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Articolo 139 Costituzione: spiegazione e commento

6 Aprile 2022
Articolo 139 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 139 che sancisce l’impossibilità di modificare l’assetto istituzionale del Paese, cioè la forma repubblicana.

La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

L’Italia, una Repubblica a vita

La Costituzione finisce nello stesso modo in cui inizia: sancisce che l’Italia «è una Repubblica». L’articolo 139, però (l’ultimo della Carta costituzionale), precisa un aspetto estremamente importante: l’Italia è una Repubblica e tale dovrà rimanere per sempre. Non sono ammessi cambiamenti da questo punto di vista. Tant’è che, secondo la norma in commento, questa forma non può essere soggetta una delle revisioni previste dall’articolo 138. Nessuno può alterare il risultato di quel referendum del 2 giugno 1946 in cui gli italiani scelsero di porre fine all’era monarchica per inaugurare la fase repubblicana. Né il Parlamento né i cittadini. L’Italia è una Repubblica e lo sarà a vita. Così dice la Costituzione.

La scelta dei padri costituenti non piacque già nell’immediato dopoguerra, così come tuttora non convince tutti. Non mancano, infatti, gli italiani che vorrebbero tornare ad avere un monarca come capo di Stato e che ritengono antidemocratico blindare la Repubblica come forma di governo. Il loro ragionamento è semplice: così come il popolo sovrano votò in un certo modo nel ’46, allo stesso modo potrebbe cambiare idea. Un’ipotesi che non convinse chi scrisse e firmò la Carta costituzionale, a tal punto che vige la regola secondo cui la forma repubblicana è intoccabile.

Una forma che vede nel Presidente la carica pubblica rappresentativa dello Stato, elettiva e temporanea. Significa che non si tratta di una carica ereditaria e vitalizia, come succede nel regime monarchico, ma viene rinnovata alla scadenza (sette anni nel nostro Paese) dai diretti rappresentanti dei cittadini in Parlamento, così come disposto dall’articolo 85 della Costituzione.

La rigidità espressa dall’articolo 139 sull’impossibilità di cambiare la forma repubblicana è stata confermata nel tempo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 1146 del 1988. La Consulta, con questa pronuncia, ha ribadito che la legge fondamentale dello Stato contiene alcuni princìpi non modificabili: la libertà, l’uguaglianza, la democrazia, l’indivisibilità della Repubblica e tutti quelli compresi nei primi 12 articoli della Costituzione, oltre al resto delle libertà inviolabili. E, appunto, anche la forma di governo.

Attuare quest’ultima riforma richiederebbe riscrivere buona parte del testo costituzionale. Il che, a sua volta, renderebbe necessaria l’istituzione di una nuova Assemblea costituente, come quella che nel 1948 firmò la Carta che oggi conosciamo. Questo, stando a quanto recita l’articolo 139, non è possibile. Un conto è introdurre delle modifiche o abrogare qualche passaggio diventato obsoleto nel tempo. Ben diverso è ribaltare una forma di governo voluta dalla maggioranza dei cittadini e sulla quale poggia tutto il nostro sistema democratico.

In estrema sintesi: l’articolo 139 della Costituzione attribuisce allo Stato italiano una forma istituzionale repubblicana perenne, indivisibile e irrevocabile. Così è e così resta. Con qualche aggiustamento che, però, non deve mutare lo spirito repubblicano, opposto a quello monarchico o a qualsiasi altra opzione di governo.



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