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Tradimento per depressione: c’è addebito della separazione?

7 Aprile 2022 | Autore:
Tradimento per depressione: c’è addebito della separazione?

Quando la crisi coniugale è preesistente all’infedeltà e alla malattia che l’ha provocata o favorita, non è l’adulterio a provocare la fine del matrimonio.

Ci sono mille motivi per tradire il proprio partner; forse, non ce n’è neppure uno valido, oppure alcuni sono giustificati e meritano comprensione. Ma siamo realisti e prendiamo atto di come vanno le cose, senza dare giudizi. In ogni caso, il tradimento provoca una frattura profonda, e spesso irrimediabile, nell’unione della coppia.

Così il coniuge tradito chiede la separazione con addebito nei confronti del fedifrago, in quanto responsabile della fine del matrimonio. È questo il profilo che ci interessa, perché dall’addebito deriva il mantenimento da versare all’ex coniuge. E in certi casi la somma può essere cospicua e andrà pagata per parecchi anni. Qui tornano in rilievo i motivi del tradimento, perché non tutte le infedeltà sono uguali. Alcune vengono giustificate in varie maniere, per dimostrare che nonostante ciò il matrimonio è fallito per altre cause, preesistenti all’adulterio. Ad esempio, in caso di tradimento per depressione c’è addebito della separazione? Vediamo.

Depressione del coniuge: cosa fare?

La depressione è una malattia molto seria e, purtroppo, sempre più diffusa nella società. Ne soffrono molti uomini e donne e i sintomi sono svariati: stress, sensazione di infelicità, disperazione e disturbi psicosomatici di varia natura, alcuni dei quali anche gravi e che possono mettere in pericolo la vita del paziente quando si innestano propositi suicidari.

In una coppia unita in matrimonio la depressione di un coniuge costituisce un grave problema per entrambi, perché mina le relazioni affettive, sentimentali e sessuali o le impedisce del tutto. Le instabilità comportamentali di chi è affetto da depressione possono essere evidenti e spaventare il partner o allontanarlo. Se ciò accade, il depresso non riceve quel sostegno che gli sarebbe necessario proprio nei momenti di fragilità. Se ti trovi in una situazione del genere, leggi qui come sostenere il coniuge depresso.

Tradimento per depressione e addebito della separazione

Il tradimento per depressione ha motivazioni diverse e molto più recondite rispetto a quello compiuto per noia, infelicità, insoddisfazione o ricerca di nuove relazioni. Si pone, allora, il problema di stabilire un legame con l’addebito della separazione coniugale, che viene pronunciato a carico di chi è considerato responsabile della fine del matrimonio.

Il tradimento in sé, a prescindere dalle motivazioni che lo hanno prodotto, viola gravemente l’obbligo di fedeltà coniugale reciproca, sancito dall’art. 143 del Codice civile. E, dal lato del coniuge tradito, ciò provoca l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, che è una delle condizioni basilari per pronunciare la separazione dei coniugi. Durante la causa, se il giudice accerta che uno dei coniugi ha violato l’obbligo di fedeltà, deve disporre a suo carico l’addebito della separazione.

Quando il tradimento per depressione esclude l’addebito

Ma a questo punto occorre verificare se il tradimento è stata la vera causa della rottura del legame matrimoniale o, piuttosto, una sua conseguenza. Spesso, le relazioni coniugali si instaurano quando la coppia era già entrata in crisi per altre cause preesistenti all’infedeltà conclamata. In questa prospettiva, una nuova ordinanza della Corte di Cassazione [1] ha escluso l’addebito della separazione a carico di una donna che aveva tradito il marito durante un lungo periodo di depressione.

La malattia era ampiamente provata dai certificati medici e psicologici prodotti nel processo, ed il tradimento era incontestato. Tuttavia, il Collegio ha ritenuto che «anche a voler ritenere accertata l’infedeltà coniugale di costei, tale comportamento era comunque intervenuto quando era già in atto una profonda frattura del rapporto coniugale». A ben vedere, analizzando il ragionamento compiuto dalla Suprema Corte non è stata la depressione a “scagionare”, in una prospettiva giuridica, il tradimento compiuto, bensì la constatazione che la moglie, durante la convivenza matrimoniale, si era rivolta ad uno psicologo lamentando la sofferenza dovuta all’infelicità coniugale. E il marito era a conoscenza di questa situazione, in quanto ha ammesso di aver notato, negli ultimi tre anni di matrimonio, un «cambiamento di abitudini della moglie», del tutto slegato da un tradimento che in quell’epoca non era ancora stato ipotizzato, ma era soltanto «presunto».

Perciò, nella vicenda esaminata dai giudici di piazza Cavour, che hanno escluso l’addebito della separazione nei confronti della moglie fedifraga, non è stato il tradimento (e la depressione che potrebbe averlo indotto) a provocare la fine del matrimonio, ma piuttosto una crisi latente e profonda che era già in atto da prima, ed aveva provocato l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, a prescindere dal successivo adulterio.

Approfondimenti

Se vuoi esaminare la prospettiva opposta rispetto a quella qui trattata, e cioè la situazione del coniuge che subisce un tradimento e a causa di ciò riporta una depressione, leggi l’articolo “Depressione da tradimento: come essere risarciti“.


note

[1] Cass. ord. n. 11130 del 06.04.2022.


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