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I 6 vantaggi legali delle donne rispetto gli uomini

5 Aprile 2022
I 6 vantaggi legali delle donne rispetto gli uomini

Parità di genere: quando la legge fa preferenza in favore del sesso femminile rispetto a quello maschile.

La legge tutela più le donne o gli uomini? A sentire i rappresentanti delle due categorie, sembrerebbe che le disparità di genere siano tutt’altro che superate, benché la Costituzione invochi l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzioni di sesso. I dati statistici ci restituiscono un Paese in cui, almeno sotto il profilo lavorativo, prevale il maschilismo, con redditi e posizioni apicali che vedono privilegiati gli uomini. Ma, nell’ambito della famiglia, questi ultimi recitano spesso la parte delle vittime. Dov’è la verità? In questa sede ci occuperemo dei 6 vantaggi legali delle donne rispetto agli uomini riservando il discorso invece – per par condicio – ad un differente articolo.

La possibilità di non riconoscere il figlio

Come noto, l’uomo che non sia legato dal matrimonio ad una donna e con cui abbia avuto un bambino, deve obbligatoriamente riconoscere il figlio come proprio. Non si può sottrarre a tale obbligo neanche con il consenso della madre. Diversamente quest’ultima, così come lo stesso figlio non appena divenuto maggiorenne, potrebbero agire nei suoi riguardi chiedendo il riconoscimento giudiziale della paternità tramite il test del Dna. Non è possibile sottrarsi neanche al prelievo di sangue senza una valida ragione: diversamente, il giudice accerterebbe in automatico la paternità.

Al contrario, la donna può restare anonima e non riconoscere il proprio bambino, abbandonandolo alla cura del reparto di ospedale ove ha partorito. Glielo consente la legge per tutelare la vita del minore visto che la madre che non vuol partorire potrebbe optare per l’aborto. Insomma, dinanzi all’alternativa della morte del feto, ben venga l’anonimato della madre.

La separazione e il divorzio

In caso di divorzio la legge, senza far alcun riferimento al sesso, stabilisce che il coniuge più debole economicamente, incapace non per propria colpa di mantenersi da solo, ha diritto a un assegno di mantenimento a carico dell’ex. Questo assegno finisce quasi sempre in favore della donna, non perché la legge tuteli quest’ultima ma perché, di fatto, le mogli hanno un reddito sempre più basso. E forse la colpa di ciò è della società.

Dall’altro lato la legge stabilisce che i figli, e con loro quindi anche la casa, finiscano al genitore che risulta più adatto a prendersi cura delle loro esigenze. Anche qui non viene fatto alcun riferimento al sesso ma, nel 90% dei casi, il genitore prescelto è sempre la donna. La Cassazione ha negato che esista una generale ragione di preferenza in favore della madre, stabilendo solo che la valutazione va fatta caso per caso, in base alle esigenze del bambino. Le statistiche però dicono l’esatto opposto. Così, quando la coppia si scioglie, è quasi sempre l’uomo a dover fare le valigie, ad abbandonare la casa e a dover salutare i propri figli.

La scelta sulla nascita del bambino

Il figlio nato da una coppia è, il più delle volte, frutto di una scelta condivisa. Tant’è vero che, se la coppia ricorre alla fecondazione assistita e i due si separano dopo l’avvenuto impianto del seme nell’utero, l’uomo non può più rifiutarsi di riconoscere come proprio il bambino. Tuttavia, alla donna – e non all’uomo – è riconosciuta l’ultima parola in merito alla nascita o alla morte del bambino stesso. In altri termini, la donna può decidere di abortire mentre l’uomo subisce tale scelta, pur essendo anch’egli genitore al pari della madre. Insomma, se l’uomo chiedesse che la gravidanza fosse portata a termine, impegnandosi a tenere presso di sé il figlio e ad occuparsene in via esclusiva, non potrebbe farlo. Dovrebbe solo sperare che la donna decida di partorire in anonimato.

La tutela contro gli atti di violenza

Sempre le statistiche rivelano l’enorme quantità di abusi che gli uomini commettono ai danni delle donne, molti dei quali si consumano all’interno delle mura domestiche senza essere denunciati. La donna che voglia difendersi può querelare il marito e, nei casi in cui questi diventi pericoloso, può ottenere un provvedimento di allontanamento. Senza contare il fatto che, qualora il comportamento dell’ex diventi ossessivo e preoccupante, la donna può agire nei suoi riguardi per stalking: sia rivolgendosi al Questore affinché ammonisca il responsabile, sia querelandolo.

I casi di violenze ai danni degli uomini, seppur minori, non sono meno gravi. Avvengono in silenzio e spesso rimangono privi di tutela. L’uomo viene qualificato come il sesso forte, capace di difendersi da solo. Le autorità sono restie a raccogliere querele da parte di chi sente minacciato da una ex. Chi non ha sperimentato quanto difficile sia convincere la polizia della potenziale pericolosità di una donna, dovrebbe vedere questo video.

Le quote rosa

Una vera parità di genere non dovrebbe tutelare né l’uno, né l’altro sesso. Eppure, come reazione all’eccessivo maschilismo quando si parla di potere, sono nate le quote rosa: norme che impongono, nelle liste relative alle elezioni amministrative e politiche, una percentuale minima da assegnare alle donne. La legge elettorale n. 165 del 3 novembre 2017 ha introdotto le quote di lista: nei collegi uninominali e nelle pozioni dei capilista nessun genere può superare il 60%. Con questa definizione si è voluto evitare di riferirsi esplicitamente alle donne anche se poi, nei fatti, succede proprio così.

Le Regioni hanno invece adottato le quote di lista progressivamente dal 2009, in seguito ad un’altra legge costituzionale del 2001, che inserisce nell’articolo 117 della Costituzione la frase: «Le leggi regionali promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive». Qui la dizione è ancora più marcatamente a favore del «sesso debole».

Il diritto di preferenza nelle assunzioni 

Per le lavoratrici che hanno usufruito del congedo di maternità nell’esecuzione di un contratto a tempo determinato presso lo stesso datore di lavoro spetta (se hanno prestato attività lavorativa per almeno 6 mesi) il diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo determinato effettuate dal datore di lavoro entro i successivi 12 mesi, con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei precedenti rapporti a termine.



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