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Emoticon: quando c’è risarcimento?

5 Aprile 2022 | Autore:
Emoticon: quando c’è risarcimento?

Diffamazione a mezzo Facebook e Instagram: quando scatta? Le emoji possono costituire reato? Quando si può chiedere il risarcimento dei danni?

Bisogna stare molto attenti a quello che si scrive sui propri profili social: basta una parola di troppo, una battuta inappropriata o un commento fuori luogo per scatenare un putiferio e perfino per commettere un reato. Abbiamo già analizzato in diversi articoli come sia facile incorrere nel reato di diffamazione utilizzando la propria bacheca (leggi ad esempio Diffamazione sui social: ultime sentenze): offese, insulti, post al vetriolo, foto e immagini oltraggiose, tutto concorre alla commissione di un reato. Con questo articolo ci concentreremo su uno specifico argomento: vedremo cioè quando c’è risarcimento per l’uso di emoticon.

Ebbene sì: anche le emoji, cioè le faccine e le immagini utilizzate a corredo di un post o di una frase condivisa in chat, possono ledere la dignità e la reputazione di una persona. Una sentenza del tribunale di Verona [1] ha ricordato come l’emoji che raffigura un escremento (per quanto sorridente) lede la reputazione del professionista a cui è rivolta. Insomma: anche se di per sé il commento non è ingiurioso, può diventarlo se unito a un’immagine. Vediamo allora quando c’è risarcimento per le emoticon.

Quando c’è diffamazione?

Per la legge c’è diffamazione quando si offende la reputazione di una persona assente, in presenza di almeno altre due persone [2].

Sono quindi tre gli elementi fondamentali di questo reato:

  • la lesione della reputazione altrui, quest’ultima da intendersi come considerazione che gli altri hanno della vittima;
  • l’assenza della persona offesa, nel senso che la stessa non deve essere in grado di percepire l’offesa e, quindi, di difendersi;
  • la presenza di almeno altre due persone che comprendano l’offesa alla reputazione della vittima assente.

Diffamazione a mezzo Facebook: in cosa consiste?

La diffamazione può avvenire anche a distanza, ad esempio tramite un articolo di giornale, un post su un social network oppure una chat di gruppo.

La diffamazione a mezzo Facebook può integrarsi in diversi modi:

  • pubblicando su una pagina un commento irrispettoso nei confronti di un’altra persona;
  • condividendo sulla propria bacheca un post oltraggioso, un commento offensivo oppure un’immagine irriguardosa;
  • sparlando di qualcuno all’interno di una chat di gruppo.

Affinché ci sia reato anche su Facebook devono ricorrere gli elementi fondamentali visti nel precedente paragrafo e, in particolare, che più persone siano in grado di leggere il commento offensivo, in assenza della vittima.

A tal proposito la Corte di Cassazione, con una sentenza che ha fatto non poco discutere [3], ha stabilito che non costituisce diffamazione l’offesa su Facebook se il destinatario è online.

Praticamente, se in una chat di gruppo è presente anche la persona destinataria delle offese, non si commetterà alcuna diffamazione, in quanto la vittima è capace di difendersi dagli attacchi, potendo replicare a chi gli si è scagliato contro.

Lo stesso vale nel caso di insulto rivolto a uno degli interlocutori collegato in videochiamata: la presenza virtuale dell’offeso è sufficiente ad escludere il reato.

Quando c’è ingiuria?

Se l’offesa avviene in presenza della vittima, allora non c’è reato ma solo ingiuria, la quale costituisce un mero illecito civile punibile dal giudice con la concessione del risarcimento dei danni.

Ad esempio, chi insulta una persona in presenza di altri soggetti non potrà essere denunciato per diffamazione, ma potrà essere citato in tribunale per risarcire i danni morali dell’individuo ingiuriato.

In questo caso, la condotta, pur non costituendo reato, resta comunque illegale, trattandosi come detto di illecito civile (non penale).

Emoticon: quando sono illegali?

Le emoticon, cioè le faccine e i simboli con cui è possibile “adornare” le frasi condivise in chat e sulle bacheche dei social, possono essere considerate illegali? Sì, se il loro utilizzo è fatto per insultare qualcuno.

Come ricordato nell’articolo Emoticon: è diffamazione?, anche un’emoji è in grado di offendere una persona; e ciò può avvenire sia utilizzando solamente uno di questi simbolini, sia impiegandoli all’interno di un testo scritto per dargli un particolare tenore (denigratorio).

In effetti, ci sono emoticon che, da sole, rappresentano già di per sé un insulto: è il caso della mano con il dito medio alzato.

Le emoji possono poi essere combinate tra loro per ottenere un risultato particolarmente ingiurioso: in questo caso, prese singolarmente non sono offensive, ma lo diventano se messe una dietro l’altra.

Più frequentemente, le emoticon sono impiegate all’interno di un testo in modo tale che questo possa assumere un senso denigratorio, oppure in sostituzione di alcune parole.

Ad esempio, scrivere “Brutto …” inserendo, al posto dei puntini, l’emoticon che rappresenta una persona di colore, potrebbe costituire un’offesa per la quale è possibile ricorrere al giudice.

Emoticon: quando c’è risarcimento?

Quando le emoticon sono illegali, non solo si può sporgere querela per diffamazione (al ricorrere delle circostanze sopra viste) ma è possibile anche chiedere il risarcimento dei danni.

È ciò che è avvenuto con la sentenza del tribunale di Verona citata in apertura. Il caso riguardava un consigliere comunale condannato per una “faccina” poco edificante, per la precisione quella rappresentante un escremento, pubblicata online a corredo di un post critico nei confronti di un avvocato.

Nell’ambito del giudizio intrapreso contro l’autore della condotta, il giudice ha condannato non solo alla rimozione immediata del post (comprensivo dell’emoticon offensiva), ma anche al pagamento di mille euro a titolo di risarcimento per i danni morali e alla pubblicazione sul proprio profilo Facebook, per sette giorni consecutivi, della notizia della condanna emessa dal tribunale.

I giudici hanno ritenuto «denigratorio l’emoticon riproducente un escremento» che impreziosiva lo scritto condiviso online. Su quest’ultimo punto il tribunale osserva che «dalla lettura e dalla visione complessiva del post» emerge che sì «l’emoticon non qualifica in sé e per sé la persona dell’avvocato» ma tuttavia «è apposto quale attributo qualificante posizioni assunte dal legale, attributo gratuitamente offensivo che supera il limite della continenza», poiché «la critica sull’operato del legale si sarebbe potuta esprimere, anche con toni pungenti, senza ricorrere ad immagini di dileggio, superflue rispetto al diritto di manifestare il proprio disappunto o disaccordo».

Tirando le somme, alla luce dell’emoticon incriminato, «può ritenersi leso il diritto» dell’avvocato «all’identità personale e alla reputazione», con conseguente danno morale.


note

[1] Trib. Verona, sentenza n. 107 del 24 gennaio 2022.

[2] Art. 595 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 44662 del 2 dicembre 2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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