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Articolo 138 Costituzione: spiegazione e commento

6 Aprile 2022
Articolo 138 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 138 sulla possibilità di modificare il testo costituzionale e sulla procedura: il voto in Parlamento e l’eventuale referendum.

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

Si può cambiare la Costituzione?

Se la Costituzione è un testo che già garantisce i diritti e le libertà dei cittadini, è possibile modificarla? Se contiene i valori fondamentali della nostra Repubblica, se difende la vita, il lavoro, la prosperità, l’uguaglianza, se ripudia la guerra e vuole che gli italiani vivano in pace, se condanna i soprusi e gli abusi di potere, perché cambiare la Costituzione, ammesso che lo si possa fare?

Il testo costituzionale è stato scritto diversi decenni fa, eppure il suo spirito è ancora attuale. Se si dovesse riscrivere la Costituzione pensando al bene del Paese, probabilmente ci sarebbero gli stessi articoli e gli stessi princìpi. Tuttavia, i padri costituenti erano consapevoli già a metà degli anni ’40 del secolo scorso che i tempi sarebbero cambiati e, per questo, hanno dotato il testo della necessaria elasticità affinché potesse essere cambiato al momento opportuno. Modificato, senza bisogno di riscriverlo per intero. Non da chiunque, però. Non in qualsiasi modo. Anche questo era da prevedere. E, infatti, così è stato previsto.

La Costituzione si può cambiare, come stabilisce l’articolo 138, il penultimo articolo ma anche il primo dei due che parlano della possibile revisione del testo. Le condizioni per farlo, però, sono rigide e perseguono un doppio obiettivo. Uno di sostanza, cioè l’impossibilità di cambiare alcuni princìpi costituzionali, tra cui la forma repubblicana del nostro Paese ed i valori alla base della legge fondamentale dello Stato (la libertà, l’uguaglianza, la democrazia, ecc.). L’altro obiettivo è formale: per modificare il testo ci vuole un particolare intervento da parte delle Camere ed il coinvolgimento del popolo sovrano.

In qualche modo, la Costituzione sembra voler lasciare questo messaggio finale: «La maggior parte di me è stata pensata per tutelare la vostra libertà e i vostri diritti. In una piccola parte, chiedo alla Corte costituzionale di prendersi cura di me. E, siccome so che non potrò essere sempre perfetta e che il tempo potrebbe ingiallire qualche mia pagina, vi lascio la possibilità di farmi qualche ritocco. Però, vi dico io come fare. Voi fidatevi di me: come sempre, tutto sarà nel vostro interesse e nell’interesse della Repubblica».

Come si può cambiare la Costituzione?

L’iter per modificare la Costituzione è volutamente molto articolato, al fine che venga avviato solo se davvero si sente la necessità di apportare dei cambiamenti al testo. L’articolo 138 prevede il modo in cui si può intervenire sia sulle leggi di revisione sia sulle altre norme costituzionali. Le prime sono le uniche grazie alle quali il Parlamento può operare un restyling alla Costituzione, eliminare alcuni contenuti o declassarli ad un livello inferiore a quello costituzionale. Le altre leggi costituzionali possono essere:

  • quelle espressamente definite in questo modo dalla stessa Costituzione (ad esempio, la tutela delle minoranze linguistiche, la fusione o creazione delle Regioni, ecc.);
  • quelle che si limitano a derogare una norma costituzionale senza modificarla in via definitiva (ad esempio, la legge n. 1 dell’agosto 1993 sulle funzioni della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali e sulla disciplina del procedimento di revisione costituzionale);
  • quelle che il Parlamento approva con provvedimento aggravato, come le norme che fanno diventare costituzionale una particolare materia che non lo era.

Ciascuna Camera deve adottare le modifiche con due deliberazioni che si succedono in un arco temporale non inferiore a tre mesi. Così facendo, si vuole incentivare un dibattito più approfondito in modo da sottolineare l’importanza della norma che si sta per approvare o per respingere. In pratica, il meccanismo prevede che, ad esempio, la Camera dei deputati approvi la nuova legge di revisione e che questa passi al Senato. Ottenuto qui il via libera, il testo torna alla Camera per essere ratificato e, infine, al Senato per l’approvazione definitiva.

Questa procedura, che rispetta la doppia delibera richiesta dalla Costituzione, consente a ciascuna Camera di sentire il parere dell’altra prima dell’ultimo passaggio.

In teoria, ottenuto il doppio parere positivo di ogni ramo del Parlamento, il passaggio della Costituzione interessato sarebbe già modificato. Ma la legge fondamentale dello Stato, consapevole della sovranità del popolo, non vuole privare ai cittadini di dire la loro. Se la legge di revisione non viene approvata dai due terzi delle Camere, entro tre mesi dalla sua pubblicazione, 500mila elettori possono chiedere un referendum costituzionale per confermarla. La consultazione viene convocata anche se richiesta da un quinto dei membri di una Camera o da cinque Consigli regionali. Solo una volta approvata alle urne, la legge può essere promulgata dal presidente della Repubblica.

C’è un’eccezione, però: la legge costituzionale non può essere sottoposta a referendum quando ha come oggetto una modifica allo statuto delle Regioni speciali, anche nel caso in cui il provvedimento non ottenga i due terzi dei consensi in Parlamento.



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