Diritto e Fisco | Articoli

Assegno di mantenimento pagato in ritardo: come farsi assolvere

5 Aprile 2022
Assegno di mantenimento pagato in ritardo: come farsi assolvere

Reato di violazione degli obblighi familiari e applicazione del beneficio della particolare tenuità del fatto quando si versano tutti gli arretrati una volta superate le difficoltà economiche. 

Il mancato versamento dell’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge e, soprattutto, dei figli minorenni implica il rischio di un procedimento penale per il reato di «violazione degli obblighi familiari». Si può essere assolti dalle accuse solo dimostrando un’oggettiva e insuperabile difficoltà economica. Il che significa un’incapacità (soprattutto fisica) a trovare un’occupazione, visto che il padre ha il dovere di accontentarsi di qualsiasi lavoro pur di mantenere l’ex famiglia. 

Le cose non cambiano anche in caso di continui ritardi nei versamenti. Ma dalla Cassazione arrivano alcune precisazioni: eccezioni che possono evitare la condanna. La Corte spiega come farsi assolvere in caso di assegno di mantenimento pagato in ritardo. Ecco alcune importanti precisazioni sull’argomento.

Pagamento in ritardo del mantenimento: è reato?

Secondo la giurisprudenza [1], il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare è costituito anche da una riduzione arbitraria dell’assegno di mantenimento, nonché dal ritardo nel versamento da parte del soggetto obbligato (verosimilmente il padre).

Le pene previste dal Codice penale sono la multa da 103 euro a 1.032 euro e la reclusione fino ad un anno.

Nel caso dei figli, il reato sussiste anche quando l’altro genitore provveda in via sussidiaria a soddisfare le esigenze dei figli minorenni, età che implica di per sé lo stato di bisogno e obbliga ambedue i genitori a contribuire al mantenimento.

Attenzione però: la responsabilità penale scatta solamente a seguito di una condotta reiterata. In altre parole, è necessario che il soggetto obbligato al mantenimento scelga ripetutamente di violare il provvedimento del giudice, quindi di non pagare alcunché, lasciando la famiglia priva dei mezzi per vivere.

Pagamento in ritardo del mantenimento: come difendersi?

Se i ritardi da parte del marito nel pagamento dell’assegno di mantenimento diventano una routine, è possibile ottenere che la somma dovuta sia versata direttamente dal datore di lavoro dell’ex consorte, prelevandola dalla busta paga [2].

Al contrario, non può essere accolta la richiesta di ordinare all’azienda la diretta corresponsione dell’assegno di mantenimento, a favore di un coniuge, laddove, pendendo il giudizio di divorzio, l’altro coniuge dimostri che il mancato pagamento dello stesso dipenda dalle documentate precarie condizioni di salute dell’obbligato e dal ritardo nella liquidazione da parte del datore dello stipendio [3].

Pagamento in ritardo del mantenimento: quando non è reato?

Il ritardo nel versamento del mantenimento dovuto a valide ragioni (un improvviso licenziamento) o a inadempienze da parte del datore di lavoro, che abbia omesso di versare la retribuzione può portare all’assoluzione nel caso di un eventuale processo penale intentato per violazione degli obblighi di assistenza familiare. 

Qualche giorno di ritardo nel versamento del mantenimento non può costituire reato se poi risulta che le somme complessivamente dovute sono state comunque versate integralmente. Il reato infatti scatta solo allorché l’imputato faccia venir meno i mezzi di sussistenza in favore dei figli minori e dell’ex moglie [4].

Pagamento in ritardo e assoluzione per particolare tenuità del fatto

Se anche, in linea teorica, il pagamento ritardato del mantenimento costituisce reato, a meno che non sia giustificato da ragioni oggettive o non sia sporadico e minimo, esiste il modo per farsi assolvere: a spiegarlo è una recente pronuncia della Cassazione [5]. È necessario innanzitutto pagare tutti gli arretrati non appena si trova un lavoro che consenta di mettersi in regola con i debiti. E poi bisogna far leva sull’applicazione dell’articolo 131-bis del Codice penale a norma del quale non può essere punito penalmente chi commette un fatto giudicabile “tenue”, ossia privo di gravi conseguenze. 

La norma appena richiamata prevede l’assoluzione per particolare tenuità del fatto per tutti i reati puniti con la reclusione non superiore nel massimo a cinque anni e/o con la sanzione pecuniaria. 

L’adempimento, dunque, seppur avvenuto in ritardo rispetto alle scadenze di pagamento, neutralizza il danno patrimoniale provocato dal reato. 

A ben vedere, sottolineano i giudici della Cassazione, l’articolo 131-bis del Codice penale delinea una «causa di non punibilità» fondata sul presupposto dell’inutilità della pena in presenza di un’offesa minima al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice. In sintesi, affinché il comportamento sotto accusa possa ritenersi meritevole di sanzione, deve restare antigiuridico. Se, invece, abbia perso offensività, si dovrà pervenire a un esito assolutorio con formula variabile a seconda dei casi.

Ebbene, nella vicenda decisa dalla Cassazione, le violazioni agli obblighi di mantenimento non risultavano più caratterizzate da perdurante illiceità, considerata l’avvenuta riparazione delle conseguenze del reato che apriva il varco alla concessione del beneficio della non punibilità per tenuità del fatto.


note

[1] Trib. Genova, sent. n. 362/2017.

[2] Cass. sent. n. 23668/2006, n. 1095/1990.

[3] Trib. Trani, sent. 26.09.2003.

[4] C. App. Palermo sent. n. 132/2017.

[5] Cass. sent. n. 10630/2022.

Corte di Cassazione Sezione 6 Penale Sentenza 24 marzo 2022 n. 10630

Data udienza 2 marzo 2022

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Presidente

Dott. APRILE Ercole – Consigliere

Dott. AMOROSO Riccardo – Consigliere

Dott. ROSATI Martino – rel. Consigliere

Dott. DI GERONIMO Paolo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 24/11/2020 della Corte di appello di Caltanissetta;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Rosati Martino;

udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Cimmino Alessandro, che ha chiesto il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. (OMISSIS), attraverso il proprio difensore, impugna la sentenza della Corte di appello di Caltanissetta del 24 novembre 2020, che ne ha confermato la condanna per il delitto di cui all’articolo 570 c.p., comma 2, n. 2), per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla propria figlia minore (OMISSIS), non versando l’assegno di mantenimento impostogli dal giudice civile con sentenza di separazione coniugale, ne’ provvedendo altrimenti.

2.1. Violazione di legge e vizi di motivazione nel capo relativo all’affermazione di colpevolezza, sotto il duplice profilo: a) della sussistenza di uno stato di bisogno della minore, versando, anzi, ella in condizioni agiate, secondo quanto riferito dalla stessa madre querelante; b) della configurabilita’ del dolo, avendo egli dimostrato di essere disoccupato ed impossidente, di aver comunque fatto pervenire alla moglie piccoli aiuti economici e beni di prima necessita’, nonche’ avendo adempiuto regolarmente il proprio obbligo non appena ottenuta una stabile occupazione lavorativa, versando altresi’ tutti gli arretrati.

2.2. Violazione di legge e vizi di motivazione nella parte relativa al diniego della esclusione della punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, avendo la Corte d’appello omesso di tenere nella dovuta considerazione, a tal fine, la sostanziale incensuratezza del ricorrente e la sua condotta riparatoria, sintomatiche della mera occasionalita’ del suo illecito.

2.3. Violazione di legge e vizi di motivazione con riferimento alla subordinazione della sospensione condizionale della pena all’ulteriore adempimento della prestazione di attivita’ lavorativa non retribuita in favore della collettivita’.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo di ricorso non e’ fondato.

La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di principi costantemente affermati da questa Corte in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare: ovvero che l’incapacita’ economica dell’obbligato dev’essere assoluta ed integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilita’ di introiti (Sez. 6, n. 53173 del 22/05/2018, R., Rv. 274613; Sez. 6, n. 33997 del 24/06/2015, C., Rv. 264667); che incombe all’interessato l’onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi tale impossibilita’ di adempiere, non essendo idonea, a tal fine, la dimostrazione di una mera flessione degli introiti economici o la generica allegazione di difficolta’ (tra le tantissime, Sez. 6, n. 8063 del 08/02/2012, G., Rv. 252427), ne’ potendo la sua responsabilita’ essere esclusa in base alla mera documentazione formale dello stato di disoccupazione (Sez. 6, n. 7372 del 29/01/2013, S., Rv. 254515; Sez. 6, n. 5751 del 14/12/2010, dep. 2011, P., Rv. 249339); che il reato sussiste anche se l’altro genitore provveda in via sussidiaria a corrispondere ai bisogni della prole, senza che possa rilevare l’eventuale convincimento del genitore inadempiente di non essere tenuto, in tale situazione, all’assolvimento del suo primario dovere (Sez. 6, n. 34675 del 07/07/2016, R., Rv. 267702; Sez. 6, n. 53607 del 20/11/2014, S., Rv. 261871); che, infine, la minore eta’ dei discendenti rappresenta in re ipsa una condizione soggettiva dello stato di bisogno, che obbliga i genitori a contribuire al loro mantenimento, assicurando i predetti mezzi (Sez. 6, n. 53607 del 20/11/2014, cit.; Sez. 6, n. 20636 del 02/05/2007, Cerasa, Rv. 236619).

Per questa parte, dunque, l’impugnazione dev’essere respinta.

2. Merita d’essere accolto, invece, il secondo motivo di ricorso, in tema di non punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, poiche’, sul punto, la motivazione della sentenza impugnata non puo’ ritenersi adeguata.

Laddove valorizza la protrazione della condotta nel tempo ed i “derivati riflessi improntati ad una concreta gravita’”, essa e’ generica ed assertiva, poiche’ non spiega in cosa consista tale “gravita’” e non si misura, invece, sotto tale profilo, con l’indiscusso adempimento, ancorche’ tardivo, anche del debito arretrato, che ha sostanzialmente neutralizzato, quanto meno, il nocumento patrimoniale provocato dal reato.

Allorche’, poi, afferma che tale comportamento post delictum non possa essere comunque tenuto in considerazione perche’ “non elide l’antigiuridicita’ della condotta”, la Corte incorre in un vero e proprio errore di diritto.

L’articolo 131-bis c.p., delinea, infatti, una causa di non punibilita’, fondata sul presupposto della inutilita’ della pena in presenza di un’offesa minima al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice. Perche’, dunque, possa ritenersi non meritevole di pena, la condotta deve comunque necessariamente conservare la propria connotazione di antigiuridicita’, e cioe’ di conformita’ al tipo legale e di offensivita’, dovendosi altrimenti pervenire ad un esito assolutorio, a seconda dei casi, perche’ il fatto non sussiste oppure non costituisce reato o non e’ previsto dalla legge come tale. La valorizzazione della perdurante antigiuridicita’ della condotta dell’imputato, operata dalla sentenza, non e’ dunque congruente rispetto alla determinazione su di essa fondata.

3. Dev’essere assentita, infine, anche la terza doglianza.

L’affermazione contenuta in sentenza, per cui non sarebbe sindacabile in appello il riconoscimento o meno della sospensione condizionale della pena, e’ giuridicamente errata, trattandosi, sul punto, di un giudizio di fatto, che, se devoluto con l’atto d’appello, impone al giudice investito di quest’ultimo di pronunciarsi. Il precedente di legittimita’ che la Corte distrettuale cita a conforto di tale sua determinazione (Sez. 3, n. 7608 del 17/11/2009, dep. 2010, Ammendola, Rv. 246183) non e’ conferente, poiche’ si riferisce al sindacato del giudice di legittimita’, come si coglie agevolmente dalla lettura della relativa motivazione e non della sola massima da essa estratta.

4. Sui punti oggetto del secondo e del terzo motivo di ricorso, dunque, la sentenza impugnata dev’essere annullata, con rinvio al giudice di merito, affinche’ provveda al necessario supplemento di motivazione in conformita’ ai delineati principi di diritto.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al diniego di applicazione della causa di non punibilita’ di cui all’articolo 131-bis c.p., e della sospensione condizionale della pena, con rinvio per nuovo giudizio su tali punti ad ara sezione della Corte di appello di Caltanissetta.

Rigetta il ricorso nel resto.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube