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A chi spetta la fede nuziale del defunto?

12 Aprile 2022 | Autore:
A chi spetta la fede nuziale del defunto?

L’anello scambiato durante il rito del matrimonio passa al coniuge superstite oppure rientra nell’asse ereditario? La risposta, tutt’altro che scontata.

Certi doni sono stati sempre considerati strettamente personali, per quello che simboleggiano. Il caso più emblematico è quello degli anelli che gli sposi si scambiano sull’altare o nella sala consiliare di un Comune al momento di pronunciare il fatidico «sì». Non ha (almeno si suppone) il valore affettivo di un qualsiasi gioiello regalato per un compleanno o per un anniversario, per quanto anche questi possano avere un enorme significato: la fede nuziale è il simbolo del rapporto che due persone si impegnano ad instaurare per tutta la vita, è un oggetto che nessun altro può donare se non il proprio marito o la propria moglie. Per questa ragione, quando uno dei due viene a mancare, si dà per stabilito che il coniuge superstite si tenga per il resto dei suoi giorni e come ricordo quell’anello che anni prima aveva baciato e infilato nel dito dell’altro o dell’altra. A meno che arrivi qualcuno degli eredi a pretendere di farlo rientrare nel patrimonio da dividere. È mai possibile? A chi spetta la fede nuziale del defunto?

Una sentenza del tribunale di Torino potrebbe stupire vedove e vedovi, perché la risposta alla domanda di fondo non è così scontata. Vediamo.

Il simbolo della fede nuziale

Come si diceva all’inizio, la fede nuziale è sicuramente il dono più intimo che due persone possono scambiarsi nell’arco della loro vita. Si tratta, infatti, di un anello che viene scambiato durante il rito del matrimonio e che rappresenta il legame perenne e l’eterna fedeltà tra gli sposi.

L’anello (chiamato anche vera) è carico di significati. È circolare per simboleggiare l’unione tra gli sposi. Ed è indossato sull’anulare perché, secondo la tradizione, da quel dito passa una piccola arteria che, attraverso il braccio, raggiunge il cuore. Nel matrimonio cattolico vengono benedette dal sacerdote prima dello scambio e la formula che gli sposi pronunciano dice già tutto riguardo al carattere strettamente intimo e personale della fede nuziale: «Ricevi questo anello segno del mio amore e della mia fedeltà». Nel matrimonio civile, invece, lo scambio avviene senza alcuna formula prestabilita. O, per lo meno, non detta ad alta voce: altro discorso è che il significato sia esattamente lo stesso.

Da sottolineare, infine, un altro gesto simbolico che rende lo scambio degli anelli particolarmente intimo. Indipendentemente da chi le abbia comprate (parenti, testimoni, ecc.) o di chi le porti all’altare, è lei a consegnare la «sua» fede a lui ed è lui a consegnare la «sua» a lei. È un dono reciproco tra gli sposi di qualcosa che appartiene e che apparterrà sempre e soltanto a loro: l’amore e la fedeltà reciproca.

A chi appartiene la fede nuziale?

Stando così le cose, si direbbe che nel momento in cui «morte li separa» la fede nuziale del defunto torna al legittimo proprietario, cioè a chi gliel’ha consegnata il giorno del matrimonio. Invece, secondo il tribunale di Torino, non è così.

In una recente sentenza [1], i giudici piemontesi hanno stabilito che l’anello di matrimonio rientra nell’asse ereditario. Il che significa che il valore della «vera» va ripartito tra gli eredi.

La vicenda riguardava la domanda presentata da una donna rimasta vedova che reclamava dalla figlia l’anello del defunto marito. La figlia, infatti, aveva sfilato la fede dal dito del padre al momento del decesso e non aveva intenzione di restituirlo, poiché riteneva che rientrasse nel suo diritto di erede conservarlo.

E, in effetti, quest’ultima è la versione confermata dai giudici. La loro interpretazione parte dal presupposto che, secondo la tradizione, sono i testimoni (o anche uno solo di essi) ad acquistare gli anelli e a regalarli agli sposi per lo scambio durante le nozze. Pertanto – si legge nella sentenza, che si può leggere in versione integrale in fondo a questo articolo – la fede nuziale passa in quel momento nella sfera patrimoniale della persona che lo riceve. A tal punto che, per assurdo – scrivono ancora i giudici – lo sposo o la sposa potrebbero anche disporne, in vita ed in costanza di matrimonio, a favore di persone diverse dall’altro coniuge». Se non addirittura a venderla in un momento di difficoltà economica.

Tutto ciò significa che l’anello di matrimonio, dopo la morte di chi lo porta, rientra nell’asse ereditario del defunto e non spetta di diritto al coniuge superstite: rientra tra i beni che dovranno seguire la disciplina successoria per legge o all’apertura del testamento.


note

[1] Trib. Torino sent. del 31.01.2022.

Trib. Torino, sez. II, sent., 31 gennaio 2022

Giudice Moroni

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione datato 18.09.2019 l’attrice C.O. conveniva in giudizio la figlia C.C., esponendo che, in data 17.03.2018, al momento del decesso di C.A. (coniuge dell’attrice e padre della convenuta), avvenuto presso l’Ospedale […] di Torino, la figlia avesse sfilato l’anello nuziale dalla mano del defunto a questi appartenuto in vita. Sul presupposto che la fede nuziale appartenesse al coniuge superstite, non entrando nell’asse ereditario, l’attrice chiedeva che la convenuta venisse condannata alla restituzione in proprio favore dell’anello di nozze o, in subordine, al risarcimento del danno, quantificato in Euro 50.000,00 (da devolversi in beneficienza all’ente “). Regolarmente costituitasi in giudizio, la convenuta – preliminarmente eccepita la nullità dell’atto di citazione ex artt. 163, comma 3, nn. 3) e 4) e 164, comma 4 c.p.c. – contestava integralmente la ricostruzione in fatto offerta da controparte, sostenendo come fosse stata proprio l’attrice a consegnarle, il giorno in cui il padre era mancato, la fede nuziale in ricordo del genitore appena scomparso.

Nel merito, la C. concludeva per l’infondatezza delle domande attoree, chiedendone il rigetto. Quindi, rigettata l’eccezione di nullità sollevata da parte convenuta, assegnati alle parti i termini per il deposito di memorie di cui all’art. 183 VI comma c.p.c., il Giudice, ritenendo superflua l’istruttoria orale richiesta dalle parti ai fini della decisione, invitava le parti a precisare le conclusioni, rassegnate all’udienza del 14.09.2021, all’esito della quale, quindi, la causa veniva trattenuta in decisione, con assegnazione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

La domanda svolta dall’attrice nel presente giudizio non è meritevole di accoglimento. Invero, la domanda in oggetto, per come formulata ed argomentata da parte attrice, deve qualificarsi come azione di rivendica, in quanto volta, appunto, a rivendicare la proprietà esclusiva della fede nuziale appartenuta in vita al defunto marito C.A., così da ottenerne la conseguente restituzione. Sennonché, l’azione di rivendica presuppone, in primo luogo, che venga allegato il titolo di proprietà esclusiva sul quale l’azione stessa si fonda. Orbene, ritiene il Giudice come, sotto tale specifico profilo, la C. non abbia allegato alcun valido titolo di proprietà tale da giustificare la sua iniziativa giudiziale, non potendo ritenersi tale quello fondato sulla apodittica affermazione secondo cui, dopo la morte della persona, “la fede nuziale appartiene al coniuge superstite e non entra nell’asse ereditario”. Né può condividersi l’affermazione (pure rimasta indimostrata) secondo cui “l’anello nuziale indossato dal marito dell’attrice era in realtà di proprietà di quest’ultima e quello indossato da lei era di proprietà del marito”, prevedendo il rito cattolico, con cui i coniugi avevano contratto matrimonio, “lo scambio degli anelli tra gli sposi come segno di amore e fedeltà”.

Premesso, al riguardo, che è costume e tradizione che siano i testimoni (o anche uno solo di essi) ad acquistare le fedi per la coppia (cosicché se la C. si fosse discostata da tale usanza avrebbe dovuto darne puntuale dimostrazione), è chiaro comunque come, nel momento in cui l’anello viene consegnato agli sposi nel corso della celebrazione, l’oggetto – seppur avente la funzione simbolica di segno di amore e fedeltà di ciascun coniuge verso l’altro – passi nella sfera patrimoniale della persona che lo riceve. Deve, dunque, ritenersi pacifico che la fede nuziale rientri nel patrimonio della persona che la indossa, alla quale pertanto appartiene e la quale, per assurdo, potrebbe anche disporne, in vita ed in costanza di matrimonio, a favore di persone diverse dall’altro coniuge. Ne consegue come l’anello nuziale, in seguito alla morte della persona a cui apparteneva, rientri nel patrimonio ereditario del de cuius e segua la disciplina successoria che viene ad aprirsi per legge o testamento.

L’attrice, dunque, avrebbe dovuto al più esperire un’azione di petizione ereditaria. Nel caso di specie, peraltro, la successione ereditaria di C.A. è regolata dal testamento olografo del […] che è oggetto di altro giudizio tra le parti, volto a dirimere la disputa legata alla interpretazione della volontà testamentaria del de cuius. Dal mancato accoglimento della domanda principale consegue il rigetto della domanda risarcitoria che strettamente connessa alla mancata restituzione dell’anello ma sempre sul presupposto che l’oggetto appartenga alla C. (“se l’anello nuziale appartiene alla vedova, la mancata restituzione dà diritto al risarcimento del danno”).

Poiché nella presente sede è stata rigettata la domanda di rivendica avente ad oggetto il riconoscimento della proprietà, in capo all’attrice, dell’anello nuziale defunto marito, dovendo, invece, ritenersi tale oggetto rientrante nel compendio ereditario morendo dismesso dal de cuius, è chiaro come pure la domanda risarcitoria debba essere rigettata.

Da ultimo non può trovare accoglimento la domanda della convenuta di condanna ex art. 96 c.p.c. per avere l’odierna attrice agito con malafede o colpa grave. La C. ha, infatti, introdotto il giudizio non già con la consapevolezza di essere priva di qualsiasi prova delle proprie asserzioni ma, piuttosto, sulla base di una differente interpretazione della disciplina giuridica che regola le sorti della fede nuziale: posizione che, peraltro, seppur il giudice ha ritenuto di non accogliere dal punto di vista processuale, risulta comunque più che comprensibile dal punto di vista umano (atteso ciò che simboleggia l’anello nuziale nel rapporto tra gli sposi, rapporto cui sono sostanzialmente estranei i figli).

Non appare, pertanto, integrata la previsione dell’art. 96 c.p.c., a norma della quale il giudice può condannare al risarcimento dei danni la parte soccombente che “ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave”. Rimane da affrontare il profilo della disciplina delle spese di lite, in ordine al quale ritiene il Giudice di dover disporre la integrale compensazione, tenuto conto della “assoluta novità della questione trattata”, non constando precedenti pronunce sul punto.

P.Q.M.

il Tribunale di Torino, ogni diversa istanza, eccezione e deduzione disattesa, definitivamente pronunciando: rigetta le domande di parte attrice. Compensa integralmente tra le parti le spese di lite.


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1 Commento

  1. Io ho una zia la quale è rimasta vedova del marito da alcuni anni in qua. Nel caso di cui poco sopra, l’anello nuziale di lui dovrebbe rientrare “nell’asse ereditario di chi viene a mancare ai propri cari, sia che la successione si apra a seguito di legge o di testamento”.

    Ma in questo caso specifico, visto che mia zia è la principale destinataria di una parte del patrimonio e i due figli sono gli altri eredi, come fare a capirci dentro qualcosa? Sarebbe utile qualche chiarimento in più, grazie mille!!

    Mi pare assai complicato capire come abbiano fatto a decidere i giudici di Torino con la sentenza riportata da voi sopra la sezione commenti:

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