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Chat erotiche e indirizzo Ip: cosa si rischia?

23 Aprile 2022
Chat erotiche e indirizzo Ip: cosa si rischia?

Mentre ero su un sito di chat-video di tipo erotico, dove per entrare si spunta una casella per dichiarare di essere maggiorenni, un utente mi ha contattato proponendo di spogliarsi. Dopo aver accettato, l’utente ha scritto il mio indirizzo Ip e si è scollegato. Cosa rischio?

Nella condotta descritta non si ravvisano illeciti; non è possibile invece escludere con sicurezza che l’utente sia incorso in una truffa.

Chiedere di vedere foto o immagini di nudo a una persona maggiorenne non è reato. Le cose cambiano se si tratta di minorenne: secondo la Corte di Cassazione (Cass. sent. n. 31192 del 9 novembre 2020), «risponde del delitto di pornografia minorile anche colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzando l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata». In sostanza, «tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore, che implica una strumentalizzazione del minore stesso, sebbene l’azione sia posta in essere solo da quest’ultimo».

Al contrario, non c’è reato se è il minore che, senza alcuna richiesta o sollecitazione, invia da sé una foto che lo ritrae nudo. In questo caso, l’adulto non commette alcun illecito penale non avendo indotto il minore a farlo neanche con una semplice richiesta.

Insomma, il reato di pornografia minorile non scatta solo se il sexting è spontaneo, dal momento della sua creazione all’invio della foto erotica.

Nel caso di specie, è da escludere la sussistenza di questo tipo di reato, sia perché il sito era riservato ai maggiorenni, sia perché l’interlocutrice, non essendosi mai palesata, non ha reso manifesta la propria età. È più che logico, quindi, che l’utente abbia immaginato di intrattenersi con una maggiorenne.

È da escludere anche che si trattasse di un “sito civetta” della polizia postale, se il portale prometteva soltanto contenuti per maggiorenni: le autorità, infatti, hanno interesse a perseguire la pedopornografia, non la pornografia in generale.

Per quanto riguarda il fatto che l’interlocutrice fosse a conoscenza dell’Ip dell’utente, questo potrebbe essere un campanello di allarme per una possibile truffa. Va tuttavia ricordato che l’indirizzo Ip può fornire informazioni sul luogo di provenienza del contatto, difficilmente su altro; inoltre, esistono modi per conoscere l’Ip di altre persone anche senza ricorrere a tecniche di hackeraggio.

In sintesi, lo scrivente ritiene che nessun reato sia stato commesso; per quanto riguarda l’indirizzo Ip, si tratta effettivamente di una situazione anomala ma che, di per sé, non dovrebbe necessariamente costituire un tentativo di truffa, per via delle scarse informazioni che da tale dato si possono desumere. Ad ogni modo, è possibile consegnare il proprio dispositivo a un abile tecnico informatico per assicurarsi che sia privo di virus.

Infine, solo per ulteriore scrupolo, qualora l’utente volesse essere sicuro di non essere sotto indagine, è possibile fare istanza alla Procura della Repubblica per sapere se il proprio nominativo è iscritto all’interno del registro degli indagati. Si tratta della nota istanza ex art. 335 c.p.p., che può essere fatta personalmente, recandosi in Procura, o affidandosi a un avvocato. È consigliabile comunque attendere un po’ di tempo da quando il fatto è avvenuto.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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