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Diritto di mantenimento dello studente fuoricorso

1 Aprile 2022 | Autore:
Diritto di mantenimento dello studente fuoricorso

Ha diritto all’assegno il giovane che non riesce a dare gli esami e nemmeno si trova un lavoro, nonostante la laurea diventi sempre più improbabile?

Non si può, o non si dovrebbe, lasciare un figlio in mezzo alla strada. Se non ha le risorse per mantenersi, se non è autosufficiente, i genitori sono tenuti per legge a dargli una mano. L’età non conta: anche quando superano i 18 anni, se non hanno un reddito perché sono iscritti all’università o hanno un lavoro che non consente di avere autonomia dal punto di vista economico, hanno diritto a ricevere un aiuto dalla famiglia. Lo stesso discorso vale in caso di separazione o di divorzio: il genitore più agiato deve corrispondere all’ex un contributo a beneficio della prole. Tutto, però, ha i suoi limiti: il figlio riceve l’assegno se dimostra di darsi da fare per trovare un lavoro o per portare a termine con successo l’università. In caso contrario, esiste il diritto di mantenimento dello studente fuoricorso? Se il ragazzo non dà gli esami per pigrizia o perché, tutto sommato, «chi glielo fa fare», visto che è mantenuto dai genitori, può continuare ad avere il beneficio?

La giurisprudenza si è pronunciata più volte sull’argomento e anche recentemente qualche tribunale è tornato sulla questione del mantenimento ai figli maggiorenni che non prendono i libri troppo sul serio. Vediamo.

Lo studente maggiorenne va mantenuto?

La legge, che si tratti della Costituzione [1] o del Codice civile [2], impone al padre e alla madre l’obbligo di mantenere, educare e istruire i figli in base alle proprie sostanze ed alle capacità di lavoro professionale o casalingo. Quello che la normativa non dice è fino a quando, nel senso che né la Costituzione né il Codice civile pongono un limite al mantenimento dei figli. Pertanto, il dovere in capo ai genitori va oltre la maggiore età dei loro ragazzi e viene meno nel momento in cui questi raggiungono l’indipendenza economica.

In altre parole: quando il figlio trova un lavoro e guadagna uno stipendio che gli consente di mantenersi autonomamente, perde il diritto al mantenimento dai genitori.

L’indipendenza può essere compromessa o rimandata principalmente da due fattori: uno, il mercato del lavoro che non gira e che rende complicato trovare un’occupazione, l’altro gli studi universitari, magari da completare con master o dottorati. In entrambi i casi, comunque, prima o poi bisognerà decidersi a fare qualcosa.

Ed è qui che la giurisprudenza fissa il limite che la legge non pone, stabilendo che un figlio che, a 35 anni, non trova lavoro o nemmeno lo cerca, non ha più il diritto al mantenimento. Quello che i tribunali suggeriscono è che, a quel punto, subentra la pigrizia e non le difficoltà di mercato. Anche perché non c’è scritto da nessuna parte che un figlio, per non essere mantenuto, debba trovare proprio il lavoro della sua vita: intanto che questo arriva, può benissimo accontentarsi di accettare di fare un altro mestiere che gli garantisca la giusta indipendenza.

Lo studente fuoricorso ha diritto al mantenimento?

Come detto, finché un figlio dimostra di darsi da fare nella ricerca di un lavoro o nel suo percorso universitario o specialistico, ha diritto al mantenimento da parte dei genitori. Ma che succede quando lo studente è fuoricorso perché non dà gli esami o perché non si impegna abbastanza nel superarli?

La Corte d’appello di Bari [3], in una recente sentenza, ha ribadito che in questi casi l’assegno va praticamente dimezzato, poiché il figlio non può pesare troppo a lungo sulle spalle dei genitori. In sostanza, i giudici pugliesi sostengono che se il ragazzo non riesce a dare o a superare gli esami, ad un certo punto deve cercarsi un’occupazione e fare una scelta: o completare gli studi mentre lavora o rinunciare ad una laurea che, ormai, appare improbabile. In entrambi i casi, lo scopo deve essere quello di rendersi economicamente indipendente dal padre e dalla madre.

Tecnicamente, la Corte barese parla di violazione del principio di autoresponsabilità, mettendola in questi termini: mantenere un figlio maggiorenne serve a permettergli di compiere un percorso formativo che gli consenta di avere in mano un domani uno strumento utile ad inserirsi nel mondo del lavoro. Ora, si parla di «un domani» che non può diventare un «dopodomani»: il mantenimento non può durare troppo a lungo, pertanto chi non ama molto studiare e non riesce a concludere in tempi utili quel percorso formativo deve trovarsi un lavoro.

Già in passato la Cassazione [4] aveva parlato di «assistenzialismo controproducente» nel definire una situazione in cui il figlio non rende all’università e non lavora per inerzia, rifiuto o per ingiustificato abbandono del posto che aveva trovato per mantenersi.


note

[1] Art. 30 Cost.

[2] Art. 147 cod. civ.

[3] Corte appello Bari sent. n. 2173/2021.

[4] Cass. ord. n. 17183/2020.


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