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Sequestro smartphone: quando è possibile?

5 Aprile 2022 | Autore:
Sequestro smartphone: quando è possibile?

Nelle indagini penali, il pubblico ministero e la polizia giudiziaria possono sequestrare il dispositivo per esaminarlo e cercare le prove del reato, ma vi sono dei limiti da rispettare.

I moderni smartphone non servono soltanto per telefonare: scattano foto, registrano conversazioni, girano filmati, si connettono ad Internet e hanno tante altre funzioni che li rendono insostituibili. Oggi, non c’è più bisogno di portarsi dietro computer, telecamere e registratori, a meno che non si abbiano esigenze particolari, come i fotoreporter professionisti. Con lo smartphone si ha tutto in tasca. Va da sé che tutte queste potenti funzioni agevolano anche la commissione di reati: c’è chi filma rapporti sessuali e li diffonde all’insaputa del partner, chi registra conversazioni di nascosto lasciando l’apparecchio acceso in automobili o stanze dove sa che si svolgerà un colloquio “interessante”, chi memorizza sul dispositivo contenuti illeciti, come il materiale pedopornografico, e chi si connette al web e alle reti wireless per compiere attività terroristiche o di spionaggio informatico.

In tutti questi casi, quando viene avviata un’indagine penale, di norma, l’Autorità giudiziaria dispone, a fini di prova, il sequestro del corpo del reato e delle cose ad esso pertinenti, cioè che hanno “a che fare” con il reato oggetto dell’inchiesta o che hanno agevolato la sua commissione. Ma precisamente quando è possibile il sequestro dello smartphone?

I motivi che rendono astrattamente possibile il sequestro sono i più disparati: ad esempio, acquisire il contenuto di una chat che contiene messaggi di stalking, o di estorsione, o un video che riprende i protagonisti di una rapina subito dopo la sua commissione, mentre sono in fuga o si stanno spartendo il bottino. In ogni caso, va ricordato che lo smartphone non interessa ai fini delle indagini come oggetto in sé (a meno che non sia stato esso stesso rubato, e dunque da restituire al proprietario) ma viene sequestrato per esaminare il suo contenuto, in modo da trovare gli elementi utili per ricostruire una vicenda penalmente rilevante.

Tutto questo impatta molto sulla possibilità del sequestro dello smartphone, anche perché, come ha chiarito una recente sentenza della Corte di Cassazione [1], bisogna sempre rispettare i principi di proporzionalità e adeguatezza della misura adottata dal magistrato, che sottrae – spesso per lungo tempo – l’apparecchio alla disponibilità del suo possessore. Quindi, non basta considerare soltanto le ragioni che hanno giustificato il sequestro nel momento in cui è stato disposto, ma occorre anche valutare i motivi che rendono necessario mantenere in sequestro lo smartphone quando i dati in esso contenuti sono stati estrapolati. Inoltre, va considerato che gli smartphone contengono anche dati non pertinenti al reato, e c’è dunque un’esigenza di privacy. Perciò, nel mirino degli inquirenti devono entrare solo le informazioni inerenti alla fattispecie per cui si procede, mentre ciò che non ha attinenza non deve confluire nel fascicolo processuale.

Sequestro smartphone: condizioni

Il sequestro dello smartphone, o di un qualsiasi telefono cellulare meno evoluto, non soggiace ai limiti stabiliti per le intercettazioni telefoniche, perché – come ha chiarito da tempo la Corte di Cassazione [2]  – il suo contenuto è assimilabile ai normali «documenti» anziché alla corrispondenza o alle comunicazioni, che per essere acquisite richiedono particolari garanzie.

Per il sequestro dello smartphone si applicano le regole generali stabilite dall’art. 253 del Codice di procedura penale per i sequestri probatori, con le particolarità che esamineremo. Intanto, va sottolineato che il decreto dell’autorità giudiziaria che dispone il sequestro (di regola il pubblico ministero titolare delle indagini preliminari) deve essere sempre motivato con riferimento alla qualificazione dello smartphone di «corpo del reato» o di «cosa ad esso pertinente»: deve, cioè, essere indicato nel provvedimento qual è il legame tra il dispositivo e la fattispecie penale per cui si procede. E ciò vale tanto più quanto non si tratta di un crimine informatico, ma di un reato comune.

Anche per gli smartphone vige il principio di elaborazione giurisprudenziale [3] che ritiene illegittimo il «sequestro massivo», cioè completo e indiscriminato, di sistemi informatici quando sarebbe sufficiente, ai fini delle indagini, limitarsi alla sola parte di interesse contenuta negli archivi. Così, ad esempio, non si possono sequestrare tutti i computer ed i server di una società commerciale, e gli smartphone dei suoi dipendenti, quando occorre ricostruire un’unica e ben individuata operazione illecita, come una truffa o una falsa fattura.

Sequestro smartphone: la copia forense

Per poter apprendere il contenuto di uno smartphone secondo i crismi di utilizzabilità dei risultati nel processo penale a carico dell’imputato, occorre rispettare alcune regole tecniche: la più importante e imprescindibile è la cosiddetta copia forense dei dati. Questa attività consiste in un’estrazione dei contenuti dallo smartphone e nel loro riversamento su un supporto esterno; tutto ciò deve avvenire garantendo la piena fedeltà al contenuto originale, senza apportare modifiche di alcun tipo.

Ad esempio, se dallo smartphone viene estrapolato un video che documenta la commissione di un reato, la copia forense deve contenere l’esatta e completa copia di quel file, compresi i suoi attributi identificativi: nome, estensione, formato, data di realizzazione, provenienza di acquisizione (fotocamera interna, WhatsApp, rete Internet, ecc.); solo a queste condizioni il filmato così duplicato potrà considerarsi fedele all’originale e dunque potrà costituire prova dei fatti accaduti.

Per questo motivo la realizzazione delle copie forensi viene delegata dal pubblico ministero a soggetti particolarmente qualificati, come i reparti tecnici ed informatici delle forze di Polizia o consulenti esterni appositamente nominati per tale incarico. Questi organi operano con la tecnica della “bit-stream image“, cioè eseguendo la copia di ogni singolo bit di dati e la sua trasposizione dallo smartphone sequestrato, che è il dispositivo sorgente, al supporto di destinazione: quello che sarà veicolato nel processo penale e utilizzato come fonte di prova, mentre lo smartphone potrà a quel punto essere restituito alla persona cui era stato sequestrato.

Restituzione dello smartphone sequestrato: quando?

Al termine delle indagini, e dopo l’avvenuta estrazione della copia forense dei dati, lo smartphone sequestrato deve essere restituito al suo proprietario, a meno che non costituisca esso stesso il corpo del reato, nel qual caso dovrà essere confiscato, o comunque dovrà essere disposta dal giudice la distruzione dei contenuti illeciti presenti in esso. L’indagato, quando sono state soddisfatte le esigenze investigative, può presentare al procuratore della Repubblica o al giudice che procede, a norma dell’art. 263 Cod. proc. pen., una richiesta di dissequestro e restituzione dello smartphone sequestrato, oppure ricorrere al tribunale del riesame contro il decreto di sequestro adottato dal pubblico ministero, se mancano i presupposti fondanti e, in particolare, la motivazione del provvedimento.

Applicando tutti i principi che abbiamo descritto, l’ultima sentenza della Corte di Cassazione intervenuta sul tema [1] ha disposto la restituzione di uno smartphone sequestrato e che era stato trattenuto oltre i tempi previsti per le necessità investigative. In particolare, già al momento dell’adozione del sequestro il pubblico ministero non aveva esplicitato le ragioni che rendevano necessario disporre il sequestro dell’apparecchio (a fronte di un reato di abuso d’ufficio compiuto da una commissione d’esame in cui alcuni candidati erano stati favoriti rispetto ad altri). Il proprietario del dispositivo ha, perciò, lamentato il mancato rispetto del principio di proporzionalità che deve sussistere tra il sequestro adottato ed il reato per cui si procede, ed aveva sottolineato che lo smartphone sequestrato conteneva molte informazioni strettamente personali.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ricordando che «con riferimento al decreto di sequestro probatorio di materiale informatico, l’acquisizione indiscriminata di un’intera categorie di beni, nell’ambito della quale procedere successivamente alla selezione delle singole res [le cose] strumentali all’accertamento del reato, è consentita a condizione che il sequestro non assuma una valenza meramente esplorativa e che il pubblico ministero adotti una motivazione che espliciti le ragioni per cui è necessario disporre un sequestro esteso e onnicomprensivo, in ragione del tipo di reato per cui si procede, della condotta e del ruolo attribuiti alla persona titolare dei beni, e della difficoltà di individuare ex ante [prima, in anticipo] l’oggetto del sequestro».

La sentenza, inoltre, sottolinea che «nell’adottare il decreto di sequestro probatorio di uno strumento informatico, il pubblico ministero non solo deve motivare sull’impossibilità di conseguire il medesimo risultato ricorrendo ad altri e meno invasivi strumenti cautelari, ma deve modulare il sequestro, quando ciò sia possibile, in maniera tale da non compromettere la funzionalità del bene sottoposto al vincolo reale, anche oltre le effettive necessità dettate dalla esigenza che si intende neutralizzare; il vincolo cautelare deve, dunque, essere conformato in modo tale da non arrecare un inutile sacrificio di diritti, il cui esercizio di fatto non pregiudicherebbe la finalità probatoria-cautelare perseguita».

Approfondimenti

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note

[1] Cass. sent. n. 12507 del 04.04.2022.

[2] Cass. sent. n. 1822/2018.

[3] Cass. sent. n. 43556/2019.


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