Diritto e Fisco | Articoli

Verifiche sul conto corrente dell’impiegato

31 Marzo 2022
Verifiche sul conto corrente dell’impiegato

Controlli fiscali dell’Agenzia delle Entrate: quali sono le operazioni oggetto di verifica e quali i contribuenti che rischiano di più.

Chi sono i contribuenti che rischiano di più quando si parla di controlli fiscali? Comunemente, si ritiene che siano imprenditori, società, lavoratori autonomi e professionisti. Ma i fatti dimostrano che, nella rete dell’Agenzia delle Entrate, può finire chiunque, anche i lavoratori dipendenti, i disoccupati e i pensionati. 

A dimostrazione che sono tutt’altro che remote le verifiche sul conto corrente dell’impiegato vi sono numerosi provvedimenti dei vari uffici delle imposte, tutti poi convalidati dalla giurisprudenza nonostante il ricorso degli interessati. Il fisco ha così ritenuto che fossero da considerare “ricavi in nero” i versamenti in banca di contanti non giustificati o i bonifici ricevuti per conto di terzi ma non dichiarati.

Per comprendere come avvengono le verifiche sui conti correnti dei lavoratori dipendenti dobbiamo fare un passo indietro. 

Cosa sono le verifiche fiscali?

Le verifiche fiscali sono i comuni controlli che l’Agenzia delle Entrate – attraverso i propri funzionari e con l’ausilio di software e potenti banche dati – esegue sulle dichiarazioni dei redditi presentate dai contribuenti, sui contratti da questi sottoscritti tramite partita Iva (acquisto di immobili, di auto, contratti di locazione, mutui, ecc.), sui conti correnti, sui pagamenti tracciabili e così via.

Nei confronti di chi avvengono i controlli fiscali?

Anche se, in teoria, qualsiasi contribuente può essere oggetto di un controllo fiscale (attesa del resto l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge), ogni anno l’Agenzia delle Entrate redige degli elenchi di contribuenti maggiormente soggetti al rischio di evasione su cui concentrare i controlli.

Tuttavia, la presenza di alcuni indicatori automatici di evasione fa sì che le verifiche possano avvenire comunque nei confronti di chiunque. Si pensi all’utilizzo dell’anagrafe tributaria, un maxi database in cui confluiscono tutte le fonti di ricchezza dei contribuenti che vengono immediatamente confrontate con le relative dichiarazioni dei redditi per verificarne la compatibilità; così se una persona disoccupata acquista un immobile si accende subito una “spia rossa” all’ufficio delle imposte che, rivolgendosi al contribuente, chiederà spiegazioni. 

Un altro portentoso strumento in uso agli agenti del fisco è il Registro dei rapporti finanziari (dai più chiamato anche «Anagrafe dei conti correnti») in cui confluiscono tutti i dati relativi ai conti correnti e agli altri contratti stipulati tra contribuenti e istituti di credito o Poste. In questo modo, l’Agenzia delle Entrate è in grado di sapere il saldaconto, la lista dei movimenti, la presenza di titoli, cassette di sicurezza e altri depositi. Grazie al Registro dei rapporti finanziari, i conti degli italiani sono completamente trasparenti agli occhi del fisco e possono rivelare, in qualsiasi momento, eventuali entrate “non dichiarate”. Ecco perché, se arriva un bonifico sospetto o se viene contabilizzato il versamento di contanti parte subito il confronto con la dichiarazione dei redditi: se in essa non vi è traccia di tali somme partono le verifiche.

Verifiche sui conti correnti degli impiegati e degli altri lavoratori dipendenti 

Il fatto di avere un lavoro dipendente, con puntuale accredito dello stipendio sul conto, non salva il contribuente dal controllo fiscale. Inutile quindi schermarsi dietro la presunzione che il fisco mai controllerebbe il conto di un “povero” impiegato. Questo perché laddove non arriva la malizia del funzionario supplisce, come appena anticipato, l’Anagrafe dei conti correnti.

Cosa controlla il fisco in questi casi? Le operazioni soggette a verifiche sono solo:

  • il versamento di contanti;
  • i bonifici in entrata, ricevuti da terzi.

Restano quindi esclusi:

  • i prelievi di contanti;
  • i bonifici in uscita (salvo poi divenire oggetto di controlli in capo al beneficiario);
  • i giroconti, ossia gli spostamenti di denaro da un conto a un altro intestati allo stesso soggetto.

In merito ai prelievi di contanti è bene dire che, laddove l’importo superi 10.000 euro nell’arco dello stesso mese, la banca può effettuare una segnalazione alla Uif, l’Unità di Informazione Finanziaria, che a sua volta valuterà un’eventuale comunicazione alla Procura della Repubblica, al fine di indagare se, dietro il ritiro di tanto denaro possa nascondersi un’operazione illecita, come la commissione di reati quali il riciclaggio o il traffico illecito. In buona sostanza, i controlli sui prelievi, che non vengono effettuati dall’Agenzia delle Entrate, non avvengono per ragioni fiscali ma per il contrasto alla criminalità.

Ricavi in nero di impiegati e lavoratori dipendenti 

Come chiarito di recente dalla Cassazione [1], Il fisco può contestare come ricavi in nero i versamenti ingiustificati sul conto dell’impiegato. A rischio verifica non sono solo i rapporti bancari di imprese e professionisti ma anche quelli dei lavoratori dipendenti.

Esiste una norma molto importante in tema di verifiche sul conto corrente, che tutti dovrebbero conoscere: si tratta dell’articolo 32 del Dpr n. 600 del 1973 a norma della quale tutti i versamenti di contanti sul conto o i bonifici in entrata, se non “denunciati” nella dichiarazione dei redditi, si considerano comunque “reddito in nero”. Al contribuente è data la possibilità di fornire la prova contraria: non può trattarsi di una semplice testimonianza o di una scrittura privata (magari retrodatata per fregare la finanza) ma di un documento avente “data certa”, ossia attestata da un pubblico ufficiale. La data certa si ottiene, ad esempio, attraverso l’autentica notarile o la registrazione dell’atto presso l’Agenzia delle Entrate. Il documento dovrà chiaramente dimostrare che il denaro in questione è: 

  • esentasse, come nel caso di un risarcimento o di una donazione da un familiare;
  • oppure già tassato alla fonte, prima cioè della sua ricezione, come nel caso di una vincita al gioco.

In buona sostanza, l’articolo 32 del Dpr 600/73 opera una presunzione in favore del fisco, esonerando l’Agenzia delle Entrate dal dover dimostrare che versamenti e bonifici sul conto sono redditi: è piuttosto il contribuente a dover dimostrare che non lo sono. 

In altre parole, spiega ancora la Cassazione, la presunzione dettata in materia di imposte sui redditi (valevole anche in materia Iva) consente di riferire a redditi imponibili, conseguiti nell’attività economica svolta dal contribuente, tutti i movimenti bancari rilevati dal conto, qualificando gli accrediti come ricavi.


note

[1] Cass. ord. n. 10187/22 del 30.03.2022.


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