire la verità in merito a tutti i fatti di cui è a conoscenza. Diversamente, risponde del delitto di falsa testimonianza. Ma non tutti sono in grado di ricordare. Così come, a volte, si è portati a dire una bugia solo per timore di subire una grave ritorsione. In questi casi, si è ugualmente responsabili e punibili? A stabilire quando non è falsa testimonianza sono diverse pronunce della Cassazione. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Quando c’è falsa testimonianza

L’articolo 372 del Codice penale delinea i confini della falsa testimonianza e stabilisce che chiunque, deponendo come testimone dinanzi a un giudice afferma il falso o nega il vero, oppure tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni.

Il riferimento al verbo “tacere” lascia chiaramente intendere che anche la reticenza di un testimone integra il reato di falsa testimonianza. 

Il primo aspetto che salta in rilievo è che la falsa testimonianza è solo quella che avviene in un’aula di tribunale: bisogna cioè trovarsi dinanzi a un giudice. Non è quindi punibile, ad esempio, la testimonianza fasulla fatta dinanzi al datore di lavoro nell’ambito di un procedimento disciplinare (in tal caso, si potrebbero al limite configurare gli estremi del reato di diffamazione se si attribuisce ad altri un fatto disdicevole oppure offensivo).

Il secondo elemento della falsa testimonianza è la malafede, ossia il “dolo”. Ci deve essere l’intenzione di travisare la verità o di essere reticenti. 

Poiché il testimone deve riferire solo ciò di cui è personalmente a conoscenza, secondo la giurisprudenza, il reato sussiste anche quando i fatti dichiarati siano rispondenti al vero ma il testimone non li abbia appresi direttamente.

Inoltre, per la sussistenza del reato è necessario che il testimone renda false dichiarazioni su fatti pertinenti alla causa, capaci di influire sulla decisione. Di conseguenza, il delitto non scatta quando i fatti sono estranei all’oggetto del procedimento in corso o sono irrilevanti ai fini della decisione (si pensi al colore degli occhiali che portava l’assassino).

Per la falsa testimonianza non si richiede che il giudice venga ingannato, ossia che creda alle false affermazioni, ma è sufficiente che bugia e reticenza abbiano potenziale idoneità a trarlo in errore.

Quando non c’è falsa testimonianza

Da quanto appena detto possiamo trarre le conclusioni per stabilire in quali casi non c’è falsa testimonianza.

Innanzitutto, non si è responsabili se si raccontano dei fatti che si ritengono veri quando in realtà non lo sono, e ciò perché in tal caso manca il dolo, ossia la malafede. Si pensi a una persona che riferisca di aver visto una persona con i baffi attraversare la strada, quando invece questa aveva la barba. Il difetto di cognizione non è imputabile a una deliberata volontà di rendere falsa testimonianza. La falsità delle dichiarazioni, infatti, va accertata non in relazione alla verità oggettiva, ma in relazione alle conoscenze personali del testimone.

Si può cadere in errore, così come si può non ricordare. Chi non ricorda non è tenuto a rispondere. E chi non risponde non può essere responsabile per falsa testimonianza se effettivamente si tratta di un vuoto di memoria. Ma deve essere credibile. Chi, ad esempio, in sede di indagini preliminari fornisce una versione e dopo poche settimane dichiara di non ricordare più gli stessi fatti sta palesemente mentendo: dunque, in questo caso, siamo in presenza di una reticenza volontaria e la reticenza costituisce falsa testimonianza. Al contrario, il testimone che abbia assistito ad un fatto sette anni prima e affermi di non ricordare non commette falsa testimonianza per reticenza [1].

Secondo la Cassazione [2], chi dice una bugia ma poi ritratta non può essere incriminato per falsa testimonianza. 

Ed ancora, elemento essenziale del reato in commento è che la falsità riguardi un fatto essenziale ai fini della decisione. Una menzogna in malafede ma irrilevante, perché non porterebbe a una decisione diversa, non costituisce reato.

Ultimo aspetto è quello di chi mente per paura di una ritorsione. Secondo la Cassazione [3], in casi del genere, non si può essere puniti perché sussiste la causa di giustificazione dello stato di necessità.


note

[1] Trib. La Spezia, sent. n. 185/2020.

[2] Cass. sent. n. 38529/2018. La ritrattazione elimina la punibilità del delitto di falsa testimonianza quando consista in una smentita non equivoca del fatto falso o reticente oggetto della deposizione e nella manifestazione del vero, postulando una fedele esposizione degli avvenimenti che hanno formato oggetto della testimonianza tale da ripristinare in pieno la verità. Pertanto, non può integrare la ritrattazione una dichiarazione che, pur volta a minimizzare le conseguenze processuali della testimonianza, sostanzialmente confermi il precedente racconto, o la mera insinuazione del dubbio sulla veridicità della prima deposizione che, tuttavia, non escluda la circostanza prima asserita con sicurezza. Analogamente, non costituisce ritrattazione una ammissione solo parziale dei fatti veri o la sostituzione della versione falsa con la generica affermazione di non ricordare bene a causa del tempo trascorso. 

[3] Cass. sent. n. 42928/2010. Sussiste la causa di giustificazione dello stato di necessità nell’ipotesi in cui il soggetto che abbia reso alla polizia giudiziaria sommarie informazioni, in ordine agli autori di un reato oggetto di investigazioni, successivamente le ritratti in seguito alle minacce alla propria incolumità fisica rivoltegli da soggetti appartenenti al medesimo ambiente mafioso di quelli da lui accusati nelle precedenti dichiarazioni.


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