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Responsabile anche il dipendente se il datore non versa la ritenuta d’acconto

17 Settembre 2014
Responsabile anche il dipendente se il datore non versa la ritenuta d’acconto

Lavoratore e datore responsabili solidali verso il fisco.

Il lavoratore e il datore sono responsabili in solido per l’omesso versamento della ritenuta d’acconto. È di poche ore fa la sentenza della Cassazione [1] che non farà dormire sonni tranquilli molti dipendenti di aziende affatto ligie con l’Agenzia delle Entrate.

I supremi giudici ricordano che il rapporto che si costituisce tra il sostituto d’imposta (ossia il datore di lavoro) e il sostituito (il prestatore d’opera) è quello di una obbligazione solidale passiva con il Fisco. Che significa? La conseguenza pratica di ciò è l’applicazione di tutti quei principi stabiliti dal codice civile per tale tipo di obbligazioni: pertanto il creditore potrà chiedere l’integrale pagamento, indifferentemente, all’uno o all’altro soggetto obbligato. Insomma, il fisco potrà bussare tanto alla porta del lavoratore quanto a quella dell’azienda, a proprio piacimento.

Ma – zuccherino sulla medicina – l’eventuale sentenza favorevole ottenuta da uno dei due soggetti (con cui, eventualmente, venga dichiarato insussistente il debito) va a vantaggio anche dell’altro coobbligato (è quella che i tecnici chiamano “estensione del giudicato”: in pratica, il dipendente può approfittare della sentenza favorevole di sgravio, resa in favore dell’azienda, ma solo se è definitiva).

Il fatto che la legge [2] definisca il sostituto d’imposta come colui che ” è obbligato al pagamento di imposte in luogo di altri… ed anche a titolo di acconto” non toglie che pure il sostituìto debba ritenersi già originariamente (e non solo in relazione alla fase della riscossione) obbligato solidale d’imposta, e quindi egli stesso soggetto al potere di accertamento da parte del fisco ed a tutti i conseguenti oneri”.

Al riguardo va solo precisato che la facoltà per il coobbligato, destinatario di un atto impositivo, di avvalersi della sentenza favorevole emessa in un giudizio promosso da altro coobbligato [3], presuppone che detta decisione sia divenuta definitiva e che l’eventuale giudizio promosso dal primo non si sia definitivamente concluso in modo a lui sfavorevole. Pertanto, tale facoltà spetta al dipendente anche se, inerte, non ha autonomamente impugnato gli avvisi di accertamento.


note

[1] Cass. sent. n. 19580 del 17.09.2014.

[2] Art. 64, comma primo, del d.P.R. n. 600 del 1973.

[3] Secondo la regola generale stabilità dall’art. 1306 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com


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