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Il datore di lavoro può sciogliersi dal patto di non concorrenza?

3 Aprile 2022
Il datore di lavoro può sciogliersi dal patto di non concorrenza?

Risoluzione unilaterale del patto di non concorrenza: il capo può recedere dall’accordo?

Il datore di lavoro può decidere, da solo, di far cessare il patto di non concorrenza già sottoscritto e remunerato al proprio dipendente? La questione è stata oggetto di numerosi contrasti dinanzi alle aule giudiziarie, contrasti che hanno generato un costante, ed orami consolidato, orientamento giurisprudenziale. 

Proprio di recente, alla Cassazione, è stato di nuovo chiesto se il datore di lavoro può sciogliersi dal patto di non concorrenza. La Corte, ribadendo quanto aveva già chiarito in passato, ha formulato la seguente risposta.  

Secondo i giudici, la previsione di una risoluzione del patto di non concorrenza rimessa all’arbitrio del datore di lavoro, e quindi operata senza il consenso del dipendente, non è ammessa dalla nostra legge. Pertanto è nulla la clausola, contenuta appunto nel patto di non concorrenza, che attribuisce all’azienda il potere di sciogliere unilateralmente l’accordo in questione. E ciò perché si tratterebbe di una previsione contraria alle norme imperative del nostro ordinamento.

La ragione è presto spiegata. 

Patto di non concorrenza: come deve essere

Il patto di non concorrenza, per come disciplinato dall’articolo 2125 del codice civile, per essere valido deve rispettare determinati limiti. In particolare:

  • deve essere scritto;
  • deve essere remunerato: il corrispettivo va proporzionato al sacrificio richiesto al lavoratore;
  • deve indicare le mansioni vietate al dipendente: non può trattarsi di qualsiasi attività impedendo a questi di non lavorare affatto;
  • deve essere limitato nel tempo, non potendo durare in eterno;
  • deve essere limitato a determinati luoghi: l’azienda non può impedire al dipendente di lavorare in qualsiasi parte del mondo. 

Dal patto di non concorrenza scaturisce a carico del lavoratore l’obbligo di non trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore nel periodo successivo all’estinzione del rapporto.

Il patto può essere incluso nel contratto di lavoro ovvero può essere concluso durante il rapporto di lavoro; può, inoltre, essere stipulato anche dopo la cessazione del rapporto, sempreché sia riconducibile al rapporto stesso.

La durata del patto non può essere superiore a: 

  • cinque anni, se si tratta di dirigenti;
  • tre anni negli altri casi. 

Se è pattuita una durata maggiore, essa si riduce automaticamente nella misura qui sopra indicata.

Patto di non concorrenza: può decidere solo il datore di lavoro?

Spesso succede che, al patto di non concorrenza, venga affiancato un patto d’opzione a favore del datore di lavoro con cui si dà a questi la possibilità di recedere dal patto stesso. In tal modo, mentre il lavoratore rimane comunque vincolato, il datore di lavoro ha la facoltà di accettare o meno gli impegni assunti dal primo (cioè ha la scelta fra mantenere in vita oppure no il patto di non concorrenza).

A fronte di un risalente orientamento che riteneva lecito tale assetto di interessi [3], la giurisprudenza ha poi cambiato orientamento ritenendo nullo il patto d’opzione.

In particolare, secondo la Cassazione, non può essere attribuito al datore di lavoro il potere unilaterale di incidere sulla durata temporale del patto di non concorrenza o di far cessare il corrispettivo pattuito.

Secondo i giudici, ove in un contratto di lavoro sia presente un patto di non concorrenza per il tempo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro, la clausola che prevede la risoluzione del patto di non concorrenza rimessa all’arbitrio del datore di lavoro è nulla per contrasto con norme imperative, atteso che, a norma dell’art. 2125 c.c., il patto di non concorrenza (per il periodo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro) deve prevedere l’obbligo di un corrispettivo da parte del datore di lavoro; pertanto, se si consente a quest’ultimo la facoltà di recesso per volontà unilaterale dal patto stesso, si finisce di fatto per riconoscergli il potere di liberarsi dall’obbligo di pagamento del corrispettivo [4].


note

[1] Cass. Sez. Lav., 8 febbraio 2022, n. 4032.

[2] Cass. Sez. Lav., 01 settembre 2021, n. 23723.

[3] Cass. 24 marzo 1980, n. 1968; Cass. 25 maggio 1983, n. 3625

[4] Cass. Sez. Lav., 03 giugno 2020, n. 10536.


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