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Disposizioni XII e XIII Costituzione: spiegazione e commento

6 Aprile 2022
Disposizioni XII e XIII Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dicono le disposizioni transitorie e finali sul divieto assoluto di riorganizzare il partito fascista e sul trattamento riservato ai membri di Casa Savoia.

XII disposizione

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

XIII disposizione

I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive.

Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.

I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli.

Non si torna indietro

La Costituzione del 1948 tira una riga tra passato, presente e futuro. Ciò che esisteva fino alla promulgazione della Carta costituzionale fa definitivamente parte del passato e lì deve restare: non si torna indietro. Fascismo e monarchia non devono fare più parte della vita degli italiani. Sul primo, parla chiaro la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione: non è permesso per alcun motivo ricostruire il partito fascista. Sulla seconda, cioè sulla monarchia, l’ultimo articolo della legge fondamentale dello Stato, il 139, stabilisce in modo inequivocabile che la forma repubblicana è perenne, indivisibile e irrevocabile, poiché – sancisce la norma- «non può essere oggetto di revisione».

Indietro non si torna, insomma: l’Italia è destinata a restare una Repubblica parlamentare basata su un sistema democratico.

XII disposizione: il divieto di ricostruire il partito fascista

Il primo comma di questa XII disposizione della Costituzione è perentorio: vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Un divieto assoluto, quindi, che probabilmente qualcuno potrebbe vedere come un’eccezione alla libertà di pensiero e di associarsi in partiti. In realtà, non è così. Non è questo, almeno, l’intento dei padri costituenti che, proprio su questi due princìpi, hanno scritto l’articolo 21 e l’articolo 49 della Costituzione.

L’assoluto divieto di rimettere in piedi un partito fascista risponde alla volontà di essere coerenti con lo spirito e con i valori democratici della Carta costituzionale. Spirito e valori che si collocano agli antipodi di ogni forma di totalitarismo, di qualsiasi regime dispotico o dittatoriale in cui, come nel Ventennio fascista, poteva esistere un solo partito, cioè quello fondato da Benito Mussolini a Roma il 7 novembre 1921 e disciolto il 27 luglio 1943 dal Governo Badoglio. In mezzo a queste due date, un regime che «asfaltò» qualsiasi libertà e qualsiasi diritto fondamentale, che portò l’Italia ad una sanguinosa Guerra mondiale, che si macchiò del sangue e della sofferenza di chi finì nei lager.

Va da sé che i costituenti, al momento di voltare definitivamente pagina e di ridisegnare un sistema istituzionale diverso per l’Italia proprio attraverso la Costituzione, fecero il possibile per tenere lontani i fantasmi del passato, per impedire non solo che il fascismo potesse riprendersi il potere ma anche che un possibile partito fascista partecipasse dal Parlamento alla vita istituzionale del Paese.

È bene, però, stabilire che cosa si intende per partito fascista. Non bisogna dimenticare che in Paesi con un passato totalitario più o meno recente (oltre all’Italia, si pensi alla Spagna che fino a metà degli anni ’70 subì la dittatura di Francisco Franco) non sono mancati i cosiddetti «nostalgici», personaggi politici che hanno appoggiato l’ideologia fascista e che, per non sparire completamente dalla scena pubblica e non perdere determinati privilegi, si sono mascherati da democrati ed arruolati in partiti formalmente democratici.

La legge n. 645 del 2° giugno 1952 ha definito la riorganizzazione del partito fascista come l’attività svolta da associazioni e movimenti, ma anche da gruppi di persone non inferiori a cinque, caratterizzata dal perseguimento di finalità antidemocratiche proprie del fascismo attraverso:

  • l’esaltazione, la minaccia o l’uso della violenza quale metodo di lotta politica;
  • l’incentivo a sopprimere le libertà costituzionali;
  • la denigrazione della democrazia, delle sue istituzioni e dei valori della Resistenza;
  • la propaganda razzista;
  • l’esaltazione di esponenti, princìpi, fatti e metodi propri del fascismo;
  • manifestazioni esteriori tipicamente fasciste.

La stessa legge, sulla base di quanto disposto dalla XII disposizione della Costituzione, punisce l’apologia del fascismo e le manifestazioni fasciste.

La disposizione finale (cioè definitiva) è accompagnata da un’altra temporanea (a scadenza) in virtù della quale i capi responsabili del partito fascista non potevano partecipare al voto o non potevano presentarsi alle elezioni per un periodo massimo di cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione. È chiaro che tale disposizione è scaduta da un bel po’ di decenni ma è altrettanto chiaro il tentativo della Carta costituzionale di evitare che, per almeno cinque anni, non ci fossero alle urne o nelle istituzioni delle interferenze di tipo fascista. Quando si dice «voler partire col piede giusto», insomma.

XIII disposizione: il trattamento a Casa Savoia

Se la XII disposizione finale ha come scopo quello di evitare un ritorno al passato fascista, la XIII disposizione della Costituzione mira a impedire che si torni indietro verso la monarchia abbandonando la forma repubblicana. Cosa, peraltro, già vietata dall’articolo 139.

Questa disposizione è stata modificata nel tempo. Il testo originale impediva ai membri e ai discendenti di Casa Savoia, cioè della famiglia che aveva regnato in Italia fino all’avvento della Repubblica, di votare e di ricoprire uffici pubblici o cariche elettive. Non solo: gli ex re, le loro consorti e i loro discendenti maschi non potevano entrare o soggiornare nel territorio italiano. L’obiettivo di questa norma appare abbastanza chiaro: impedire che, in qualsiasi modo, la famiglia Savoia potesse riprendersi il potere ed instaurare di nuovo il regime monarchico.

La disposizione si presentava come un’arma a doppio taglio. Da una parte, si cercava di tutelare l’irreversibilità del passaggio dalla monarchia alla Repubblica lasciando fuori dai confini nazionali e impedendo l’ingresso nelle istituzioni a chi poteva reclamare il potere in Italia. Dall’altra, però, la norma contiene delle eccezioni davvero singolari, poiché consentiva di punire un cittadino non per avere personalmente commesso un reato ma per un fattore ereditario. Cosa inammissibile nel nostro ordinamento.

È dovuto passare del tempo, parecchio tempo, prima che il testo venisse modificato e che la disposizione finale diventasse temporanea. La legge costituzionale che oggi consente ai Savoia di entrare e di vivere in Italia (addirittura, come nel caso di Emanuele Filiberto, anche di partecipare e di arrivare al secondo posto al Festival di Sanremo 2010 cantando Italia amore mio con Pupo e Luca Canonici) è stata approvata il 23 ottobre 2002.

La Repubblica, dunque – anche su sollecitazione del Parlamento europeo –, ha teso la mano agli eredi di Casa Savoia consentendo loro di poter ritornare in Italia nonostante l’appoggio politico offerto in passato al regime fascista. In questo modo, però, si è creato un paradosso. Perché non è stata abrogata tutta la XIII disposizione della Costituzione, bensì i primi due commi.

In pratica, ora gli eredi al trono di Casa Savoia possono entrare e soggiornare in Italia. Ma restano in vigore i commi che prevedono la confisca dei loro beni esistenti nel territorio nazionale, per la precisione quelli degli ex re, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi. Così come restano annullati i trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi. In altre parole, non possono essere venduti o ceduti in alcun modo. Il che rischia di trasformare l’intento del costituente di proteggere il futuro della Repubblica in una discriminazione.



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