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Penale per recesso contratto telefonico: è legittima?

1 Aprile 2022 | Autore:
Penale per recesso contratto telefonico: è legittima?

In caso di disdetta del cliente l’operatore non può addebitare spese diverse dai costi di disattivazione del servizio.

Aderire ad un’offerta commerciale è facile; sciogliersi dal vincolo contrattuale è molto più difficile. Lo sa bene chi ha cercato di dare disdetta al proprio operatore telefonico o di servizi Internet e si è visto addebitare una penale per il recesso dal contratto telefonico. È legittima una richiesta di questo tipo? Vediamo.

Il decreto Bersani e le clausole penali fuorilegge

Può sembrare strano che, a distanza di quasi 15 anni dal famoso decreto Bersani sulle liberalizzazioni, si discuta ancora sulla legittimità della penale per il recesso anticipato da un contratto di servizi telefonici o di connettività alla rete Internet. Già dal 2007, infatti, la legge [1] ha dichiarato radicalmente nulle, e dunque del tutto inefficaci, le clausole di questo tipo. Invece, i costi di disattivazione della linea e degli altri tipi di servizio rimangono dovuti.

La norma parla chiaro e afferma che: «I contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore e non possono imporre un obbligo di preavviso superiore a trenta giorni. Le clausole difformi sono nulle».

Le nuove formule delle compagnie: spese di recesso anticipato

In realtà, come dice un vecchio proverbio, «fatta la legge, trovato l’inganno»: le compagnie telefoniche hanno aggirato l’ostacolo chiamando con altri nomi la vecchia penale ormai fuorilegge. Adesso, molti operatori propongono una durata minima del contratto, ad esempio di 24 mesi, offrendo sconti, promozioni e vantaggi vari, a condizione che l’utente si vincoli, volontariamente, a questa durata minima prestabilita.

Così il recesso del cliente prima del termine prefissato comporta l’applicazione di una voce, solitamente chiamata «spese di recesso», che viene addebitata nell’ultima fattura. Insomma, la compagnia, in un modo o nell’altro, ne pretende il pagamento. Questo è un modo indiretto per sanzionare il cliente «infedele», che interrompe il contratto prima del previsto, magari per passare ad un altro operatore. Anche la richiesta di rimborso delle promozioni e degli sconti che il cliente aveva ottenuto all’inizio del contratto agisce come deterrente.

Queste pratiche commerciali sono state ritenute legittime dalla giurisprudenza [2] e dall’Agcom, l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato [3], sempre a condizione che l’operatore abbia effettivamente sostenuto dei costi per la dismissione del servizio e sia in grado di giustificarne l’entità e la tipologia all’utente al quale li addebita nella fattura finale. Inoltre, il cliente deve aver accettato e specificamente approvato la clausola che prevede tali costi di recesso anticipato: di solito, ciò accade quando l’utente fornisce il proprio consenso nella registrazione telefonica compiuta al momento della conclusione del contratto. In questo caso, il dialogo con l’operatore deve esplicitare chiaramente che il cliente è stato posto a conoscenza di queste condizioni, senza equivoci.

I contratti stipulati per adesione

I contratti con gli operatori telefonici vengono stipulati «per adesione», cioè senza una specifica trattativa, bensì accettando in blocco le condizioni predisposte, e di fatto imposte, dalla parte più forte, cioè la società di gestione del traffico telefonico o telematico. Per il cliente, si tratta di prendere o lasciare. Chi decide di aderire deve accettare automaticamente, a scatola chiusa, queste condizioni contrattuali prestabilite dalla società e vigenti nel momento in cui stipula il contratto di attivazione dei servizi con l’operatore desiderato.

Tra queste condizioni vengono spesso inserite anche le spese per il recesso anticipato, che non possono prendere il nome di “penale”, in quanto così sarebbero chiaramente illegittime, e così assumono altre varie denominazioni, come le varie formule alle quali abbiamo accennato. Per questi motivi nei contratti per adesione, in caso di dubbi, deve sempre prevalere l’interpretazione più favorevole per il consumatore, e dunque contro la società che ha predisposto le clausole vessatorie, che comportano condizioni sfavorevoli per il cliente, come quelle che stiamo esaminando.

Conviene andare in causa per non pagare le spese di recesso anticipato?

La maggior parte dei consumatori, per quieto vivere, paga quanto richiesto a titolo di costi di disattivazione e di spese per il recesso anticipato, e intanto cambia operatore. Difficilmente, si instaura una lite e si va in causa per queste vicende: le controversie hanno un valore economico modesto, di poche decine di euro, e, considerate le spese legali da sostenere, il gioco non vale la candela. Qualcuno, però, si ostina e sceglie di agire per via giudiziaria. Anche scalando i vari gradi di giudizio e arrivando in Cassazione, se è necessario. Come dice un altro vecchio proverbio, chi la dura la vince.

Proprio la Corte di Cassazione, in una nuova sentenza [4], ha dichiarato illegittime le spese richieste per la disattivazione anticipata (che ammontavano a 35 euro) e ha condannato una nota compagnia telefonica al pagamento di 1.000 euro a titolo di responsabilità processuale aggravata (ai sensi dell’art. 96 Cod. proc. civ.), per aver resistito in giudizio con malafede: per usare le parole della Corte, la società che ha resistito sino in Cassazione «ha esercitato le sue prerogative processuali in modo abusivo, più precisamente scorretto». Infatti prima il giudice di pace e poi il tribunale avevano già condannato la compagnia telefonica a restituire al cliente le spese di disattivazione dell’utenza che erano state illegittimamente addebitate, ma la società telefonica si era opposta, ricorrendo in Cassazione, con una serie di argomentazioni che la Suprema Corte ha integralmente respinto.

In particolare, l’operatore aveva sostenuto che la clausola che prevedeva l’addebito di tali spese non era vessatoria (e dunque non richiedeva la specifica approvazione per iscritto), ma era riportata nelle «condizioni generali di contratto», che l’utente avrebbe dovuto conoscere, considerata «l’ampia diffusione di queste ultime su tutto il territorio nazionale e la loro agevole consultabilità tramite il sito istituzionale». In questo modo, secondo la società telefonica, tale clausola di addebito delle spese di recesso anticipato avrebbe dovuto intendersi come accettata e valida tra le parti.

Invece, stranamente, è accaduto che proprio quelle famose condizioni generali di contratto, su cui la compagnia telefonica basava la propria pretesa, non sono state esibite e prodotte in corso di causa dalla società convenuta in giudizio (toccava ad essa farlo, visto che le aveva invocate a sostegno della legittimità della sua pretesa), e così i giudici non hanno potuto tenerne conto. L’ordinanza – che puoi leggere in forma integrale nel box “sentenza” sotto questo articolo – rimarca che «la legge prescrive che i contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia devono prevedere la facoltà di recedere dal contratto o di trasferire l’utenza ad altro operatore senza vincoli temporali o ritardi ingiustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore».

Approfondimenti

Per ulteriori approfondimenti leggi:


note

[1] Art. 1 L. n. 40/2007, di conversione del D.L. n. 7/2007 (c.d. “decreto Bersani“).

[2] Cons. St., sent. n. 1442/2010.

[3] Agcom, Delib. n. 204/18/CONS.

[4] Cass. ord. n. 10039 del 29.03.2022.

Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 29 marzo 2022, n. 10039
Presidente Graziosi – Relatore Gorgoni

Rilevato che:
T. SPA ricorre per la cassazione della sentenza n. 26762019 del Tribunale di Trani, pubblicata in data 11 dicembre 2019, articolando un solo motivo, illustrato con memoria.
Resiste con controricorso D.A.
La ricorrente espone di essere stata citata, dinanzi al Giudice di Pace di Barletta, da D.A. che lamentava l’illegittimo addebito della somma di Euro 35,18 a titolo di spese di disattivazione dell’utenza telefonica, in violazione della L. n. 40 del 2007, art. 1, comma 3, e dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto.
Il Giudice di Pace, prima, con la sentenza n. 53/2016, e il Tribunale di Trani, poi, con la decisione n. 2676-2019, oggetto del presente ricorso, accoglievano la domanda di D.A. e condannavano l’odierna ricorrente a restituire la somma di Euro 35,18. Il Tribunale, in particolare, dopo aver rigettato l’eccezione di incompetenza del Giudice di Pace, sollevata dalla somministrante, fondata sul fatto che D.A. aveva chiesto anche l’accertamento della nullità/inefficacia della clausola contrattuale delle condizioni generali di contratto che prevedeva il pagamento del costo di disattivazione, era stata allegata quale difesa a supporto della domanda di restituzione e non aveva determinato uno spostamento di competenza, rigettava nel merito l’appello, stante che nessuna clausola contrattuale sottoscritta dall’appellata autorizzava T. a riscuotere detta somma.
Avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata ritualmente notificata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.
Considerato che:
1. Con il primo motivo la ricorrente deduce la “Violazione e falsa applicazione di norme di legge in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’art. 1341 c.c., agli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché delle delibere AGCOM n. 96/07/Cons del 22 febbraio 2007 e 302/07/Cons del 6 giugno 2007 – Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione all’efficacia ed opponibilità delle condizioni generali di contratto – error in iudicando”.
Oggetto di censura è la statuizione con cui il Tribunale di Trani ha rigettato l’appello, confermando la decisione del Giudice di Pace, perché tutte le difese dell’appellante presupponevano la pattuizione di una clausola che autorizzasse ad addebitare alla controparte i costi oggetto di causa, sennonché era circostanza incontestata che nessuna clausola di tal fatta risultava sottoscritta dall’appellata e, dunque, nessuna pretesa poteva essere avanzata a tale titolo da T.
L’errore della sentenza consisterebbe nell’aver preteso, ai fini della sua efficacia, la sottoscrizione della clausola delle Condizioni generali di contratto che prevedeva l’addebito delle spese di disattivazione: il che avrebbe richiesto la stipulazione per iscritto del contratto di utenza telefonica non imposta nè ai fini della validità, ma neppure ai fini della prova. La decisione sarebbe stata erronea, secondo la prospettazione di T., anche là dove il Tribunale avesse preteso l’allegazione delle condizioni generali al contratto di utenza. Di conseguenza, la sentenza impugnata avrebbe male applicato l’art. 1341 c.c. – il quale impone la conoscenza o la conoscibilità delle condizioni generali di contratto al fine di vincolare l’aderente, mentre richiede, solo al suo comma 2, che particolari clausole, quelle vessatorie, siano specificamente approvate per iscritto pretendendo l’assolvimento dell’onere di provare la conoscenza o la conoscibilità del contratto da parte dell’utente, esclusivamente con l’esibizione del contratto sottoscritto, omettendo di considerare non solo che l’aderente aveva il dovere di conoscere le condizioni generali di contratto, ma anche l’ampia diffusione di queste ultime su tutto il territorio nazionale e la loro agevole consultabilità tramite il sito istituzionale.
Nella sostanza, il Tribunale avrebbe travisato il dovere di conoscenza gravante sull’aderente, imponendo al predisponente un inesistente dovere di portare a conoscenza di D.A. le condizioni generali di contratto.
Aggiunge la ricorrente che il legislatore ha imposto l’esigenza della conoscibilità delle condizioni generali di contratto solo in settori particolari – a titolo di esempio, per i contratti relativi alle operazioni ed ai servizi bancari e finanziari e per la concessione del credito al consumo – prescrivendo che una copia del testo contrattuale venga consegnata all’aderente, tra i quali non rientrano i contratti di utenza telefonica.
Osserva poi: i) che tra le parti non vi era stata una fase di trattativa, perché il contratto in questione era un contratto per adesione; ii) che la clausola relativa al rimborso delle spese di disattivazione dell’utenza sostenute da T. non abbisognava di specifica approvazione per iscritto, non essendo vessatoria; iii) che l’attrice nell’atto di citazione aveva fatto riferimento ad una serie di prescrizioni normative che riconosceva il diritto della predisponente ai costi di disattivazione con l’unico limite della conoscibilità e trasparenza delle condizioni generali di contratto; iv) che non sono vessatorie le clausole che riproducono disposizioni di legge ovvero che riproducono disposizioni o attuano principi contenuti in convenzioni internazionali delle quali siano parti contraenti tutti gli Stati membri dell’Unione Europea o l’Unione Europea; v) che le condizioni generali di contratto e la connessa Carta dei servizi erano state adottate nel rispetto della Delibera n. 820/00/CONS dell’Autorità Garante delle comunicazioni e che erano state elaborate sulla scorta delle risultanze emerse da un prolungato ed esauriente confronto con le associazioni più rappresentative dei consumatori; vi) che la L. n. 20 del 2007, prescrive che i contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia devono prevedere la facoltà di recedere dal contratto o di trasferire l’utenza ad altro operatore senza vincoli temporali o ritardi ingiustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore; vii) che, al fine di garantire il rispetto della L. n. 20 del 2007, l’AGCOM aveva deliberato le modalità operative e specifiche in materia di costi di attivazione, cui anche T. avrebbe dovuto attenersi; viii) che con successiva delibera n. 302/07/Cons la stessa Autorità aveva disposto la modifica di quella precedente, sostituendo l’utilizzo del termine “penale”, ritenuto inadeguato ai contratti di adesione, con quella di spese per il cliente per l’esercizio della facoltà di recesso, ed aveva proceduto alla verifica dei costi applicati da tutti gli operatori, compresa T., pubblicandoli sul proprio sito istituzionale.
Il motivo è inammissibile per una pluralità di motivi.
In primo luogo, si rileva che la clausola delle condizioni generali di contratto di cui si controverte non è stata riprodotta nel contratto e ciò impedisce a questa Corte di svolgere il compito istituzionale di cui il motivo di ricorso l’ha investita, vieppiù in considerazione del fatto che alcune delle argomentazioni implicano proprio la conoscenza del contenuto di detta clausola.
Va altresì aggiunto che molte delle questioni sollevate non risultano trattate dalla sentenza impugnata, pertanto, parte ricorrente, al fine di sfuggire all’altrimenti inevitabile rilievo di novità delle censure, aveva l’onere – qui non assolto – non solo di allegare l’avvenuta deduzione delle questioni avanti al giudice del merito, ma anche di indicare in quale atto del precedente giudizio lo avesse fatto, in considerazione del fatto che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio d’appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione che implichino un accertamento di fatto, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass. 02/11/2018, n. 28060; Cass. 16/03/2021, n. 7280).
È appena il caso di aggiungere che la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., indicata nella epigrafe del motivo, non è sorretta da alcuna argomentazione, sicché essa non riveste i caratteri di una censura cassatoria; il che la rende non ammissibile perché la sua modalità di deduzione contravviene proprio alla finalità primaria della prescrizione di rito, che è quella di indicare che cosa si critica e su cosa si fonda la critica, sì da rendere agevole la comprensione della questione controversa.
Neppure è stata correttamente dedotta la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: anzitutto, e in via assorbente, per il limite di deducibilità del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in presenza di c.d. doppia conforme (art. 348-ter c.p.c., commi 4 e 5, introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. a), convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134): al fine di evitare tale conclusione, parte ricorrente avrebbe dovuto, confrontando le ragioni di fatto poste a fondamento della decisione di primo grado con quelle poste a base della sentenza di rigetto del gravame, dimostrarne la diversità; il che nel caso di specie non risulta avvenuto.
In ogni caso, quand’anche il vizio fosse stato deducibile, se ne sarebbe dovuta egualmente dichiarare l’inammissibilità: le censure, infatti, mancano di evidenziare un “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, nè soddisfano gli oneri di allegazione posti a carico di chi denunci l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, quanto alla emergenza del fatto pretermesso dalla sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche dal dato extratestuale) che abbia costituito oggetto di discussione e che abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un diverso esito della controversia) (Cass., Sez. Un., 07/04/2014, n. 8053).
2. Ne consegue l’inammissibilità del ricorso.
La memoria di T., pur corposa, non contiene, infatti, argomenti che giustifichino il raggiungimento di una conclusione diversa, perché ripropone, senza approfondimenti conducenti, gli stessi ragionamenti del ricorso, perseverando nel tentativo di spostare il focus delle questioni rispetto a quelle su cui si è incentrato l’iter logico-argomentativo della sentenza impugnata.
3. Questa Corte ritiene che nel caso di specie ricorrano i presupposti per condannare T., ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma
3, al pagamento della somma indicata in dispositivo.
Emerge, infatti, in termini oggettivi dagli atti processuali, per di più tenendo conto della fase in cui si trova il giudizio, che T. ha esercitato le sue prerogative processuali in modo abusivo, più precisamente scorretto, cioè adottato col sacrificio di un interesse alieno di valore superiore rispetto a quello soddisfatto attraverso l’esercizio, da parte sua, del diritto di impugnazione e, quindi, attuato senza alcuna considerazione per l’interesse superiore ad un efficiente svolgimento del processo che risulta leso da un aumento del volume del contenzioso, da ogni ostacolo alla ragionevole durata dei processi pendenti nonché dallo spreco di risorse (Cass. 30/09/2021, n. 26545). Precisamente T. ha esercitato in concreto il suo diritto di azione, nonostante il rispetto formale da parte sua del diritto processuale, in termini che si connotano per antigiuridicità, giacché ha prospettato assunti difensivi palesemente eccentrici e nuovi rispetto all’apparato argomentativo e motivazionale della sentenza di cui ha chiesto la cassazione, confezionando un ricorso, la cui inammissibilità non poteva che risultare manifesta sotto i plurimi profili individuati.
4. Deve darsi atto anche della ricorrenza dei presupposti processuali per porre a carico della ricorrente dell’obbligo di pagamento del doppio contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di lite, liquidandole in Euro 1.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge, cui è da aggiungere la condanna al pagamento di Euro 1.000,00 ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, da distrarre, come richiesto, a favore dei difensori della controricorrente.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da corrispondere per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.


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