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Amante rivela alla moglie il tradimento del marito: è reato?

5 Aprile 2022 | Autore:
Amante rivela alla moglie il tradimento del marito: è reato?

Infedeltà coniugale: tutte le conseguenze, civili e penali. In quali casi la rivelazione della relazione adulterina fa scattare le molestie?

Si dice che in amore tutto è lecito. Forse questo vale per i sentimenti, sicuramente non per la legge: un reato è sempre un reato, anche quando è commesso per motivi legati all’amore o alla gelosia. Insomma, l’innamoramento non è una causa di giustificazione. Tant’è vero che chi tradisce il coniuge commette un fatto rilevante non solo sotto il punto di vista civilistico ma, talvolta, anche penale. Con questo articolo vedremo se l’amante che rivela alla moglie il tradimento del marito è reato.

Sul punto, è intervenuta una recente sentenza della Corte di Cassazione che ha stabilito in quali casi rivelare la verità al coniuge tradito costituisce reato. Come vedremo, i giudici sicuramente non dicono che la relazione adulterina deve rimanere segreta, ma precisano quando tale rivelazione può essere usata come strumento per fare del male e, quindi, come condotta penalmente perseguibile. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme se l’amante che rivela alla moglie il tradimento del marito è reato.

Tradimento: è un illecito civile?

Come spiegato nell’articolo Il tradimento è un illecito da risarcire?, il coniuge fedifrago viene meno a un obbligo previsto espressamente dalla legge: quello alla fedeltà reciproca.

La violazione del dovere di fedeltà, però, non costituisce in senso stretto un illecito civile, nel senso che non dà diritto al risarcimento dei danni, a meno che non sia leso uno dei diritti fondamentali del coniuge tradito, come ad esempio l’onore e la dignità personale.

Ad esempio, il marito che ostenta l’amante in pubblico, tra amici e parenti, si macchia di una condotta che sicuramente mortifica il coniuge tradito, facendo scattare a favore di quest’ultimo il diritto a chiedere i danni.

In assenza di tradimenti particolarmente disonorevoli, la violazione dell’obbligo di fedeltà comporta soltanto l’addebito della separazione.

Tradimento: quando è reato?

Il tradimento coniugale è reato? Anche in questo caso dipende da come si tradisce. Secondo la giurisprudenza, le infedeltà ripetute e ostentate possono costituire il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi.

Ad esempio, il marito che porta in casa l’amante costringendo la moglie a sopportare il tradimento che avviene proprio sotto i suoi occhi può essere denunciato per maltrattamenti, se la vicenda si ripete ed è causa di sofferenze (anche solo morali) per il coniuge tradito.

Ma non solo: il tradimento può essere reato anche quando viene reso manifesto per dispetto o ripicca, ad esempio inviando alla moglie le foto intime dell’amante con l’uomo fedifrago. Di tanto si è occupata la Corte di Cassazione con la sentenza citata in apertura. Vediamo di cosa si tratta.

Amante rivela tradimento alla moglie: c’è reato?

Secondo la Corte di Cassazione [1], costituisce reato di molestie inviare alla moglie tradita le foto intime del marito tra le braccia dell’amante.

Il caso ha riguardato una donna che, per fare dispetto alla moglie del suo amante, le inviava più volte, tramite WhatsApp, foto dei loro incontri amorosi.

Secondo i supremi giudici, è evidente il disturbo arrecato alla donna vittima del tradimento perpetrato dal marito. Rilevante anche il fatto che i messaggi molesti si siano ripetuti con una certa frequenza.

Per la Cassazione, il reato sussiste in quanto:

  • la condotta è stata reiterata nel tempo;
  • il fine è stato quello di infastidire la vittima.

Ma non solo: i supremi giudici hanno ritenuto che non potesse essere accordata nemmeno la non punibilità per particolare tenuità del fatto, in quanto la condotta è stata ripetuta appositamente per arrecare un dolore alla persona offesa. Insomma: l’abitualità dell’azione esclude la non punibilità.

Questa sentenza si pone nel solco tracciato dalla precedente giurisprudenza di legittimità, secondo la quale anche l’invio di alcuni sms al coniuge tradito per informarlo della relazione adulterina costituisce il reato di molestie [2].

Anche un’altra sentenza [3] è giunta ad analoghe conclusioni in relazione alle rivelazioni che l’ex amante, per vendetta, comunicava alla moglie del traditore, in tre lunghe telefonate.

Infine, nei casi più gravi, può configurarsi perfino lo stalking [4], quando il coniuge tradito viene perseguitato dall’amante dell’altro, ad esempio mediante messaggi, telefonate e pedinamenti, provocando così nella vittima un perdurante stato d’ansia, timore per la propria incolumità oppure il cambiamento delle proprie abitudini di vita.


note

[1] Cass., sent. n. 12013 del 1° aprile 2022.

[2] Cass., sent. n. n. 28852/2009.

[3] Cass., sent. n. 28493/2015.

[4] Cass., sent. n. 29826/2015.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. pen., sez. VI – 3, ud. 21 gennaio 2022 (dep. 1° aprile 2022), n. 12013

Presidente Siani – Relatore Centofanti

Ritenuto in fatto

  1. Con la sentenza in epigrafe il Tribunale di Bari dichiarava D.L.M.E. colpevole della contravvenzione di cui all’art. 660 c.p., – per avere l’imputata ripetutamente molestato, con il telefono e a mezzo del servizio di messaggistica istantanea WhatsApp(r), D.C.C. , inviandole immagini riproducenti momenti di condivisione intima intrattenuti con il marito di quest’ultima, legato all’imputata da relazione extraconiugale – e la condannava alla pena di quattrocento Euro di ammenda.
  2. D.L.M.E. ricorre per cassazione, con il ministero del suo difensore di fiducia, sulla base di unico motivo con cui deduce violazione di legge e vizio di motivazione, in relazione all’omessa pronuncia in ordine all’applicabilità della causa di esclusione della punibilità di cui all’art. 131-bis c.p., espressamente invocata dinanzi al giudice di merito.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è manifestamente infondato, e quindi inammissibile, perché, per, dominante giurisprudenza di questa Suprema Corte (Sez. 7, n. 13379 del 12/01/2017, Boetti, Rv. 269406-01; Sez. 3, n. 48315 del 11/10/2016, Quaranta, Rv. 268498-01; Sez. 3, n. 30134 del 05/04/2017, Dentice, Rv. 270255-01; Sez. 3, n. 48318 del 11/10/2016, Halilovic, Rv. 268566-01; v. anche Sez. 5, n. 14845 del 28/02/2017, A., Rv. 270021-01), con cui parte impugnante omette totalmente di confrontarsi, la Causa di non punibilità, integrata dalla particolare tenuità del fatto ex art. 131-bis c.p., non può essere applicata, secondo previsione testuale, ai reati necessariamente abituali ed a quelli eventualmente abituali che siano stati posti in essere mediante reiterazione della condotta tipica.

La causa di non punibilità non può dunque trovare applicazione neppure in relazione al reato di cui all’art. 660 c.p., che in concreto (cfr. Sez. 1, n. 19631 del 12/06/2018, dep. 2019, Rv. 276309-01) abbia assunto, per il susseguirsi delle condotte moleste, l’anzidetto carattere di abitualità, come è incontestato essere avvenuto nella specie; e ciò senza necessità di esplicita motivazione sul punto da parte del giudice di merito(Sez. 1, n. 1523 del 05/11/2018, dep. 2019, Morreale, Rv. 274794-01).

  1. Alla declaratoria d’inammissibilità segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e – per i profili di colpa connessi all’irritualità dell’impugnazione (Corte Cost. n. 186 del 2000) – di una somma in favore della Cassa delle ammende che si stima equo determinare, in rapporto alle questioni dedotte, in tremila Euro.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.


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