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Danni per lavoro usurante: prova e risarcimento

1 Aprile 2022
Danni per lavoro usurante: prova e risarcimento

Danno alla salute per il lavoratore dipendente: la responsabilità del datore di lavoro non è automatica. 

Come fare a dimostrare la responsabilità del datore di lavoro, e quindi raggiungere la prova per il risarcimento in caso di danni per lavoro usurante? Di questo delicato aspetto si occupa una recente ordinanza della Cassazione [1] che avverte: è vero che il datore di lavoro deve salvaguardare la salute psicofisica dei propri dipendenti, ma è anche vero che questi non può rispondere per qualsiasi infortunio o malattia che si verifica in azienda. È innanzitutto necessario dimostrare che vi sia stato un effettivo e concreto danno e, in secondo luogo, che tale danno sia dipeso dall’ambiente lavorativo e non da altre cause esterne. 

Come dunque in tutti i processi, anche in quello del lavoro l’onere della prova è a carico di chi inizia la causa, nel nostro caso il lavoratore. 

Per comprendere come funzionano la prova e il risarcimento per i danni da lavoro usurante è bene fare un passo indietro e comprendere le ragioni a fondamento di tale decisione della Cassazione. 

La tutela della salute dei lavoratori 

A norma dell’articolo 2087 del Codice civile, l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Questa norma – ricorda la Cassazione – non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva in capo al datore di lavoro, ossia una responsabilità “automatica” che scatterebbe a fronte di qualsiasi infortunio o malattia, indipendentemente da qualsiasi colpa a questi ascrivibile. Al contrario, la responsabilità del datore di lavoro per i danni alla salute al dipendente deve essere: 

  • innanzitutto collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento; 
  • e, in secondo luogo, va provata.  

Onere della prova per i danni derivanti dal lavoro

Ne consegue che spetta al lavoratore – il quale lamenti di avere subìto, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute – l’onere di provare:

  • l’esistenza di tale danno; 
  • la nocività dell’ambiente di lavoro; 
  • il nesso di causa ed effetto tra l’una e l’altra ossia il fatto che il danno alla salute sia stato conseguenza della nocività dell’ambiente di lavoro e non di altri fattori esterni.

Una volta che il lavoratore abbia fornito tale prova, il datore che voglia salvarsi dalla responsabilità e da una condanna al risarcimento del danno deve dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.

Il danno per le mansioni usuranti

Nel caso di specie deciso dalla Cassazione, un lavoratore si era rivolto al tribunale di Sulmona affinché accertasse la responsabilità della società ex datrice di lavoro nella causazione di danni biologici, morali, patrimoniali e non, ed esistenziali per essere stato addetto all’esecuzione di mansioni usuranti (comportanti la movimentazione dei carichi, all’esposizione a vibrazioni, a posture incongrue e ad eventi climatici) senza che fosse stata prima fornita un’idonea tutela per tali rischi e una specifica formazione atta a prevenirli. Il ricorrente lamentava infatti una rachipatia artrosica con protrusioni discali multiple a discreto impegno funzionale.

Vinta la causa in primo grado, il dipendente veniva però trascinato in appello dalla controparte. E in secondo grado la Corte, riformando la sentenza del tribunale, aveva negato ogni risarcimento. E ciò perché: 

  • il lavoratore non aveva fornito prova sufficiente, il cui onere era su di lui ricadente, della sussistenza di specifiche omissioni datoriali nella predisposizione di quelle misure di sicurezza, suggerite dalla particolarità del lavoro, dall’esperienza e dalla tecnica, necessarie ad evitare il danno; 
  • non vi era prova sufficiente della sussistenza del necessario rapporto di causa-effetto tra l’attività lavorativa espletata e la malattia denunciata.

Trattandosi di una malattia che poteva essere stata determinata da numerosi fattori, anche esterni al lavoro (come del resto tutte le patologie collegate all’apparato scheletrico e in particolare alla schiena e alle protrusioni discali), era necessaria la dimostrazione di un’alta probabilità della dipendenza della patologia dall’ambiente di lavoro. Come a dire: chi mai potrebbe essere certo che l’ernia sia dipesa proprio dal lavoro e non piuttosto dall’aver fatto dei lavori di giardinaggio in casa?

La Cassazione ha però nuovamente capovolto le sorti del giudizio dando ragione al dipendente. L’errore in secondo grado era stato quello di richiedere al dipendente la prova della mancata adozione, da parte del datore di lavoro, delle misure di sicurezza suggerite dalla particolarità del lavoro, dall’esperienza e dalla tecnica necessaria ad evitare il danno. Secondo la Suprema Corte, infatti, «il percorso argomentativo seguito dalla Corte territoriale finisce con il porre a carico del lavoratore la dimostrazione della violazione da parte del datore di lavoro di specifiche misure antinfortunistiche». 

In sintesi, il lavoratore è tenuto solo a dimostrare il nesso di causa-effetto tra le mansioni espletate e la nocività dell’ambiente di lavoro. Restando a carico del datore di lavoro la prova di avere adottato tutte le misure esigibili in concreto. 


note

[1] Cass. Sez. Lav., 3 marzo 2022, n. 7058

Corte di Cassazione Sezione Lavoro Civile Sentenza 3 marzo 2022 n. 7058

Data udienza 15 dicembre 2021

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19683-2020 proposto da:

(OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.P.A., (gia’ (OMISSIS) S.P.A.), societa’ con socio unico, soggetta all’attivita’ di direzione e coordinamento di (OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 785/2019 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 05/12/2019 R.G.N. 62/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 15/12/2021 dal Consigliere Dott. CINQUE GUGLIELMO;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MUCCI ROBERTO visto il Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8 bis, convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha depositato conclusioni scritte.

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Sulmona, con la pronuncia n. 84 del 2018, accoglieva la domanda proposta da (OMISSIS) (che aveva gia’ ottenuto il riconoscimento dell’origine professionale in ambito INAIL della malattia professionale con un danno biologico del 16%) nei confronti dell’ (OMISSIS) spa, di cui era stato dipendente dall’1.7.1975 al 30.6.2008, volta all’accertamento e alla declaratoria di responsabilita’ contrattuale e/o extracontrattuale della societa’ nella causazione dei danni biologici, morali, patrimoniali e non, ed esistenziali a lui causati dall’essere stato addetto all’esecuzione di mansioni usuranti, comportanti la movimentazione dei carichi, all’esposizione a vibrazioni, a posture incongrue e ad eventi climatici senza che parte datoriale fornisse idonea tutela per i suddetti rischi, operasse una loro corretta valutazione e impartisse la formazione specifica a prevenirli.

2. Il giudice di primo grado condannava l’ (OMISSIS) spa al pagamento, a titolo di risarcimento del danno differenziale, della somma di Euro 40.612,96 oltre accessori.

3. Sul gravame della societa’ la Corte di appello di L’Aquila, dopo avere espletato una nuova ctu, con la sentenza n. 785 del 2019, in riforma della pronuncia di primo grado rigettava, invece, la domanda del (OMISSIS).

4. A fondamento della decisione i giudici di seconde cure, in sintesi, evidenziavano che: a) il lavoratore non aveva fornito, alla luce della documentazione in atti e degli esiti della prova testimoniale, prova sufficiente, il cui onere era su di lui ricadente, della sussistenza dei specifiche omissioni datoriali nella predisposizione di quelle misure di sicurezza, suggerite dalla particolarita’ del lavoro, dall’esperienza e dalla tecnica, necessarie ad evitare il danno; b) sia che la questione fosse inquadrata in termini di responsabilita’ contrattuale ex articolo 2087 c.c., sia che si facesse riferimento alla responsabilita’ per fatto illecito ex articolo 2043 c.c., era evidente che in atti non vi era prova sufficiente della sussistenza del necessario rapporto di causalita’ tra l’attivita’ lavorativa espletata e la malattia denunciata; c) trattandosi, infatti, di una malattia ad eziologia multifattoriale (rachipatia artrosica con protrusioni discali multiple a discreto impegno funzionale) necessitava, ai fini del riconoscimento del nesso di causalita’, di una probabilita’ qualificata, assistita da adeguati riscontri di carattere epidemiologico, la cui dimostrazione nella fattispecie non era stata fornita.

5. Avverso la decisione di secondo grado proponeva ricorso per cassazione (OMISSIS) affidato a due motivi, cui ha resistito con controricorso l’ (OMISSIS) spa.

6. Il PG rassegnava conclusioni scritte chiedendo l’accoglimento del ricorso.

7. Le parti hanno depositato memorie.

CONSIDERATO

che:

1. I motivi possono essere cosi’ sintetizzati.

2. Con il primo motivo il ricorrente denunzia la violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (articolo 360 c.p.c., n. 3) in relazione agli articoli 40 e 41 c.p.c., articoli 1218, 2043, 2087, 2697, 2729 e 2909 c.c.; agli articoli 99, 101, 112, 115, 116, 191 ss., 324 e 342 c.p.c.; Decreto Legislativo n. 626 del 1994, articoli 4, 16, 47, 48, 49 e all. VI; Decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1956, n. 303, articoli 4, 24 e 33 e tabella allegata, voce 48; CCNL Elettrici del 1973, articoli 37 e 39; stessi articoli. Si sostiene che erroneamente la gravata sentenza aveva addossato al lavoratore l’onere di provare l’omissione da parte del datore di predisporre le misure di sicurezza (suggerite dalla particolarita’ del lavoro, dall’esperienza e dalla tecnica) necessarie ad evitare il danno a fronte della prova fornita dal lavoratore sulla esistenza delle patologie, sulla nocivita’ dell’ambiente di lavoro e sul loro rapporto causale, ed anche ad abundantiam, delle specifiche norme violate dal datore di lavoro.

3. Con il secondo motivo si censura la motivazione apparente della gravata pronuncia, sotto un primo profilo perche’ non era dato comprendere le ragioni e l’iter logico seguito per pervenire alla decisione assunta, creando un vero e proprio iato, non essendo stato chiarito su quali prove fosse fondato il convincimento e sulla base di quali argomentazioni si fosse pervenuto alle determinazioni adottate, distanziandosi cosi’ dalla regola di giudizio iuxta alligata et probata; sotto un secondo profilo, si obietta l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, essendo stata omessa la valutazione dei rischi connessi alla filiera lavorativa in esame, la cui esatta identificazione risultava necessaria per valutare l’adeguatezza delle misure di prevenzione e sicurezza (adottate e non).

4. Per motivi di pregiudizialita’ logico-giuridica deve essere esaminato preliminarmente il secondo motivo.

5. Esso e’ infondato nella parte in cui denunzia apparenza di motivazione; inammissibile nel resto delle censure.

6. E’ noto che la motivazione apparente – che la giurisprudenza parifica, quanto alle conseguenze giuridiche, alla motivazione in tutto o in parte mancante – sussiste allorquando pur non mancando un testo della motivazione in senso materiale, lo stesso non contenga una effettiva esposizione delle ragioni alla base della decisione, nel senso che le argomentazioni sviluppate non consentono di ricostruire il percorso logico giuridico alla base del decisum e di percepire, quindi, il fondamento della decisione perche’ recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento (Cass. Sez. Un. 22232 del 2016), oppure perche’ il giudice omette di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero li indica senza un’approfondita loro disamina logica e giuridica (Cass. n. 9105 del 2017) oppure, ancora, quanto rechi argomentazioni svolte in modo talmente contraddittorio da non consentire la individuazione delle ragioni giustificative del decisum (Cass. n. 20112 del 2009).

7. Tali caratteristiche non si rinvengono in relazione alle argomentazioni che sorreggono la sentenza impugnata: argomentazioni che, viceversa, rendono del tutto percepibili le ragioni alla base della decisione, rappresentate, in definitiva, dal fatto che “alla luce della documentazione in atti e degli esiti della prova orale” il lavoratore non aveva fornito sufficiente prova, della quale era onerato, della sussistenza di specifiche omissioni datoriali nella predisposizione di quelle misure di sicurezza, suggerite dalla particolarita’ del lavoro, dall’esperienza e dalla tecnica necessarie ad evitare il danno oggetto della pretesa risarcitoria azionata; l’avere disatteso gli esiti della consulenza tecnica di ufficio rinnovata in secondo grado si rivela del tutto coerente con tale assunto.

8. Le ulteriori deduzioni che, in via gradata, prospettano violazione di norme di diritto sono inammissibili in quanto non articolate, come prescritto, mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimita’ (Cass. n. 287 del 2016; Cass. n. 635 del 2015; Cass. n. 25419 del 2014; Cass. n. 16038 del 2013; Cass. n. 3010 del 2012). Esse, in realta’, tendono ad una rivalutazione delle risultanze istruttorie non consentita in sede di legittimita’.

9. Il primo motivo di ricorso e’, invece, fondato.

10. La Corte di appello ha accertato che il ricorrente aveva lavorato alle dipendenze di (OMISSIS) s.p.a. nel periodo dall’1.12.1975 al 31.10.2003 svolgendo mansioni di elettricista di Nucleo di Distribuzione ed operatore di mezzi speciali (escavatorista, gruista, trattorista, etc.).

11. Richiamati i principi in tema di ripartizione degli oneri di allegazione e prova in relazione alla prospettata responsabilita’ datoriale – sia extracontrattuale che contrattuale – ha ritenuto che fosse onere del lavoratore dimostrare la sussistenza di specifiche omissioni datoriali nella predisposizione delle misure di sicurezza suggerite dalla particolarita’ del lavoro, dall’esperienza e dalla tecnica necessaria ad evitare il danno. Solo ove tale prova fosse stata offerta sorgeva per il datore di lavoro l’onere di dimostrare di avere adottato le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del pregiudizio subito; tale onere non era stato in concreto assolto.

12. Il richiamato passaggio argomentativo in punto dei criteri di ripartizione della prova e’ frutto di un errore di diritto del giudice di appello in quanto prescinde dai principi, pur correttamente evocati in sentenza, in tema di distribuzione dell’onere della prova, finendo con il porre a carico del lavoratore la dimostrazione della violazione da parte del datore di lavoro di specifiche misure antinfortunistiche – anche innominate- laddove il lavoratore era tenuto solo a dimostrare il nesso di causalita’ tra le mansioni espletate e la nocivita’ dell’ambiente di lavoro restando a carico del datore di lavoro la prova di avere adottato tutte le misure (anche quelle cd. innominate) esigibili in concreto.

13. Secondo la condivisibile e consolidata giurisprudenza di questa Corte infatti l’articolo 2087 c.c. non configura un’ipotesi di responsabilita’ oggettiva, in quanto la responsabilita’ del datore di lavoro – di natura contrattuale – va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento; ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attivita’ lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare, oltre all’esistenza di tale danno, la nocivita’ dell’ambiente di lavoro, nonche’ il nesso tra l’una e l’altra, e solo se il lavoratore abbia fornito tale prova sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno (ex plurimis: Cass. n. 15112 del 2020, Cass. n. 26495 del 2018, Cass. n. 12808 del 2018, Cass. n. 14865/2017, Cass. n. 2038 del 2013, Cass. 12467 del 2003).

14. Dalle considerazioni che precedono consegue, in accoglimento del secondo motivo di ricorso, la cassazione in parte qua della sentenza impugnata con rinvio al giudice di seconde cure per il riesame del materiale istruttorio e degli esiti della prova, orale e documentale, alla luce del criterio di ripartizione degli oneri probatori sopra richiamato.

15. Al giudice del rinvio e’ demandato, altresi’, il regolamento delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo, rigettato il primo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte di appello di L’Aquila in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio di legittimita’.


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