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Quant’è la percentuale di un avvocato?

3 Aprile 2022
Quant’è la percentuale di un avvocato?

Compenso legale: quanto costa un avvocato e quanto può chiedere? L’obbligo del preventivo scritto e la misura massima del compenso.

Spesso, si sente chiedere: quant’è la percentuale di un avvocato per una causa, per una pratica di risarcimento o per un recupero crediti? La verità è che, come vedremo a breve, non esiste alcuna legge che fissi una percentuale o una parcella fissa in favore degli avvocati. Il sistema di calcolo delle tariffe legali è stato infatti liberalizzato, ossia rimesso alla libera trattativa delle parti.

In ogni caso, la determinazione del compenso del professionista deve fare i conti con alcuni limiti imposti dalla legge: limiti che vietano, in determinate situazioni, accordi a percentuale.

Di tanto parleremo qui di seguito in modo da spiegare innanzitutto quando si può pagare l’avvocato a percentuale, a quanto ammonta tale percentuale e cos’è il patto di quota lite. Ma procediamo con ordine.

A quanto ammonta la parcella dell’avvocato?

Il famoso decreto Bersani, in attuazione delle leggi sulla concorrenza volute dall’Unione Europea, ha liberalizzato le tariffe forensi. Oggi, non esistono più i minimi tariffari di un tempo. Sicché, l’avvocato può liberamente spaziare nella fissazione del proprio onorario per come crede. Con un unico limite: fissare un preventivo scritto al cliente prima del conferimento del mandato, in modo che questi non abbia poi brutte sorprese.

In sintesi, il compenso dell’avvocato va concordato in anticipo dalle parti. Non esistono minimi o massimi.

In particolare, sono ammesse le seguenti pattuizioni:

  • a tempo;
  • in misura forfettaria;
  • per convenzione avente ad oggetto uno o più affari;
  • in base all’assolvimento e ai tempi di erogazione della prestazione;
  • per singole fasi o prestazioni o per l’intera attività;
  • a percentuale.

Si può pagare l’avvocato a percentuale?

L’accordo con cui si prevede il pagamento dell’avvocato a percentuale si chiama patto di quota lite. Ma non sempre tale patto è lecito. Esiste un patto di quota lite consentito dalla legge e un altro no. Vediamo quando ricorre l’una e l’altra figura.

La legge [1] consente la possibilità di pagare l’avvocato a percentuale a due condizioni:

  • il patto deve essere scritto;
  • tale percentuale deve essere calcolata in base al valore astratto della controversia, indipendentemente da quanto poi, concretamente, si riuscirà ad ottenere dall’avversario.

Tanto per fare un esempio, se una persona pretende da un’altra un risarcimento di 20mila euro, sarebbe legittimo prevedere, in sede di fissazione dell’onorario dell’avvocato, il 10% di 20mila euro; sarebbe invece illegittimo prevedere «il 10% di quanto si riesce a recuperare».

La percentuale va calcolata sull’aspettativa, sulla richiesta iniziale alla controparte e non già sul risultato concretamente conseguito. Se così fosse – almeno così si ritiene – l’avvocato sarebbe spinto a svolgere il proprio mandato con una maggiore animosità. L’interessamento dell’avvocato alle sorti della lite lo priverebbe di quella obiettività e serenità che si richiede nella esplicazione del mandato. L’avvocato invece – questa è la concezione attuale del legislatore – deve essere distaccato dagli esiti della lite, distacco che verrebbe fortemente attenuato dall’eventuale commistione di interessi quale si avrebbe se il suo compenso fosse collegato, in tutto o in parte, all’esito della lite, con il rischio così della trasformazione del rapporto professionale da rapporto di scambio a rapporto associativo.

Il tribunale di Nola ha affermato che «il patto di quota lite è valido solo se le parti hanno predeterminato, al momento della conclusione del contratto, il valore dell’affare, o quantomeno hanno individuato l’importo che ritengono di poter ottenere; non è invece valido quando le parti si sono limitate ad individuare una percentuale o una quota, rimettendo ogni altra determinazione al risultato conseguito all’esito del giudizio» [2].

Quant’è la percentuale dell’avvocato?

Una volta chiarito che il patto di quota lite, per essere lecito, non può essere né verbale né ancorato all’effettivo risultato che si riuscirà a raggiungere, vediamo a quanto ammonta la percentuale dell’avvocato.

Qui non possiamo che richiamare quanto abbiamo già detto in partenza: la legge lascia alla trattativa delle parti la libera determinazione dell’ammontare del compenso dell’avvocato. Sicché, non esiste una percentuale fissa. Cliente e professionista possono accordarsi per come credono. Nella prassi, tuttavia, questa percentuale varia dal 10% al 30% ed è tanto inferiore quanto è superiore il valore della causa.

C’è un limite massimo alla percentuale dell’avvocato?

Non esiste un limite massimo alla percentuale che spetta all’avvocato se debitamente concordata con il cliente e riportata per iscritto nel preventivo da quest’ultimo accettato. La Cassazione [3] ritiene legittimo il patto di quota lite con il professionista anche se economicamente sconveniente per il cliente. Ma non solo. Neppure invocando il codice del consumo i giudici possono sindacare lo svantaggio finanziario.

È vero, l’articolo 2233 del Codice civile stabilisce che la misura del compenso dev’essere adeguata all’importanza del decoro professionale. Ma si tratta di una norma posta a tutela della posizione del professionista e non anche del cliente, e che, lungi dal configurare un’autonoma causa di nullità dell’accordo, mira ad assicurare, nel caso in cui sia stata carente una predeterminazione consensuale del compenso, una liquidazione da parte del giudice adeguata al decoro della professione svolta, impedendo quindi che la somma riconosciuta sia del tutto irrisoria e mortificante. In buona sostanza, l’articolo 2233 cod. civ. è più un parametro per il giudice, chiamato a decidere l’eventuale contrasto tra cliente e professionista, che un limite per quest’ultimo.

C’è anche l’articolo 36 della Costituzione a norma del quale la retribuzione deve essere sufficiente e proporzionata al lavoro svolto, ma esso vale esclusivamente per il lavoro subordinato e non in materia di lavoro autonomo.

note

[1] Art. 13 co. 4 L. 247/2012.

[2] Trib. Nola, ord. n. 19.09.2019.

[3] Cass. ord. n. 36740/21.


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