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Articolo 137 Costituzione: spiegazione e commento

5 Aprile 2022
Articolo 137 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 137 sulla tutela dei giudici che compongono la Corte costituzionale e sulla possibilità o meno di contestare le loro sentenze.

Una legge costituzionale stabilisce le condizioni, le forme, i termini di proponibilità dei giudizi di legittimità costituzionale, e le garanzie d’indipendenza dei giudici della Corte.

Con legge ordinaria sono stabilite le altre norme necessarie per la costituzione e il funzionamento della Corte.

Contro le decisioni della Corte costituzionale non è ammessa alcuna impugnazione.

Il potere di una legge costituzionale

Avvicinandosi alle sue battute finali, e per non lasciare alcun nodo sciolto, la Costituzione insiste nell’articolo 137 sulla tutela dei giudizi di legittimità costituzionale. In altre parole, detta le regole per aprire un procedimento davanti alla Corte costituzionale sulla correttezza di un provvedimento nella sua forma e nella sua sostanza. A tale scopo, sono previste due riserve di legge.

La prima ha come oggetto la legge costituzionale. Si tratta di una norma che contiene delle disposizioni da aggiungere a quelle già previste dalla Costituzione o che le abrogano o modificano (di quest’ultimo aspetto si occupano gli ultimi due articoli del testo costituzionale, il 138 e il 139).

La caratteristica principale della legge costituzionale è che ha lo stesso valore giuridico di una qualsiasi norma della Costituzione. Questo significa che, in caso di conflitto tra entrambe, prevale quella più recente. Insomma, e per fare un esempio estremamente semplice, se la Costituzione dice che una cosa deve essere bianca e una legge costituzionale approvata successivamente e ritenuta legittima dice che è nera, prevale il principio secondo cui quella cosa è nera e la norma precedente viene abrogata.

Solo una legge costituzionale, secondo l’articolo 137, può dettare i casi e le procedure per poter chiedere alla Corte costituzionale un parere su un provvedimento approvato dal Parlamento o da un Consiglio regionale. E, infatti, tali procedure sono stabilite dalla legge costituzionale n. 1 del 1948, che recita quanto segue:

  • la questione di legittimità costituzionale di una legge o di un atto avente forza di legge della Repubblica, rilevata d’ufficio o sollevata da una delle parti nel corso di un giudizio e non ritenuta dal giudice manifestamente infondata, è rimessa alla Corte costituzionale per la sua decisione;
  • se una Regione ritiene che una legge o un atto avente forza di legge della Repubblica invade la sfera di competenza assegnata alla Regione stessa dalla Costituzione, può, con deliberazione della Giunta regionale, promuovere l’azione di legittimità costituzionale davanti alla Corte entro 30 giorni dalla pubblicazione del provvedimento;
  • una legge di una Regione può essere impugnata per illegittimità costituzionale dallo Stato o da un’altra Regione se si ritiene che tale legge leda la propria competenza. L’azione è proposta su deliberazione entro 60 giorni dalla pubblicazione della legge.

Questi sono i casi e i tempi in cui è possibile chiedere l’intervento della Consulta secondo la legge costituzionale che, come sancito dall’articolo 137 della Costituzione, è l’unico strumento in grado di poter dettare queste regole. La norma in commento, poi, delega ad una legge ordinaria il funzionamento e la composizione della Corte costituzionale nel rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia della Consulta.

La Corte costituzionale ha l’ultima parola

Si può contestare la decisione di un organo giudiziario? L’articolo 111 della Costituzione consente la possibilità di rivolgersi alla Cassazione per presentare ricorso contro una sentenza di una Corte d’appello, del Consiglio di Stato o della Corte dei conti. Ma una pronuncia della Corte costituzionale? È possibile portarla al «Palazzaccio» affinché venga rivista?

La Costituzione protegge l’organo dal quale vuole essere protetta. E, a tutela dei giudici della Consulta, ritiene che non si possa impugnare una sentenza della Corte costituzionale. È l’unica deroga che viene concessa in proposito, cioè l’unica decisione che non è possibile contestare (oltre alla sentenza della Cassazione stessa, ovviamente).



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