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Fumo passivo sul luogo di lavoro: il datore deve risarcire il dipendente

17 Settembre 2014
Fumo passivo sul luogo di lavoro: il datore deve risarcire il dipendente

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Settembre 2014



Salute: se il datore non fa rispettare il divieto in azienda deve risarcire il danno esistenziale per le sigarette involontariamente inalate.

Si parla ancora di danni da fumo. Dopo la sorprendente sentenza di questa estate che ha finalmente riconosciuto il risarcimento, nei confronti delle Big del tabacco, per le patologie mortali causate dalle sigarette (leggi: “Sigarette: sì al risarcimento per il danno da fumo”), giunge ora il monito da parte del Tribunale di Milano nei confronti dei datori di lavoro [1].

Il passaggio della sentenza è importante e val la pena di essere menzionato pedissequamente: “Nel caso in cui il dipendente si trovi, a causa della postazione di lavoro, nella situazione di una ripetuta esposizione al fumo passivo, dalla quale consegue una condizione di disagio – causa di possibili gravi danni alla salute nel lungo periodo – certamente si deve ritenere che essa abbia inciso negativamente sull’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti come quello al lavoro; pertanto deve ritenersi che il comportamento omissivo del datore, a fronte di un comportamento vietato da specifiche disposizioni di legge [2], sia certamente determinante per il danno non patrimoniale patito dal dipendente. Dunque, detto datore di lavoro deve essere condannato al risarcimento”.

In pratica, secondo quanto giustamente sottolineato dal tribunale meneghino, se è vero che la legge impone al datore di lavoro di tutelare la salute e la sicurezza dei propri dipendenti, certamente quest’obbligo si intende esteso ad ogni ambito lavorativo, e quindi anche nei confronti delle condotte più usuali e ormai convenzionalmente accettate, come la classica “pausa sigaretta”in un corridoio. Pertanto, se l’imprenditore non fa rispettare il divieto di fumo all’interno del posto di lavoro, deve versare il risarcimento del danno nei confronti dei dipendenti che – non fumatori – inalano il fumo passivo.

Peraltro, nel caso di specie, non avendo il giudice avuto elementi “numerici” per quantificare il danno effettivamente subìto dal lavoratore, lo ha determinato “in via equitativa” (ossia sulla base di quanto, in base al proprio convincimento, gli è sembrato più giusto): un risarcimento che all’azienda è costato ben 10mila euro per il danno cosiddetto “non patrimoniale”, ossia quello alla salute dell’impiegato.

Non è necessario aver subito danni mortali come un cancro. Il tribunale di Milano accorda, infatti, il risarcimento anche per delle ripetute cefalee, difficoltà respiratorie, bruciore agli occhi, il tutto – ovviamente – purché certificato dai medici.

Se, dunque, di fronte alle lamentele del dipendente, il datore di lavoro non fa nulla per ottenere il rispetto del divieto da parte degli altri lavoratori, il disagio – anche minimo – patito dal “non fumatore” va risarcito, perché causa di possibili danni alla salute nel lungo periodo.


note

[1] Trib. Milano, sent. del 04.08.2014.

[2] Legge n. 51/2003.

Autore immagine: 123rf com


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